Traces di Alisa Kovalenko e Marysia Nikitjuk, presentato alla Berlinale nella sezione Panorama, racconta il trauma taciuto delle vittime di torture ed abusi durante la guerra in Ucraina.

CINEMA: Berlinale – la fragilità del trauma in Traces

Traces di Alisa Kovalenko e Marysia Nikitjuk, presentato alla Berlinale nella sezione Panorama, racconta il trauma taciuto delle vittime di torture ed abusi durante la guerra in Ucraina.

Ormai è quasi diventata una triste, ma necessaria tradizione della Berlinale, la presenza di cinema documentario riguardante l’invasione dell’Ucraina. Forse perché il caso ha voluto che l’edizione del 2022 si concludesse solamente quattro giorni prima dell’inizio dell’invasione su vasta scala. Così, negli anni successivi, il programma della Berlinale ha presentato un intero canone documentaristico, che abbiamo seguito ciascun anno, a partire da In Ukraine del 2023, Intercepted del 2024, fino a Time to the Target di Vitaly Mansky, presentato nel 2025. Quest’anno è uno solo il documentario riguardante l’Ucraina: Traces.

Il film, presentato nella sezione Panorama della Berlinale, segue Iryna Dovhan, la donna che nel 2014 fu resa nota per una serie di fotografie che hanno fatto il giro del Mondo e che la raffriguravano legata ad un palo della luce mentre veniva assalita da passanti, incitati dalle milizie separatiste. Liberata grazie alla pressione mediatica e rifugiatasi in Ucraina occidentale, Dovhan ha fondato il ramo ucraino dell’ente SEMA, per la tutela delle vittime di abusi e torture durante il conflitto. In Traces, la troupe segue Dovhan mentre si avvicina a donne vittime di violenze sessuali o torture a seguito dell’invasione del 2022.

Alisa Kovalenko è un nome già ben noto in ambito documentaristico, che nel 2023 ha presentato, sempre a Berlino, We will not fade away, film in seguito diffusissimo nel circuito dei festival. Le sue esperienze personali si legano direttamente alla tematica del documentario: nel 2014, fu catturata dai separatisti del Donbas e subì lei stessa violenze e torture durante la prigionia. Si trattava di un’opera piuttosto classica, in termini di impostazione documentaristica, con una narrazione che fa molto riferimento all’impatto emotivo dello spettatore. Marysia Nikitjuk è invece meglio conosciuta per il suo film di debutto, When the trees fall (2018), un film di finzione, che si discosta molto da convenzioni e logiche coerenti, seguendo una linea onirico-poetica, per descrivere i traumi dei suoi protagonisti, donne e ragazze la cui vita è tristemente segnata dalla violenza che le circonda. Kovalenko e Nikitjuk non potrebbero essere cineaste apparentemente più distanti tra loro, eppure, hanno scelto di dirigere insieme il documentario Traces. Eppure, dalla loro collaborazione nasce un film in cui riescono a permanere entrambe le dimensioni: la struttura, nella quale il film segue il percorso di un personaggio protagonista come filo conduttore, è molto tradizionale, come nei precedenti film di Kovalenko. Ciascun incontro e conseguente testimonianza delle vittime, però, attiva sequenze che risuonano meglio con i film di Nikitjuk. La voce fuori campo viene accompagnata da una rappresentazione degli spazi o dei dettagli che esula il documentaristico, si addentra tra le crepe di una finestra o i raggi di luce tinti d’azzurro dal colore del vetro, per esempio, in una delle scene più notevoli. La coesistenza di queste dimensioni rende Traces a sua volta un film piuttosto fragile, che rischia di sfaldarsi, ma proprio questa sua forma forse le rende forza, un po’ come per le storie che racconta.

Traces non ha attualmente una distribuzione italiana.

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Chi è Viktor Toth

Critico cinematografico specializzato in cinema dell'Europa centro-orientale, collabora con East Journal dal 2022. Ha inoltre curato le riprese ed il montaggio per alcuni servizi dal confine ungherese-ucraino per il Telefriuli ed il TG Regionale RAI del Friuli-Venezia Giulia.

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