In Romania il nuovo anno è iniziato con una certezza: tasse e imposte locali elevatissime, mentre la coalizione al governo vacilla.
Il pacchetto di modifiche fiscali per il quale il primo ministro Bolojan si è assunto la responsabilità in Parlamento ne ha definitivamente stabilito l’aumento e a dicembre 2025 è stato convalidato dalla Corte Costituzionale.
La Romania ha il più alto deficit di bilancio dell’Unione Europea: ha chiuso il 2025 con un deficit del 7,65% del PIL, un disavanzo eccessivo ma comunque inferiore alla revisione governativa prevista dell’8,4% con cui il governo aveva negoziato con la Commissione Europea, e le previsioni per il 2026 stimano di chiudere con cifre attorno al 6%.
Gli sforzi per ridurre il deficit sono iniziati nel 2024, quando il Ministero delle Finanze ha pubblicato il Piano di bilancio strutturale nazionale a medio termine (PBSTM), il documento ufficiale con cui la Romania ha presentato all’ UE la propria strategia di finanza pubblica e di riforme economiche, in linea con le nuove regole europee di governance economica.
Il PBTSM è, dunque, il piano con cui il governo ha spiegato come intende ridurre deficit e debito pubblico, quali riforme strutturali realizzerà, quali investimenti strategici finanzierà, come garantirà stabilità economica e crescita nel medio periodo; è la tabella di marcia economica e fiscale della Romania per gli anni 2025-2031, concordata con l’Unione Europea per riportare sotto controllo il deficit e finanziare riforme e investimenti strategici.
La Romania si trova in un momento critico del proprio sviluppo e in un contesto globale senza precedenti: una guerra ai confini del Paese che sta riscrivendo le regole della sicurezza europea, la prospettiva di forti turbolenze nelle relazioni commerciali transatlantiche e una corsa globale alla competitività e alle risorse strategiche.
Tra le riforme promesse dal governo figurano la riforma delle pensioni speciali, il miglioramento dell’efficienza dell’ANAF (il corrispettivo rumeno della nostra Agenzia delle Entrate) e la ristrutturazione del sistema della spesa pubblica. Solo l’estate scorsa, però, sono state adottate le prime misure con un impatto significativo sul bilancio, avvertite direttamente dalla popolazione, come l’aumento delle aliquote IVA al 21% e all’11% (in precedenza al 19% e al 5%).
La questione delle riforme è fondamentale per poter accedere ai finanziamenti europei del PNRR, al momento parzialmente sospesi e per cui la Commissione europea continua a tenere sotto pressione il governo rumeno.
Già nel 2023 la Commissione europea aveva temporaneamente bloccato l’erogazione della seconda tranche di 3,22 miliardi di euro perché alcune riforme richieste non erano state completate o adeguate: la CE aveva infatti segnalato alcune criticità nell’attuazione della legge rumena esistente sulla decarbonizzazione dell’economia, cioè la normativa che porta alla riduzione delle emissioni e alla transizione energetica verso fonti rinnovabili. Bruxelles chiedeva a Bucarest un quadro normativo chiaro e attuabile per decarbonizzare il settore energetico senza interrompere improvvisamente la produzione e il cui negoziato ha poi permesso di mantenere in conservazione alcune centrali energetiche a carbone (come quelle di Turceni e Rovinari) invece di chiuderle immediatamente, per garantire sicurezza energetica, ma stabilendo un piano di decarbonizzazione coordinato. La Commissione chiedeva inoltre modifiche alla legge per la tutela dei whistleblower, che in alcune parti non erano conformi agli standard europei. Il governo aveva quindi adeguato le norme per renderle compatibili con gli obiettivi intermedi del PNRR e, tramite ordini esecutivi e modifiche legislative, aveva introdotto tutti i correttivi necessari affinché la Commissione potesse approvare ufficialmente la richiesta di pagamento della tranche.
Nonostante una valutazione preliminare positiva da parte dei commissari, anche una quota significativa dei fondi della terza rata dei finanziamenti, pari a circa 2 miliardi di euro, è stata bloccata fino a che la Romania non riuscirà a raggiungere i traguardi concordati in fase di negoziazione. La terza richiesta di pagamento copre tappe importanti nell’attuazione di 37 riforme e 17 investimenti che produrranno cambiamenti positivi soprattutto nei settori della transizione verde e digitale, dei regimi fiscali e pensionistici e delle riforme sociali. Nel 2024 la Commissione aveva constatato che la Romania non aveva ancora raggiunto i traguardi relativi alle riforme di governance delle imprese statali e del regime fiscale delle microimprese. Inoltre, per ridurre in maniera significativa il deficit di bilancio, la CE chiedeva una riforma delle cosiddette “pensioni speciali”, di cui si è discusso molto durante la campagna elettorale del 2024.
Le pensioni speciali sono redditi mensili concessi a determinate categorie di pensionati, come magistrati, personale dei servizi di intelligence, poliziotti e diplomatici. Queste pensioni sono state introdotte alla fine del 1990 ed erano inizialmente destinate soltanto ai magistrati, ma il sistema si è successivamente ampliato includendo anche altre categorie professionali. Le nove leggi che regolano le pensioni speciali prevedono che i beneficiari ricevano una pensione superiore alla pensione media del sistema pubblico, la quale viene calcolata sulla base del salario medio lordo dell’economia nazionale. Il valore di una pensione speciale non dipende dai contributi versati dal lavoratore durante l’attività, come avviene per le altre pensioni: non sono basate sul principio contributivo, ma sono composte da una quota proveniente dal bilancio delle assicurazioni sociali e da una parte finanziata dal bilancio dello Stato. Concesse solo ad alcune categorie professionali, si basano generalmente su contributi più elevati e ad oggi costano allo stato circa 12 miliardi di lei ogni anno (circa 400 milioni di euro): la Commissione aveva quindi chiesto di ridurre sia i costi delle pensioni speciali che l’enorme divario tra le pensioni normali e quelle speciali.
Il Senato aveva quindi approvato un progetto di legge con alcune disposizioni importanti: veniva vietato il cumulo di più pensioni speciali e veniva introdotta un’imposizione progressiva sulla parte che superava il salario medio lordo, oltre a introdurre il divieto che le somme percepite con la pensione speciale superassero il reddito netto percepito durante il periodo di attività.
A sollevare lo scandalo, però, era stato il progetto di legge sulle pensioni militari adottato in piena campagna elettorale e votato dai parlamentari della coalizione PSD-PNL. Il progetto di legge prevedeva che l’importo delle pensioni militari di Stato già in pagamento venisse aggiornato ogni volta che aumentava lo stipendio di grado e/o lo stipendio di funzione dei militari, dei poliziotti e dei funzionari pubblici con status speciale del sistema dell’amministrazione penitenziaria. Oltre che ad essere in parte incostituzionale, il progetto di legge metteva in discussione la precedente approvazione da parte della CE degli obiettivi del PNRR raggiunti da Bucarest grazie alle disposizioni in materia di pensioni speciali approvate nei mesi precedenti.
Il Meccanismo per la ripresa e la resilienza prevede, infatti, che le riforme assunte e realizzate nell’ambito del PNRR non possano essere reversibili. L’approvazione in Parlamento del progetto di legge sulle pensioni militari veniva infatti interpretato in questa direzione sia dai commissari che dagli stessi membri del governo rumeno, a cui non è bastato un semplice cambio di denominazione per darne l’approvazione esecutiva e rischiare il blocco permanente dei fondi europei.
Il presidente Dan nel frattempo propone il coinvolgimento del SRI, i servizi segreti interni rumeni, nella lotta contro l’evasione fiscale. L’intelligence rumena aveva già collaborato in passato con l’ANAF elaborando strategie di controllo delle aziende a rischio di evasione fiscale, ma stavolta il coinvolgimento dei servizi segreti è stato fortemente criticato dal PSD e da gran parte dell’opinione pubblica rumena, per cui una nuova collaborazione sembra oggi improbabile.
La Romania fatica ancora a trovare la strada per un recupero più veloce della sanità dei conti pubblici. Le discussioni per l’approvazione del bilancio 2026 sono appena cominciate perché, secondo il governo rumeno, prima di costruire un bilancio sostenibile è necessario ridurre le spese amministrative. La discussione in Parlamento avverrà, quindi, non prima del 20 febbraio, come annunciato nei giorni scorsi dal premier Bolojan in conferenza stampa. Nel frattempo anche la tenuta della coalizione al governo sembra vacillare, a causa delle continue tensioni tra i due principali partiti di governo, PSD e PNL.
Il PSD minaccia nuovamente di uscire dal governo se il premier non accetterà di adottare un pacchetto di rilancio economico che includa misure di protezione per le categorie vulnerabili, mentre Bolojan affronta problemi all’interno del suo partito. Una fazione interna al PNL, infatti, chiede la rimozione di Ilie Bolojan, il quale, di fronte alle critiche provenienti da questa corrente e al calo di popolarità causato dalle misure di austerità, ha chiesto un voto di fiducia nel partito, che ha vinto con 47 voti a 3.
Foto: gov.ro
East Journal Quotidiano di politica internazionale