KOSOVO: Digiuni che si incrociano e lezioni di umanità

La coincidenza tra l’inizio della Quaresima cristiana e del Ramadan islamico agevola il dialogo tra le comunità in Kosovo.

Quest’anno il calendario religioso è stato interessato dall’inizio contemporaneo del periodo di digiuno e riflessione spirituale della Quaresima cristiana e del mese sacro islamico del Ramadan, una coincidenza che si verifica ogni trent’anni circa. In Kosovo il fatto in questione è rilevante perché la regione è notoriamente attraversata da tensioni etniche che ne minano la stabilità, e questa congiunzione di date simboliche ha permesso e agevolato la diffusione di messaggi di rispetto, tolleranza e inviti alla riflessione.

Il Kosovo, con meno di 2 milioni di abitanti e musulmano per il 90%, sta ancora cercando di riprendersi dalla guerra di fine anni Novanta combattuta per l’indipendenza dalla Serbia. Qui da secoli le campane delle chiese cattoliche ed ortodosse e il canto del Muezzin si intrecciano nel cielo delle stesse città, custodendo una fragile ma tenace tradizione di rispetto reciproco, soprattutto nei giorni sacri di ciascuno.

Digiuni cristiani e cannoni ottomani

L’occasione rappresentata dalla congiunzione tra le due ricorrenze religiose è stata troppo importante per non diventare veicolo di dialogo tra i kosovari di entrambe le confessioni. Un dialogo spontaneo e naturale tra cattolici e musulmani, poiché entrambi di etnia albanese. Secondo il cattolico Dode Palukaj questa è un’opportunità “speciale” perché unisce cattolici e musulmani “nel digiuno, nella preghiera condivisa, nella solidarietà e nell’amore”. Anche don Agim Qerkini, sacerdote cattolico di Pristina, ha elogiato la secolare tolleranza religiosa in Kosovo, sottolineando che le divisioni che ancora paralizzano il paese derivano da differenze nazionali piuttosto che religiose.

Varis Hashimi, musulmano originario di Prizren, città nel sud del paese storicamente multietnica, si è prefissato la missione di mantenere viva una vecchia tradizione ottomana: per tutto il mese del Ramadan, Hashimi raggiunge a piedi la fortezza che domina Prizren e da lì accende fuochi d’artificio per segnalare alla popolazione la fine del digiuno quotidiano e la possibilità per le famiglie di riunirsi per la cena. La tradizione ottomana voleva che il segnale fosse lanciato con un colpo di cannone, come puntualmente accade in un’altra città multietnica dei Balcani, Sarajevo, dove dalla Žuta tabija, il bastione giallo sopra la città, molta gente tutte le sere si riunisce per il tramonto aspettando la celebre “palla dell’Iftar“, spesso con cibo da consumare in loco, coi propri cari.

Dai cannoni ottomani arriva anche un’altra miccia, ancora più – benevolmente – esplosiva: la sovrapposizione tra i due rituali religiosi è infatti rilevante perché illumina dinamiche di riconciliazione sociale e dialogo tra comunità che qui sono preziosi. Tanto più quando questo intreccio di eventi religiosi diventa veicolo di vicinanza tra comunità diverse, in una regione che per decenni è stata raccontata quasi esclusivamente attraverso il prisma della guerra.

Episodi come questo aiutano a mostrare – anche all’Europa occidentale – che la convivenza, qui, non è un’utopia imposta dall’alto e difficilmente realizzabile, ma una pratica quotidiana profondamente radicata nella società.

Lezioni kosovare di umanità

Se il dialogo tra cattolici e musulmani è nella realtà di tutti i giorni, la situazione è certamente meno idilliaca se si guarda anche alla comunità serbo-ortodossa. I rapporti tra la comunità albanese, sia di credo musulmano che di fede cattolica, e quella serba, ortodossa, restano difatti complicati, per una frattura etnica e politica, non tanto religiosa. Ma proprio come gli albanesi cattolici, anche i serbi del Kosovo sono impegnati nel mese di Quaresima, iniziata qualche giorno dopo, come da calendario giuliano. Ancor di più dunque, la coincidenza tra Quaresima e Ramadan assume un valore che va oltre il dato religioso, a dimostrazione che le diverse identità possono coesistere senza annullarsi.

Il Kosovo – come anche la Bosnia – offre dunque una lezione di maturità civile e di umanità a un Europa sempre più xenofoba e intollerante, utilizzando la forza di due digiuni che iniziano insieme per lanciare un messaggio importantissimo: il sacrificio, la disciplina e la riflessione non appartengono a una sola fede, ma sono linguaggi universali.

Foto: The Herald Journal

Chi è Paolo Garatti

Appassionato di Storia balcanica contemporanea, ha vissuto a Sarajevo e Belgrado per qualche tempo. Laureato in Filologia moderna presso l'Università degli studi di Verona, viaggia da solo ed esplora l'Est principalmente in treno

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