La manifestazione a Pristina del 17 febbraio
Foto: Driton Paçarada

KOSOVO: La procura chiede 45 anni di carcere per gli ex leader dell’UCK, proteste a Pristina

La Procura Speciale per il Kosovo con sede all’Aia ha chiesto 45 anni di carcere per i quattro ex-leader dell’Esercito di Liberazione del Kosovo (UCK). Mentre si attende il verdetto nei prossimi mesi, a Pristina migliaia di persone sono scese in piazza.

Il 9 febbraio scorso, presso l’Aia in Olanda, la Procura Speciale per il Kosovo ha chiesto 45 anni di carcere ciascuno per l’ex presidente kosovaro Hashim Thaçi e per altri tre ex alti esponenti dell’UCK, Kadri Veseli, Jakup Krasniqi e Rexhep Selimi. I quattro imputati sono accusati di concorso in associazione criminale in relazione a circa 100 omicidi, innumerevoli casi di tortura e trattamenti crudeli durante la guerra del Kosovo.

Le Kosovo Specialist Chambers, che comprendono sia la Corte che la Procura, sono un’istituzione giudiziaria kosovara, nata formalmente nel 2015 e con sede all’Aia. Tale organo è incaricato di perseguire i presunti crimini commessi tra il 1998 e il 2000 dall’UCK, l’organizzazione paramilitare albanese che iniziò a operare a metà degli anni Novanta in risposta agli abusi del regime di Slobodan Milošević in Kosovo.

Nell’arringa finale la procuratrice Kimberly West ha dichiarato che sulla base delle prove emerse durante il dibattimento, gli imputati sono colpevoli di tutti e dieci i capi d’accusa e sarebbero stati “protagonisti di un’impresa criminale” con l’obiettivo di eliminare con la violenza gli oppositori e assicurarsi il pieno controllo del Kosovo. La difesa, e in particolare l’avvocato di Thaçi, Luka Mišetić, continua a sostenere che l’accusa non abbia le prove per accusare l’ex presidente di aver dato ordini illegittimi. Una posizione rafforzata dai testimoni portati al processo secondo cui l’UCK non disponeva di una così importante catena di comando e quindi i leader non avevano modo di interagire con i soldati di più basso grado.

A partire da adesso, i giudici della Corte Speciale avranno 90 giorni di tempo per emettere una sentenza sui quattro imputati, che sono in carcere dal 2020.

La reazione a Pristina 

Le notizie giunte dai Paesi Bassi hanno ovviamente avuto un forte risalto in Kosovo, ma anche in Albania e in Serbia. A Pristina, l’Assemblea del Kosovo, insediata da pochi giorni dopo le elezioni di dicembre, ha votato una risoluzione proposta dal Partito Democratico del Kosovo (PDK), partito fondato da Thaçi attualmente all’opposizione, che chiede “un giusto processo” per gli imputati, ribadendo l’impegno del parlamento a difendere ed affermare i valori della guerra condotta dall’UCK.

Una risoluzione che segue lo slogan scelto anche per la manifestazione tenutasi a Pristina pochi giorno dopo, il 17 febbraio: «Giustizia, non politica». L’evento ha richiamato circa 40,000 persone, albanesi del Kosovo ma anche dei paesi circostanti e della diaspora, che si sono radunati nella giornata che celebra l’indipendenza del Paese, dichiara nel 2008. Tra i presenti anche la Presidente della Repubblica Vjosa Osmani, la quale ha sottolineato come l’UCK abbia agito per la difesa e la libertà del popolo kosovaro. Secondo diversi relatori presenti in piazza, questa Corte ha la colpa di equiparare i crimini della Serbia ai presunti crimini dell’UCK, distorcendo la realtà storica della Serbia come aggressore e l’UCK come forza difensiva e di liberazione dall’oppressione.

Anche se non ha partecipato alla manifestazione, sostegno all’UCK e’ arrivato anche dal primo ministro Albin Kurti, che nell’ambito delle celebrazioni ufficiali per l’indipendenza ha sottolineato come l’azione militare dell’UCK sia stata una «lotta pura, di liberazione e anticoloniale». Una posizione sostenuta anche dai leader della vicina Albania, con il premier Edi Rama in visita a Pristina il 16 febbraio, e il presidente Bajram Begaj il giorno successivo, non risparmiando aspre critiche alla Corte.

Rischi per la sicurezza?

La richiesta di condanna per Thaçi e gli altri tre imputati ha avuto ovviamente risalto mediatico anche tra la minoranza serba in Kosovo e a Belgrado, dove serpeggia il timore che la sentenza possa ancora assolvere o diminuire la pena richiesta. La loro preoccupazione riguarda soprattutto la “retorica infuocata” proveniente da Pristina, che a loro parere rappresenterebbe una minaccia per i serbi che vivono in Kosovo.

La questione sicurezza nel paese non è un tema da sottovalutare, soprattutto nel caso di condanna ai quattro imputati. Con molta probabilità, in questo caso sarebbero organizzate nuove manifestazioni in tutto il Kosovo e nelle aree a maggioranza albanese della regione e la tensione potrebbe inevitabilmente crescere.

Realisticamente, la sentenza in primo grado potrebbe arrivare prima dell’estate. Nel 18° anno di vita da Stato indipendente, aldilà di quale sarà l’entità effettiva della pena, la conclusione di questo primo percorso giudiziario è comunque un passaggio cruciale per il Kosovo, importante per fare luce su un altro pezzetto di storia recente del Paese.

Foto: KOHA

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Chi è Andrea Mercurio

Ho 26 anni, sono laureato in Scienze Politiche, amo scrivere in ogni modo e in ogni forma. Sono appassionato di Storia e Attualità, da qualche anno mi sono interessato in particolare ai Balcani.

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