Da Lust ad Atlas of the Universe, I film più sperimentali e particolari della selezione collaterale della Berlinale 2026.

CINEMA: l’altra Berlinale 2026

Da Lust ad Atlas of the Universe, I film più sperimentali e particolari della selezione collaterale della Berlinale 2026.

Il festival del cinema di Berlino, forse più di altri, racchiude due poli cinematografici opposti: se in sezioni come il concorso principale, Panorama o Perspectives, dominano film che potrebbero essere etichettati come mainstream, più ci si allontana dal fulcro, più le opere diventano particolari. L’abbiamo visto in passato con film come Mammalia, The Editorial Office, o Letters from Wolf Street, presentati nella sezione Forum. Anche quest’anno, sono vari i film sperimentali della Berlinale.

Hear the Yellow, dir. Banu Sıvacı

Presentato nella sezione Forum, il film ripropone la classica storia incentrata sul ritorno al paesino provinciale d’origine, pretesto narrativo piuttosto comune in un certo cinema dell’area orientale che spesso permette di compiere osservazioni sulla radicale presenza di tradizioni retrograde o sulla perdita identitaria apportata dalla globalizzazione. Hear the Yellow non sceglie nessuna delle due strade, o forse le sceglie entrambe: la protagonista, Suna (interpretata dalla cantante d’opera Selva Erdener), torna per il matrimonio di un nipote. Ben presto alcune conversazioni con il fratello alludono però ad un crimine commesso in passato da un abitante del villaggio, ad una loro sorella uccisa quando erano bambini. Mentre Suna ancora si sta riambientando nella loro vecchia casa di famiglia (ora segnata da una pericolosa crepa), la sua gatta Leyla scompare. Questa doppia indagine, alimenta il motore del film, con digressioni continue sulle insicurezze di vari membri della famiglia del fratello di Suna, i cui figli preferirebbero una vita in città, mentre lui cerca di risollevarsi dai debiti investendo in un allevament0 di buffali. Hear the Yellow aspira ad essere un film meditativo, e spesso riesce a distaccarsi dai margini netti di una trama, soffermandosi sul paesaggio della provincia dell’entroterra anatolico. Nell’essenza, però, questo distacco non avviene sufficientemente, il ritmo resta serrato e lo svolgimento degli eventi non è abbastanza innovativo.

On our own, dir Tudor Cristian Jurgiu

Risulta difficile raccontare la trama del film rumeno On our own, desumendola dalla sola visione del lungometraggio: è effettivamente più il Q&A che segue il film a chiarire che l’argomento tematico è la pratica apparentemente diffusa in area rumena-moldava del semi-abbandono dei minori da parte di genitori assenti, magari addirittura impiegati all’estero. Il film, di coproduzione italiana, presenta una serie di personaggi, senza chiarire immediatamente i loro rapporti interpersonali. Circa a metà film diventa piuttosto chiaro che il gruppo di minorenni presenti nel film si è aggregato progressivamente e non fa parte di uno stesso nucleo familiare. Una scelta coraggiosa del film è di tacere per quanto riguarda il contesto, di incoraggiare l’improvvisazione, generando scene in cui è difficile percepire il nesso logico tra comportamenti dei personaggi. Il risultato può essere alienante quanto attraente, e nel caso del pubblico della sals CUBIX della Berlinale, di certo è stato l’entusiasmo a prevalere. Anche On our own fa parte del programma del Forum.

Lust, dir. Ralitza Petrova

Ralitza Petrova, vincitrice del Pardo d’Oro di Locarno con il suo film di debutto Godless, torna un decennio dopo con il suo secondo lungometraggio. Lust è un film difficile da inquadrare: essenzialmente, la protagonista Lilian, lavora negli Stati Uniti come giudice di sorveglianza, quando scopre che il padre biologico, recentemente deceduto, le ha lasciato l’eredità, e soprattutto ingenti debiti. Quello che sembra essere il motore della trama rimane piuttosto un pretesto: Lilian è un personaggio molto chiuso, che ha un rapporto molto ostile nei confronti della propria sessualità. La scoperta di certe tendenze del padre defunto sembra avvicinarla all’accettazione di sé, ma il film intenzionalmente è dominato da silenzi e da elementi che rimangono irrisolti. Assume un ruolo importante, nel film, lo Shibari, una tradizione giapponese spesso associata a pratiche BDSM. Lust è un film che si carica sul mistero, e che a sua volta carica il mistero di un significato difficile da esprimere in parole, e non è un caso che la protagonista è interpretata da Snejanka Mihaylova, autrice e performance artist.

If pigeons turned to gold, dir. Pepa Lubojacki

Forse uno dei film più sperimentali del programma Forum, il film nasce come opera di analisi, da parte di Pepa Lubojacki, delle cause e conseguenze delle vite di alcuni suoi familiari tossicodipendenti, per cercare di superare gli stigmi sociali che ne derivano. Utilizzando immagini riprese con lo smartphone, foto d’archivio (che, in alcuni casi, vengono fatti “parlare” con effetti speciali), suoni e voci fuori campo, Nel film di Lubojacki convivono passato e presente all’interno di una narrazione caleidoscopica ma nel complesso coerente.  Il film si inserisce in una vera e propria tradizione ai margini del cinema ceco più sperimentale, presente annualmente alla Berlinale.

Atlas of the Universe dir. Paul Negoescu

Parte della sezione Generation Kplus, dedicato ad un cinema destinato ad un pubblico dell’infanzia, Atlas of the Universe è esplicitamente un film di tale destinazione, un tipo di opera piuttosto inusuale in un cinema conosciuto principalmente per opere piuttosto mature. A sceneggiare il film non è altri che Mihai Mincan, regista noto per To the North e per Milk Teeth, entrambi presentati a Venezia. Milk Teeth, in particolare, è un film incentrato su bambini, ma che si sofferma sulla vicenda piuttosto cupa della sparizione di una bambina nell’epoca Ceausescu, evento visto dalla prospettiva dei suoi coetanei, con una certa autorialità e controllo registico dell’atmosfera inquietante. Atlas of the Universe non potrebbe essere più diverso: il protagonista Filip deve acquistare delle scarpe nuove per una partita di calcio, ma in negozio per sbaglio gli danno una scatola con scarpe spaiate. Il negoziante si ricorda di aver già venduto un paio simile ad un altro ragazzo, in un paese limitrofo, e quindi Filip parte alla ricerca della scarpa mancante. L’odissea lo porterà a vari incontri Collodiani, tra un bisbetico proprietario di un’Asino che viene dipinto a strisce per sembrare una Zebra e una bambina ungherese che lo trascina letteralmente tra le giostre. Si tratta di un film sicuramente “leggero” (specie in ambito rumeno), con la comparsa di attori già noti per collaborazioni con Mungiu, come Marin Grigore. Atlas of the Universe non è di certo un capolavoro del cinema rumeno, e spesso il ritmo, o l’eccessivo appoggio su estetiche già viste in un cinema destinato all’infanzia, lo rendono un film non del tutto innovativo. Nonostante questo, raggiunge lo scopo: divertire, raccontare una breve storia, ed intrattenere un pubblico giovane con una certa autorialità.

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Chi è Viktor Toth

Critico cinematografico specializzato in cinema dell'Europa centro-orientale, collabora con East Journal dal 2022. Ha inoltre curato le riprese ed il montaggio per alcuni servizi dal confine ungherese-ucraino per il Telefriuli ed il TG Regionale RAI del Friuli-Venezia Giulia.

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