Dal 12 al 22 Febbraio, la Berlinale 2026 ospiterà molte anteprime mondiali di cinema diretto da autori est europei, da Mundruczó a Nikitjuk.
Ormai è definitivo: il festival di Berlino non è più la vetrina sul cinema dell’Est Europa che è stato un tempo. Prima della pandemia COVID, il concorso della Berlinale ha presentato molte delle opere e dei cineasti che divennero più importanti sullo scenario mondiale. Storicamente, qui ottennero il riconoscimento al miglior film, l’Orso d’Oro, cineasti come l’ungherese Márta Mészáros, la sovietica (di origini ucraine) Larisa Shepitko, o più recentemente il rumeno Radu Jude nel 2021 — l’anno in cui la Berlinale è stata tenuta online. Il recentemente scomparso Béla Tarr non a caso presentò Il Cavallo di Torino a Berlino nel 2011. Eppure, dal 2022, l’Est Europa ha ricoperto uno spazio decisamente secondario, all’interno di una selezione sempre più interessata ad anteprime statunitensi. Il risultato è che ciascun anno della Berlinale appare sbilanciato: il 2025 ha visto vari film notevoli, tra cui Kontinental ’25 di Radu Jude, o Little Trouble Girls di Urška Djukić (in Italia uscito con il titolo La Ragazza del Coro). L’edizione 2026 si prefigura come “meno ovvia”, in termini di presenza Est Europea.
In concorso ritroviamo un nome cardine del cinema ungherese contemporaneo: Kornél Mundruczó. Il suo film, At the Sea, è però una produzione statunitense, con Amy Adams protagonista. Sempre nel concorso si ritrovano due film turchi: Ilker Çatak, già noto per La sala dei professori (2023), di origine turca ma sviluppatosi in ambito tedesco, presenta Yellow Letters, film ambientato in Turchia; l’altro fim è Salvation di Emin Alper, di ambientazione rurale. In totale, la Turchia è presente con sei lungometraggi, sparsi tra le sezioni, una quantità inusuale per un qualsiasi festival, e non necessariamente motivato dalla minoranza turca presente in Germania.
Dal 2022, la Berlinale ha regolarmente ospitato documentari sulla guerra in Ucraina, e quest’anno propone, nella sezione Panorama, Traces di Alisa Kovalenko e Marysia Nikitjuk, opera interessante non solo per il tema — il rapporto delle donne vittime di agressione e tortura con il loro trauma — ma anche per i cineasti coinvolti: Kovalenko aveva già presentato a Berlino We will not fade away, mentre Nikitjuk è nota per il suo lungometraggio di debutto, When the trees fall, opera di finzione dai tratti poetici-fantastici. Due voci autoriali che parrebbero in deciso contrasto ma che collaborano su uno stesso lungometraggio. Tra le altre segnalazioni, citiamo, nella sezione forum, Lust della bulgara Ralitza Petrova, e dalla sezione perspectives, dedicata alle opere prime, 17 di Kosara Mitic.
Saremo presenti all’edizione 2026 della Berlinale per raccontare il festival ed i suoi film.
East Journal Quotidiano di politica internazionale