nucleare

Non più “New START”: verso la mezzanotte nucleare?

Per la prima volta dalla firma del SALT I nel 1972, il 5 febbraio 2026 segna la fine di oltre mezzo secolo di deterrenza nucleare reciproca, che si conclude con – l’ampiamente evitabile – scadenza del New START, Measures for the Further Reduction and Limitation of Strategic Offensive Arms (Misure per l’Ulteriore Riduzione and Limitazione per gli Armamenti Strategici Offensivi). Firmato nel 2010, con durata decennale, e prolungato per ulteriori cinque anni nel 2021 sotto l’amministrazione Biden, il New START era uno degli accordi più importanti per prevenire una catastrofica guerra nucleare fra le potenze della Guerra Fredda.

Nessun accordo in vista

La fine – unilaterale e non ufficiale – del Trattato era stata minacciata, se non annunciata, già nel 2023 dal Presidente Putin, in ritorsione alla presenza americana nel conflitto ucraino, con l’immediata sospensione del mutuo scambio di informazioni e del diritto di visita ai siti nucleari. Ciononostante, il Cremlino ha dichiarato di agire in “buona fede”, rispettando i limiti quantitativi imposti dal New START per la rimanente validità del Trattato. Parallelamente, Mosca ha amplificato il proprio signalling nucleare, promuovendo una politica più assertiva, caratterizzata da richiami al proprio arsenale, esercitazioni militari e dall’esternalizzazione delle proprie testate non strategiche in Bielorussia.

Il mancato rinnovo di un accordo sulla proliferazione nucleare si colloca in un più ampio e preoccupante contesto di riluttanza nella promozione di cooperazione internazionale, segnato da numerosi ulteriori Trattati –Intermediate-Range Nuclear Forces Agreement, Open Skies Treaty, the Conventional Armed Forces in Europe Treaty – ormai finiti nel dimenticatoio globale. In un tentativo last minute di collaborazione da parte di Mosca, Vladimir Putin aveva suggerito la disponibilità a prolungare di un ulteriore anno il New START, in modo da poter negoziare un nuovo accordo che riflettesse le mutate necessità strategiche. Sebbene Rose Gottemoeller, ex negoziatrice americana del New Start, avesse considerato la proposta facilmente accettabile, dalla Casa Bianca non è mai stata formulata una risposta, contribuendo passivamente alla scadenza dell’accordo.

Chi tutto vuole, nulla stringe

L’ingresso in questa nuova epoca di deterrenza nucleare è stato segnato da due approcci tanto diversi quanto significativi. Da un lato, il Cremlino, nel tentativo di (ri)affermarsi come grande potenza, propone una postura che sottolinea la propria superiorità morale rispetto all’antagonistico Occidente (si legga gli Stati Uniti), richiamando la ricerca del dialogo e “l’intenzione di agire in modo responsabile e bilanciato”. Dall’altro, tali pretese morali vengono ridimensionate dall’apparente menefreghismo del Tycoon, che si limita a osservare che, una volta scaduto un Trattato, “se ne farà un altro, migliore”.

Da una parte, Donald Trump intende riformulare l’accordo in maniera più ampia, includendo anche la Cina, la quale sta a sua volta incrementando il proprio arsenale nucleare, con buone probabilità di raddoppiarlo entro il 2030; dall’altra, Mosca pretende che a loro volta vengano coinvolte anche le piccole potenze nucleari europee, tra cui Francia e UK. L’allargamento del dialogo verso Pechino, che al momento rifiuta categoricamente, porrebbe gli Stati Uniti a dover gestire contemporaneamente due potenze, rendendo il calcolo della deterrenza molto più complicato rispetto alla Guerra Fredda.

Il rischio di proliferazione globale

Anche i paesi nucleari minori – Iran, Corea del Nord, Israele e Pakistan – guardano agli sviluppi della faccenda, che segna un profondo indebolimento anche del Trattato di non proliferazione nucleare (Npt), segnalando potenzialmente il via libera all’arricchimento del proprio arsenale. Il fantasma di una proliferazione incontrollata aleggia sempre più tetro, alimentando insicurezza e instabilità e spingendo ogni potenza nucleare a presupporre il peggio e a ricorrere al riarmo come deterrente, incappando in quello che John Herz definisce il “paradosso della sicurezza”, le cui conseguenze possono essere solo catastrofiche. Esattamente queste sono le preoccupazioni del Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, il quale ha invitato i due paesi a rivedere immediatamente le proprie posizioni. Secondo Darya Dilzikova, ricercatrice associata del Programma sulla Proliferazione e Politiche Nucleari del britannico RUSI, ad oggi ci sono tutte le avvisaglie della volontà di aumentare le proprie capacità strategiche e di modernizzare la propria forza nucleare.

La creazione di un nuovo trattato sulla proliferazione risponderebbe alle necessità di sicurezza globale nell’ambito della non proliferazione. In questo contesto, per Mosca – che interpreta le relazioni con l’Occidente sotto una lente di deterrenza muscolare – riaprire il dialogo significherebbe un fondamentale riconoscimento del proprio status di grande potenza; per gli USA, invece, costituirebbe l’ennesima prova di forza, riflesso di una mentalità ormai consolidata: “my way or no way”.

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Chi è Camilla Valle

Laureata in Lingue Straniere presso UniTo, si sposta sulle Relazioni Internazionali studiando East European and Eurasian Studies presso l'Università di Bologna. Principale interesse nella sicurezza e difesa dell’area artica e russa. Attenzione crescente verso la regione dell'Asia Centrale e i suoi sviluppo geopolitici.

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