All’inizio del 2025 la Transnistria ha vissuto una battuta d’arresto energetica senza precedenti: la società russa Gazprom ha interrotto le forniture di gas lasciando la regione senza il principale combustibile per il riscaldamento e l’energia. La situazione a un anno di distanza.
Dove prende oggi il gas la Transnistria?
DA TIRASPOL – La neve cade copiosa a Tiraspol, capitale dell‘autoproclamata Repubblica Moldava della Transnistria (PMR). Il freddo è intenso e gli sguardi della gente per strada sono sfuggenti. Alcuni hanno negli occhi una preoccupazione che conoscono già: l’entità separatista filorussa sta infatti attraversando il secondo inverno alle prese con un approvvigionamento di gas totalmente instabile e dal futuro ancora più incerto.
Da un anno una grave crisi energetica colpisce la regione, la cui fedeltà a Mosca ha causato il mancato rinnovo del contratto per il transito del gas russo attraverso l’Ucraina, bloccato il 1 gennaio 2025 a causa della guerra – di cui East Journal aveva scritto in questo articolo. Dopo 30 anni di fornitura (praticamente gratuita) di gas russo, oggi il gas che la Transnistria riceve quotidianamente è di circa 3 milioni di metri cubi – molto meno degli anni scorsi – insufficiente per una regione che dipende fortemente dall’industria ad alta intensità energetica.
Ma da dove viene il gas che arriva in Transnistria oggi? Non più dunque dalla compagnia russa Gazprom, ma dall’Europa: si tratta di gas acquistato sul mercato UE attraverso un complesso (e fragilissimo) accordo che coinvolge l’operatore nazionale moldavo Moldovagaz (di cui Gazprom detiene una quota di controllo), l’operatore transnistriano Tiraspoltransgaz e la società ungherese MET Gas and Energy Marketing AG. In altre parole: la Russia si fa carico dei costi, mentre la Transnistria riceve formalmente il gas a credito.
L’accordo però è traballante, fiaccato dall’instabilità dovuta alla frammentazione degli appalti e ai controlli di conformità da parte delle banche europee sulle società che gestiscono i pagamenti. Il gas viene ora acquistato in tranche brevi che coprono solo 10-15 giorni alla volta, generando grandi disagi: lo spettro di una nuova crisi energetica incombe all’orizzonte, in concomitanza di ipotetiche – quanto probabili – interruzioni nei pagamenti o ritardi negli assegni da parte delle banche UE.
Prima e dopo la guerra
Se prima della guerra in Ucraina la Transnistria non aveva quasi mai dovuto affrontare carenze di gas, ricevendo la quantità necessaria a un prezzo simbolico, i primi scricchiolii si sono verificati nel 2022, quando Gazprom ridusse le consegne giornaliere alla Moldavia da 8 milioni a 5,7 milioni di metri cubi. In base al contratto, la romenofona riva destra del Dnestr avrebbe dovuto ricevere circa 1,2 miliardi di metri cubi all’anno, mentre la riva sinistra, la Transnistria, ne avrebbe ricevuti circa 2 miliardi. Chișinău deviò tutto il gas russo verso la Transnistria: una parte fu utilizzata localmente, mentre il resto fu inviato alla centrale elettrica moldava GRES, che forniva elettricità a entrambe le rive del Dnestr.
La situazione però è degenerata a gennaio 2025, quando l’ormai famoso accordo di transito del gas attraverso l’Ucraina è scaduto e le forniture di Gazprom sono state interrotte a causa del mancato rinnovo. Nonostante fosse risaputo che il transito sarebbe terminato, né Chișinău né Tiraspol hanno preso adeguate contromisure.
Dal canto suo l’UE ha proposto un pacchetto di assistenza da 60 milioni di euro vincolato da precise condizioni: riforme in senso democratico, progressi sul piano dei diritti umani e un incremento graduale delle tariffe energetiche per famiglie e imprese. A Tiraspol, tuttavia, l’offerta è stata sostanzialmente trascurata, e il panorama politico-economico è sempre più precario.
La situazione attuale
Il gelo dell’inverno e la questione energetica non sono gli unici problemi. Nel 2025 la Transnistria ha infatti dovuto affrontare un’altra morsa che la sta stritolando: quella dell’isolamento politico ed economico. Senza soldi e con la popolazione allo stremo, lo scorso giugno il presidente Vladim Krasnosel’ski ha lanciato un appello disperato, consapevole che il futuro della regione si gioca tra due sponde, quella russa e quella moldava, a bordo del baratro.
Il bilancio attuale rispecchia il disastro del 2025: entrate per circa 3,8 miliardi di rubli a fronte di spese per 6,5 miliardi – con un deficit di circa il 40%. Secondo analisti internazionali l’indifferenza sul futuro della regione che avviluppa la Transnistria la condurrebbe a un isolamento inesorabile e pericolosissimo, rendendola simile a una “base militare sovvenzionata” con nessun tessuto economico vitale oltre al sostegno esterno.
Per anni la dipendenza della Transnistria da energia a basso costo ha occultato le fragilità strutturali dell’economia locale, compensando salari modestissimi e pressioni inflazionistiche spaventose. Con il venir meno di questo vantaggio, e con una situazione geopolitica sempre più incrinata, il modello economico della regione palesa tutte le sue criticità.
Nel gelo di questo secondo inverno senza gas, la Transnistria e i suoi abitanti sono costretti ad affrontare la stessa brutale certezza dello scorso anno: il freddo non è solo una stagione, è una condizione politica che si insinua nelle case, nei corpi e nel futuro. Mentre fuori continua a nevicare.
Foto: Paolo Garatti
East Journal Quotidiano di politica internazionale