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Libertà e sicurezza, la zona grigia della democrazia

Garantire l’insicurezza

Libertà e sicurezza non sono concetti che vanno d’accordo. Diceva John Barclay che «o rendi agli uomini la loro libertà o dai ad essi la sicurezza, per la quale abbandoneranno la libertà». Era il 1621, e il concetto di sicurezza si è molto evoluto da allora, tanto che garantire la sicurezza è oggi tra i compiti dei governi. Tuttavia, come ha spiegato Michel Foucault, i governi hanno fin da subito compreso l’utilità dell’insicurezza: evitando di prevenirne le cause economiche, politiche, ambientali, essi si mostravano pronti a governarla, indirizzandola verso il proprio utile. L’insicurezza diventa così necessario strumento di governo, e di potere. È controintuitivo, ma solo garantendo insicurezza il potere si giustifica: l’emergenza è ciò che rende possibile l’azione del governo. Quando una nuova legge «per la sicurezza» viene varata è sempre a seguito di una «emergenza» dovuta alla mancata prevenzione delle cause sociali o ambientali che la determinano. E le leggi «per la sicurezza» hanno sempre un carattere restrittivo rispetto alle libertà individuali. Restrittivo ed eccezionale. C’è il terrorismo, non puoi uscire. C’è il virus, non puoi protestare. C’è la guerra, non puoi dissentire. L’eccezione diventa rapidamente la regola: i poteri speciali, le deroghe rispetto ai diritti costituzionali, smettono di essere misure temporanee, «eccezionali» appunto. È così che una democrazia diventa qualcos’altro, una «democratura», un regime ibrido.

In nome della patria

Gli Stati Uniti sono forse la prima democrazia occidentale in cui libertà e sicurezza sono entrati in conflitto. Era il 2001, all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle, quando il presidente George W. Bush vara il Patriot Act, una norma che rinforza il potere dei corpi di polizia e di spionaggio statunitensi con lo scopo di ridurre il rischio di attacchi terroristici negli Stati Uniti, intaccando di conseguenza la privacy dei cittadini e la loro libertà di espressione. Quattordici disposizioni su sedici previste da questa legge sono state rese permanenti. Se oggi gli Stati Uniti si trovano in un’evidente fase di compressione dei diritti costituzionali, è proprio a causa di quella legge che rappresentò il primo compromesso al ribasso tra libertà e sicurezza. In Europa abbiamo imparato presto.

libertà e sicurezzaIl controllo sociale

Così, nel novembre 2024, il parlamento tedesco ha varato una legge per “proteggere, preservare e rinforzare la vita ebraica in Germania” secondo cui le critiche al governo israeliano sono assimilabili ad antisemitismo, e quindi punibili per legge. Un reato d’opinione bell’e buono. Nessuno nega che l’antisemitismo sia un problema serio in Germania, ma invece di prevenire questa deriva culturale, si agisce con l’estensione del reato punendo, di fatto, il dissenso. Paradossalmente, pur essendo l’antisemitismo un fenomeno largamente riconducibile alla destra estrema, la legge ha finito per colpire quanti sostenevano o manifestavano solidarietà verso i diritti del popolo palestinese: una fetta di opinione pubblica tradizionalmente di sinistra. Un caso?

Donatella Della Porta, autrice di “Guerra all’antisemitismo. Il panico morale come strumento di repressione” (Altreconomia, 2024) spiega: “Gli imprenditori morali – dai giornalisti ai politici, dagli opinionisti ai legislatori – innescano e guidano un sentimento di panico, con il potenziale effetto di nuove leggi che aumentano il controllo sociale”. Il controllo sociale è il fine ultimo delle leggi «per la sicurezza»: con la scusa del terrorismo, delle epidemie, dell’antisemitismo, del filorussismo, si tacitano le voci di dissenso.

Non serve un giudice quando hai un fact-checker

Un caso interessante è quello di Jaques Baud, ex colonnello di stato maggiore dell’esercito svizzero, che ha servito presso il Comando NATO e le Nazioni Unite, accusato di “propaganda filorussa” da parte di Conspiracy Watch, un think tank impegnato nel combattere “il complottismo, il negazionismo, l’antisemitismo” finanziato attraverso i Fonds Marianne, un fondo francese gestito da Màrlene Schiappa, esponente del governo Macron (finita a sua volta sotto inchiesta per malversazione). Ebbene, la denuncia di Conspiracy Watch ha spinto la Commissione Europea a inserirlo nella lista delle persone soggette a sanzioni con l’accusa di agire “come portavoce della propaganda filorussa e diffonde teorie cospirative, ad esempio accusando l’Ucraina di aver inscenato la propria invasione per entrare nella NATO”. Gli sono così stati bloccati i conti bancari e il diritto di viaggiare all’interno dell’Unione Europea. Sia chiaro, nessun giudice lo ha condannato, non c’è un’indagine giudiziaria a suo carico, non è in attesa di processo. Niente. Markus Schefer, professore di diritto costituzionale dell’Università di Basilea ha criticato le sanzioni: “Le autorità non possono limitare le opinioni solo perché non sono di loro gradimento”. Punirne uno per educarne cento.

Il proliferare degli “osservatori” e dei think tank impegnati a difendere le nostre democrazie dalle avverse propagande finiscono facilmente per praticare censure e limitazioni della libertà di espressione. In nome della sicurezza, perdiamo libertà. Un caso interessante è quello occorso ad Alessandro Barbero, professore noto al largo pubblico, la cui opinione su un referendum è stata oscurata dai social-media dopo che un sedicente responsabile di fact-checking ha denunciato come “fake-news” il pensiero del suddetto professore. A che servono i giudici per condannare qualcuno, quando abbiamo i Conspiracy Watch e gli esperti di fact-checking?

Il Ministero della Verità

Nel 2014 il governo ucraino guidato da Petro Poroshenko istituì un nuovo ministero, quello delle politiche dell’informazione (Міністерство інформаційної політики), che aveva lo scopo dichiarato di “proteggere lo spazio dell’informazione dell’Ucraina dalla propaganda russa”. All’epoca i giornalisti ucraini insorsero, e con loro Reporters without borders si oppose decisamente alla creazione del ministero; il suo direttore Christophe Deloire spiegò come “in una società democratica, i media non dovrebbero essere regolati dal governo. La creazione di un ministero dell’informazione è la peggiore risposta possibile alle sfide serie che il governo sta affrontando”. Quando, nel 2020 il governo Zelensky elaborò una legge sulla disinformazione volta a “garantire la sicurezza delle informazioni nazionali e il diritto di accedere a fonti e notizie affidabili” la puzza di censura fu tale che l’Unione nazionale dei giornalisti dell’Ucraina (NUJU) e la Federazione europea dei giornalisti (EFJ) levarono gli scudi contro la legge, ma invano. Ancora una volta l’emergenza sicurezza giustificava misure “eccezionali”.

Frammentare la società

Mettere a tacere il dissenso in nome della sicurezza procede di pari passo con la frammentazione della società. Nel marzo del 2022 El Salvador vive uno dei fine settimana più sanguinosi della sua storia recente: le gang uccidono 87 persone in tre giorni. È in quel momento che il presidente Nayib Bukele si presenta in Parlamento e chiede poteri straordinari: per un mese vengono sospese le garanzie costituzionali. Il diritto alla difesa, quello di conoscere le accuse, la tutela della privacy, i limiti alla detenzione senza processo vengono congelati in nome dell’emergenza. Ma non c’è nulla di più eterno di ciò che è temporaneo. Per quarantadue volte consecutive lo stato d’eccezione viene rinnovato. L’eccezione diventa la regola. Il risultato? Gli omicidi passano dai 2.398 dell’anno 2019 ai 114 di oggi. La sicurezza è garantita. Le carceri si riempiono. Ma non solo di membri delle gang.

Lo spiega bene Simone Pieranni, nel suo podcast Fuori da qui:  si impongono alle forze dell’ordine quote giornaliere di arresti. Non raggiungerle significa subire sanzioni, perdere permessi, rischiare il posto di lavoro. Così si arresta a caso. A rafforzare il clima di sospetto contribuisce anche una linea telefonica per le denunce anonime. Il risultato è una caccia alle streghe in cui il vicino denuncia il vicino. Una doppia prigione, per chi è dentro ma anche per chi è fuori dalle sbarre.

La zona grigia

Il modello salvadoregno è di facile replicazione. Noi qui arrestiamo chi fa resistenza passiva, si siede per terra, colora i monumenti, fa i graffiti, con l’accusa di terrorismo. Colpiamo economicamente chi diffonde opinioni contrarie. Tacitiamo il dissenso dicendo che è propaganda, fake-news. Demonizziamo chi chiede una società più equa, chiamandoli “radicali”, “comunisti”, “estremisti”, e li manganelliamo. Accusiamo di antisemitismo chi si oppone alle politiche israeliane. Siamo in una zona grigia, in cui la sicurezza si sta mangiando la libertà. E noi siamo il pasto.

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Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e ISPI. Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore e curatore di "La guerra di Indipendenza ucraina" (Morcelliana, 2025) e "Ucraina, alle radici della guerra" (Paesi edizioni, 2022). Tra le principali pubblicazioni in ambito giornalistico c'è "Interno Pankisi, dietro la trincea del fondamentalismo islamico" (Infinito edizioni, 2022) e "Congo, maschere per una guerra" (Quintadicopertina editore, 2015). Dal 2023 è tra gli organizzatori di Estival, il festival dell'Europa centro-orientale di Trento.

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