Di Lavinia Bagnai
La sentenza
Il 28 gennaio, il tribunale di Rijeka si è pronunciato dichiarando colpevoli i manifestanti di estrema destra responsabili delle violenze in città il 30 novembre scorso, durante la marcia “Ujedinjeni protiv fašizma” (“Uniti contro il fascismo”). Le persone condannate, sei uomini e un minorenne, erano parte di un gruppo più ampio presente in piazza Jadranski per intimidire i partecipanti al corteo antifascista. Il gruppo aveva provocato le persone in marcia, lanciando oggetti, cantando canzoni ultranazionaliste e facendo il saluto nazista. Un partecipante è stato inoltre aggredito fisicamente, colpito alla testa e al corpo e chiamato “traditore della patria” e “comunista”.
Per questi fatti sono stati accusati di disturbo all’ordine e alla quiete pubblica e le pene inflitte dal tribunale sono state multe dai 3.300 ai 4.200 euro a persona. Al ragazzo minorenne è stato vietato la partecipazione a eventi legati al club calcistico della città di Rijeka, l’HNK Rijeka, o al gruppo ultras che lo sostiene, Armada Rijeka. La misura del Daspo è stata inflitta al ragazzo perché è risultato fin da subito chiaro che i responsabili delle violenze facevano parte di quel gruppo ultras.
I precedenti
In Croazia, i club di hooligans hanno ricevuto negli ultimi mesi un’attenzione particolare da parte della stampa perché sono stati protagonisti di episodi di violenze legati al revisionismo fascista. Prima della marcia, il 3 novembre, un gruppo di persone aveva interrotto lo svolgimento della prima tra le “Giornate della Cultura Serba” che si stava svolgendo nel centro culturale di Blatina, un quartiere della città di Spalato. Il gruppo era entrato nell’edificio gridando alla “spazzatura serba” e intonando “Za dom spremni” (“Per la patria pronti”) – motto fascista usato dagli Ustascia, milizie legate ad Ante Pavelić, responsabili della persecuzione di serbi, rom ed ebrei durante la Seconda guerra mondiale. Durante l’irruzione hanno minacciato le persone presenti avvertendole che solo interrompendo la manifestazione e andandosene non ci sarebbero stati feriti.
Sono bastati pochi giorni per identificare con certezza gli aggressori, tutti legati al gruppo ultras dell’Hajduk Split, la Torcida. Alla notizia che la polizia teneva in custodia cautelare nove uomini legati all’irruzione nel centro culturale, i tifosi hanno organizzato per l’8 novembre una protesta per le strade di Spalato a cui hanno partecipato anche associazioni di veterani della guerra d’indipendenza.
Il giorno prima a Zagabria, sempre in un Centro di Cultura Serba, si era verificata un’altra provocazione. Cinquanta uomini mascherati e vestiti di nero, si sono ritrovati davanti al centro e hanno cantato “O Croazia, o Croazia, uno stato indipendente” e “Per la patria pronti”. Il gruppo si è poi disperso dopo l’arrivo della polizia antisommossa e non ci sono stati scontri.
La risposta a queste violenze era arrivata dalle piazze, con la manifestazione “Uniti contro il fascismo” programmata per il 30 novembre nelle quattro città croate di Zagabria, Rijeka, Pula e Zara. All’inizio del corteo, in piazza Ban Jelačić a Zagabria, gli organizzatori avevano dichiarato che “gli attacchi contro i serbi in Croazia e l’attacco contro i bambini serbi sono un attacco contro tutti noi”.
L’evoluzione del dibattito pubblico su “Za dom spremni”
Gli ultimi avvenimenti hanno riacceso nel dibattito pubblico la discussione su come arginare il fenomeno del revisionismo storico di matrice fascista. Nel corso degli anni, il dibattito è stato legato al problema della messa al bando del motto “Za dom spremni”. Un tema particolarmente delicato per via della storia stessa dello slogan.
Da saluto fascista, corrispondente al nazista “Sieg Heil!”, usato nella vita di tutti i giorni durante lo Stato indipendente croato di Pavelić, è stato usato durante la guerra di indipendenza della Croazia dei primi anni ’90 dalle Forze di Difesa Croate (HOS), forza paramilitare nazionalista, diventando anche parte del logo. Il suo legame con quella che in Croazia è nota come “guerra patriottica” è molto forte e usato per mostrare il proprio nazionalismo.
Da anni, l’uso di questo motto è al centro di polemiche. Ad esempio, nel 2013 fu usato dal difensore croato Josip Šimunić alla fine della partita Croazia-Islanda, determinante per la classificazione ai mondiali della sua squadra. Al tempo, i giornali croati avevano criticato duramente le sue parole e il comportamento delle (molte) persone che si erano accodate al grido. Le critiche erano arrivate anche dalla politica; il ministro della Scienza, dell’istruzione e dello sport Željko Jovanović del Partito Socialdemocratico di Croazia (SDP) aveva commentato che al calciatore sarebbe servita una lezione di storia per spiegargli la problematicità del motto e che non dovrebbe essere tollerato né difeso il suo uso.
Nel 2018 invece i vertici della politica avevano opinioni diverse sull’uso di “Za dom spremi”. Nell’estate del 2018, dopo aver raggiunto il secondo posto ai Mondiali in Russia, la squadra croata aveva chiamato a esibirsi un artista controverso, ovvero Marko Perkovic Thompson, associato ad ambienti ultranazionalisti e di estrema destra, le cui canzoni fanno ampio uso del motto. La presidente croata di allora, Kolinda Grabar-Kitarović dell’Unione Democratica Croata (HDZ) di centrodestra non sembrava notare problemi al tempo per l’esibizione di Thompson, tanto da dichiarare che le sue canzoni sarebbero “utili all’unità nazionale”.
Uno dei più agguerriti nei confronti del divieto è il sindaco di Zagabria Tomislav Tomašević, esponente della sinistra ambientalista, il quale ha anche proibito a Thompson di tenere a dicembre un secondo concerto a Zagabria. Il primo ministro Andrej Plenković (HDZ), dal canto suo, durante la prima seduta del parlamento di quest’anno, ha accusato la sinistra di essere ossessionata dal tema del revisionismo e di utilizzare la censura in modo autoritario minacciando la libertà di espressione. E ora critica anche la Svezia per aver vietato una canzone di Thompson al Campionato europeo di pallamano: “Qual è il problema?”, ha dichiarato Plenković. La tensione tra Plenković e Tomasević è continuata a salire: nonostante il parere negativo dell’amministrazione cittadina di Zagabria, il governo ha organizzato il ricevimento della squadra di pallamano dopo la vittoria del bronzo, con Thompson come ospite d’onore. Come risposta, Tomasević ha già annunciato una richiesta di verifica di legittimità della decisione del governo alla Corte costituzionale.
Il tema dei simboli estremisti che inquinano gli spazi pubblici è un problema di lunga data in Croazia. La sentenza del tribunale di Rijeka è un passo in avanti per limitare episodi di violenza, ma il dibattito in corso evidenzia come parte della politica tenda a minimizzare il problema.
Foto: Velkaton.ba
East Journal Quotidiano di politica internazionale