In competizione principale al Festival di Berlino 2026, Yellow Letters riporta il regista di origini turche alle proprie radici.
Nel 2023, alla Berlinale ha fatto molto discutere il film La sala dei professori, quarto lungometraggio di İlker Çatak. Un film che ha saputo cogliere, in un momento curciale, il diffuso malessere che si respira nella maggior parte dei sistemi scolastici europei, in parte per una sempre più diffusa tensione tra insegnanti e genitori, o per imposizioni dall’alto che di fatto soffocano un ambiente che dovrebbe formare le generazioni future. Il film tedesco è stato presentato praticamente ovunque, uscendo nel 2024 anche in Italia nelle sale. Çatak, tedesco per nascita e formazione, ma di discendenza turca, si avvicina alle proprie origini solo parzialmente in La sala dei Professori, inscenando una sottotrama in cui uno studente sembra essere perseguito in quanto di origine turca, mentre con il suo nuovo film, Yellow Letters, ha deciso di affrontare una tematica molto più legata al paese d’origine dei suoi genitori.
Ambientato ad Ankara ed Istanbul, il film è però stato interamente girato in Germania: ad informare lo spettatore è il film stesso, che, nell’indicare i luoghi in cui il film è ambientato, evidenzia che Berlino rappresenta Ankara ed Amburgo rappresenta Istanbul. L’intreccio non lo esplicita mai, i personaggi si comportano e muovono come se effetttivamente si trovassero nelle città dell’Anatolia, ma le location sono evidenti: in una scena, il protagonista maschile interpretato da Tansu Biçer è palesemente su una S-Bahn berlinese; le manifestazioni contro il governo turco vengono visualizzate con immagini tratte da manifestazioni pro-LGBT o pro-Palestina avvenute nella capitale tedesca. Si tratta di una scelta forse unica per un film che, per il resto, si presenta ad un vasto pubblico e non come un’opera sperimentale, una scelta che pone la domanda: perché il film non è stato girato in Turchia? La risposta è contenuta nella trama stessa: uno sceneggiatore-regista e la sua moglie attrice, Aziz e Derya, si ritrovano a dover fare i conti con la repressione del governo di Erdogan a causa delle loro critiche contenute in uno spettacolo di successo.
Se il film parte con alcune scelte piuttosto geniali, e un’elegante messinscena, nella seconda metà perde la sua grinta: una storia che dovrebbe perlomeno eguagliare la tensione contenuta ne La Sala dei Professori, dato il contenuto politico e il crescente rischio di conseguenze serie per i protagonisti, non riesce a trasmettere l’angoscia che dovrebbe incutere. Il film opta per una serie di scontri verbali che ricordano troppo da vicino le serie televisive turche tanto diffuse a livello internazionale, forse per una scelta intenzionale, dato che in certe scene i personaggi stessi scherzano sul fatto che le loro frasi ricordano quel genere televisivo, o la sottotrama che vede Derya scegliere di lavorare ad una soap televisiva “vendendo” la propria integrità artistica, ma il film non fornisce sufficienti indizi per motivare questa presa di direzione. Ripensando di nuovo al precedente film di Çatak ed alla sua lucidità nel rappresentare lo stress di una professoressa delle medie in una piccola scuola di periferia, è irreale che, in un film dello stesso regista, nel quale un duo di protagonisti ad un certo punto si ritrova dinnanzi al rischio di un processo per terrorismo, non si evochino sensazioni comparabili.
Yellow Letters arriverà nelle sale italiane, distribuito da Lucky Red.
East Journal Quotidiano di politica internazionale