Board of Peace

La fine del multilateralismo si chiama Board of Peace

Esserci o non esserci?

Il governo italiano ha annunciato che prenderà parte al Board of Peace “in qualità di osservatore” inviando il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, alla prima riunione prevista a Washington domani, 19 febbraio. L’annuncio, giunto alla vigilia dell’appuntamento, tradisce le tradizionali pressioni che ogni esecutivo italiano riceve dall’alleato americano quando è ora di schiararsi a livello internazionale. Anche l’Unione Europea, dopo gli strali contro l’amministrazione trumpiana, parteciperà ma “non come membro, né come osservatore”. E non si capisce quindi in quale veste la Commissaria al Mediterraneo, Duvravka Suica, prenderà parte alla riunione di un’organizzazione che, secondo lo statuto, avrebbe lo scopo “promuovere la stabilità e assicurare una pace duratura” a livello internazionale ma che ha l’obiettivo di stabilire una primazia americana sul mondo, smantellando il diritto internazionale e le istituzioni multilaterali che proprio gli Stati Uniti hanno contribuito a creare in passato.

Cos’è il Board of Peace

Originariamente il Board of Peace era stato pensato come un organismo disegnato per gestire la transizione post-conflitto a Gaza ma, durante il Forum di Davos, il presidente americano ha chiarito meglio i contorni dell’iniziativa. L’idea è quella di fare del Board of Peace una specie di comitato permanente presieduto “a vita” da Donald Trump, il quale potrà scegliere il suo successore, potrà espellere i membri “a meno che non ci sia un voto di due terzi contrario” e avrà autorità amplissima, se non assoluta, sulle decisioni prese dall’organizzazione. La partecipazione al Board of Peace è di durata triennale, e avviene su invito da parte della Casa Bianca, ma che può trasformarsi in rappresentanza permanente dietro pagamento di un miliardo di dollari in un fondo gestito dalla World Liberty Financial (Wlfi), società di criptovalute dello stesso Donald Trump.

La fine del multilateralismo?

Questa iniziativa rischia di essere la pietra tombale sul diritto internazionale e sul multilateralismo cui gli Stati Uniti, pur derogando spesso, hanno dato corpo e sostanza nell’ultimo secolo. Tutti ricordiamo le iniziative unilaterali americane degli ultimi decenni, dal bombardamento di Belgrado alla guerra in Iraq, e non c’è bisogno di risalire alla guerra del Vietnam per comprendere come gli Stati Uniti si siano più volte discostati dall’approccio multilateralista, e quasi mai con buoni risultati. Al contrario, l’egemonia americana è stata più efficace laddove accompagnata dalla creazione di istituzioni di governo internazionale pensate proprio per ampliare e consolidare l’influenza politica e militare di Washington. Insomma, anche l’ONU e la NATO rispondono agli interessi americani, ma non al livello del Board of Peace. Una cosa è avere un rapporto strumentale e utilitaristico nei confronti dell’impegno multilaterale, un’altra è provare ad avviare una forma di governance che è contraria ai principi, alle norme, alle realtà stesse degli organi multilaterali e che segue una logica di egemonia americana, quando non di egemonia personale da parte del presidente Donald Trump.

Un mondo neo-imperiale

Siamo di fronte a uno schema apertamente neo-imperiale, che riconosce la presenza e il ruolo di altri imperi regionali, come Israele e l’Arabia Saudita, la Russia, l’India, ma non la Cina che – e sembra surreale dirlo – è rimasta l’unica a difendere l’ordine internazionale e le sue istituzioni. L’unica, poiché anche l’Unione Europea si prepara a svolgere il suo ruolo ancillare verso la Casa Bianca. Interessante notare come persino la visione russa di mondo multipolare sia preferibile alla surreale creazione di questo Board of Peace: i più curiosi leggano: Perché il multipolarismo russo non è quello che pensiamo”  e poi si interroghino se, di fronte agli imperi che la circondano, la soluzione per l’Europa è riarmarsi e farsi anch’essa impero, come taluni auspicano.

A metà del guado

Comunque vada, la nascita di questo Board of Peace evidenzia una volta di più il tramonto dell’ONU che paga la propria incapacità a riformarsi. Il mondo di oggi è assai diverso da quello uscito dalla Seconda guerra mondiale e davvero non si capisce il senso di avere una Francia o un Regno Unito (con diritto di veto) nel Consiglio di Sicurezza. Forse lo shock Trump sarà salutare e spingerà gli attori globali a costruire un nuovo equilibrio internazionale oppure, scenario peggiore, si proseguirà verso una competizione sempre maggiore, con tutto il corollario di guerre e distruzione. Solleva tuttavia più di una perplessità la partecipazione dell’Italia, e dell’Unione Europea a questo organismo, sia pure come “osservatori”, poiché contribuiscono a dare legittimità a un progetto che non tutela né gli interessi italiani, né quelli europei. Come sempre, l’Europa è a metà del guado. Talmente a metà del guado da esserci caduta dentro.

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Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e ISPI. Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore e curatore di "La guerra di Indipendenza ucraina" (Morcelliana, 2025) e "Ucraina, alle radici della guerra" (Paesi edizioni, 2022). Tra le principali pubblicazioni in ambito giornalistico c'è "Interno Pankisi, dietro la trincea del fondamentalismo islamico" (Infinito edizioni, 2022) e "Congo, maschere per una guerra" (Quintadicopertina editore, 2015). Dal 2023 è tra gli organizzatori di Estival, il festival dell'Europa centro-orientale di Trento.

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