di Lavinia Bagnai
La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) condanna la Serbia al pagamento dei danni a due richiedenti asilo di nazionalità afghana, illegalmente respinti in Bulgaria nel 2017. Rimangono i problemi nel sistema di accoglienza e i respingimenti alle frontiere.
Trattenuti in maniera arbitraria dalle autorità serbe, in condizioni degradanti, per poi essere espulsi collettivamente in Bulgaria. Una storia tra le tante emerse dalla rotta balcanica, destinata a rimanere sconosciuta se non fosse stato per la sentenza della CEDU “O.H. and others vs. Serbia”, arrivata il 3 febbraio di quest’anno. La sentenza riguarda il caso di un gruppo di 25 persone di nazionalità afghana, arrestate dalla polizia serba con l’accusa di attraversamento illegale di frontiera.
I fatti
La notte del 3 febbraio 2017, le persone migranti si trovavano nei pressi di Dimitrovgrad, zona di confine con la Bulgaria, quando sono stati individuati da membri della polizia di frontiera, dell’esercito e della Gendarmeria e condotti nella centrale di polizia di Gradina. Lì sono stati detenuti per qualche ora per poi essere portati a Pirot davanti alla Corte per reati minori nel primo pomeriggio. A Pirot, il giudice ha deliberato che condannare il gruppo di migranti per attraversamento illegale di frontiera sarebbe contrario al principio di “non punizione” per ingresso irregolare dei richiedenti asilo, in quanto gli imputati avevano espresso la volontà di richiedere asilo in Serbia. La polizia avrebbe dovuto quindi applicare la procedura prevista dalla legge sull’asilo e affidarli alle autorità competenti, quali il Commissariato per i Rifugiati e le Migrazioni della Serbia. Quello che ha fatto invece è stato caricare i migranti su un furgone, confiscargli i documenti per la richiesta d’asilo ed espellerli al confine bulgaro, nella notte e con temperature sotto zero.
L’iter giudiziario
Dopo essere stati espulsi, alcuni dei migranti rimasero in Bulgaria, mentre due di loro rientrarono in Serbia e si registrarono come richiedenti asilo. Furono in diciassette a presentare un ricorso davanti alla Corte costituzionale serba il 3 marzo 2017, sostenendo che i loro diritti erano stati violati. Nel 2020, la Corte riconobbe che le autorità serbe erano colpevoli di alcune violazioni, tra cui l’espulsione senza decisione formale e senza esame individuale, contraria all’ordine del tribunale e con elementi di trattamento inumano per le modalità con cui era stata effettuata. Inoltre, la Corte accertò che la polizia non aveva procurato un avvocato alle persone in detenzione, privandole del diritto di contestare la stessa. La Corte stabili’ inoltre un risarcimento di 1000 euro a persona per il danno subito. Inizialmente tutti i diciassette presentarono ricorso anche alla CEDU, ma solo due di loro proseguirono col ricorso fino alla sentenza finale del 2026, quando la CEDU ha riconosciuto la violazione di espulsione collettiva e detenzione illegale, aggiungendo che le autorità non avevano verificato se i richiedenti asilo avrebbero ricevuto un trattamento adeguato in Bulgaria. La Corte ha affermato che la Serbia deve pagare 5000 euro ai due ricorrenti entro tre mesi dalla data in cui la sentenza diventa definitiva.
L’avvocato che rappresenta le vittime ha definito in un’intervista a Radio Slobodna Evropa, “storica” la sentenza della Corte Europea, aggiungendo che questa “contribuirà a sviluppare la prassi giudiziaria in casi simili”. Sarebbe rilevante, secondo lui, che la Corte si sia espressa esplicitamente sulle condizioni in cui è stato effettuato il respingimento, definendo come trattamento inumano e degradante l’atto stesso di trasportare le persone migranti, abbandonarle nella foresta e lasciarle al freddo. Le autorità serbe non hanno per ora rilasciato dichiarazioni ufficiali in merito al verdetto e la notizia rimane assente dai media vicini al governo, mentre è comparsa su media indipendenti. Il governo si trova a dover rispondere ad una notizia che contrasta con la narrazione criminalizzante più in voga sui media tradizionali. Secondo la CEDU, i migranti in questione non sono criminali, ma vittime accertate. Inoltre, commentare la sentenza significherebbe per il governo doversi confrontare con le carenze in ambito di rispetto dei diritti umani, tra cui le accuse da parte di varie ONG di effettuare tutt’oggi respingimenti illegali.
Le fragilità nel sistema di accoglienza in Serbia
La sentenza della CEDU arriva in un momento in cui l’attenzione mediatica sulla rotta balcanica è particolarmente bassa, complice anche il calo degli attraversamenti. Se i numeri degli attraversamenti illegali nell’UE sono in costante calo secondo Frontex, -22% rispetto all’anno scorso, ancora più lo sono quelli sulla rotta balcanica, il 47% in meno rispetto al 2024. Tuttavia, i passaggi dalla Serbia non si sono completamente arrestati e gli ingressi irregolari sarebbero 9.567 dall’inizio dell’anno, diminuiti del 49% rispetto allo scorso anno secondo la Commissaria per i rifugiati e le Migrazioni Natasa Stanisavljevic. La percezione che non ci siano più persone migranti è data anche dal fatto che la migrazione si è spostata “fuori dai radar” del sistema di accoglienza, secondo Radoš Đurović, avvocato e ricercatore al Centro per la Protezione dell’Asilo (CPA) di Belgrado. “ I migranti per lo più non entrano nel sistema e scelgono opzioni di alloggio alternative” afferma Đurović, “principalmente perché vogliono mantenere la mobilità e non essere limitati a stare nei centri di accoglienza”. La capienza totale di questi centri sarebbe di circa 3000 posti, ma sono solo 235 i migranti ospitati. L’accesso è possibile solo dopo essersi registrati presso le stazioni di polizia. Secondo il database AIDA (Asylum Information Database), coordinato dall’European Council on Refugees and Exiles, questo non permetterebbe di differenziare tra persone che hanno un serio interesse di richiedere asilo in Serbia e persone che cercano solo un posto temporaneo, lasciando quest’ultima categoria in posizione particolarmente fragile.
Chi per vari motivi sceglie di non farsi registrare, spesso si affida a reti di trafficanti per avere un posto dove soggiornare e aiuto per entrare in UE. Così facendo però, le persone si esporrebbero ai rischi derivanti dalla condizione illegale, tra cui i respingimenti da parte della polizia. La rete di ONG “Border Violence Monitoring Network” afferma che i “pushbacks” dalla Serbia verso la Bulgaria non si sono mai fermati e ora sempre più frequentemente vengono espulsi verso la Macedonia del Nord. Nel febbraio 2024, un video diffuso dall’ONG macedone Legis ha documentato quello che sarebbe stato un respingimento forzato di migranti dalla Serbia verso la Macedonia del Nord, fatto accaduto vicino al villaggio di Lojane. Il video, condiviso dalla ONG al Guardian, mostra uomini in biancheria intima e apparentemente costretti a tornare oltre il confine serbo in condizioni di freddo intenso. Commentando il video, Dunja Mijatovic, Commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa, aveva affermato che le segnalazioni di presunti respingimenti richiederebbero un’indagine rapida ed efficace da parte delle autorità statali. La polizia non aveva risposto alla richiesta di informazioni da parte del Guardian.
La sentenza della CEDU dovrebbe dare una indicazione sull’interpretazione della legge da parte dei giudici in futuri casi analoghi di respingimenti alle frontiere. Quanto invece la sentenza impatterà sulle criticità del sistema di accoglienza e richieste di asilo in Serbia non è ancora prevedibile.
Foto: openmigrant.org
East Journal Quotidiano di politica internazionale