Con la fine dei lavori nel pozzo di Stonava la Cechia ha compiuto un passo decisivo verso la decarbonizzazione.
Lo scorso 31 gennaio, in un remoto villaggio della Slesia a pochi passi dal confine polacco, si è consumato un atto estremamente significativo. La chiusura della CSM (Česko-slovenský mládežník) ha coinciso infatti con la fine delle estrazioni carbonifere dal sottosuolo nazionale dopo circa 250 anni di attività ininterrotta. A Praga e Bruxelles ora il difficile compito di preservare i benefici ambientali di una trasformazione storica, limitandone allo stesso tempo i costi sociali.
Le conseguenze sulla bilancia
Da una parte le scadenze legate al Green Deal e alla decarbonizzazione, che vedono la Cechia in ritardo sulla media europea, dall’altra i dati eloquenti sul declino della CSM e dell’intero settore; per gli addetti ai lavori questo epilogo non è stato certamente una sorpresa. Lo stesso Roman Sikora, il direttore dell’OKD (la società pubblica che controlla la miniera), ha ammesso candidamente che il carbon fossile è sempre meno utilizzato per la produzione di energia, che il suo prezzo di mercato è crollato, e che i costi per la sua estrazione a grandi profondità erano ormai insostenibili. Festeggiano le associazioni ambientaliste, soddisfatte sia del calo delle emissioni sia della prossima chiusura sul calendario, quella delle miniere di lignite a cielo aperto, fissata entro il 2030.
Sotto la lente di ingrandimento però la notizia svela risvolti più scomodi, legati al contesto locale di un territorio che ha sempre fondato la sua identità e il suo sostentamento sull’estrazione del carbone. Alla fine del 2025 il distretto di Karvina, appendice orientale della regione della Moravia-Slesia, registrava già un tasso di disoccupazione (9.6%) doppio rispetto alla media nazionale, e nonostante la numerosa presenza di manodopera transfrontaliera polacca, con la chiusura della CSM questo dato non potrà che aumentare. I contributi per la transizione economica garantiti dall’Unione Europea inoltre appaiono insufficienti (poco meno di 800 milioni di euro); si attendono quindi ulteriori investimenti, soprattutto dall’estero.
Dei 2300 dipendenti operativi a Stonava fino allo scorso autunno ne resteranno solo 600, i quali si occuperanno per i prossimi tre anni della liquidazione tecnica del sito e dello sfruttamento del grisù, fonte utile per la produzione di elettricità e riscaldamento. Il contributo energetico garantito a lungo dal carbone, infine, sarà compensato dal potenziamento del settore nucleare, che nei piani del governo dovrebbe arrivare a fornire oltre la metà del fabbisogno nazionale prima del 2050.
La fine di un’epoca
Per la Slesia la fine delle estrazioni non è solo un atto ambientalista, ma l’inizio di una svolta storica. Innescata nella sua porzione ceca, si completerà nei prossimi anni con lo smantellamento dell’industria carbonifera polacca, anch’essa al tramonto. Le enormi risorse minerarie hanno posto questa regione al centro delle vicende europee per secoli. A partire dalla metà del Settecento, proprio in concomitanza con la scoperta dei giacimenti di carbone, la Slesia conobbe un impetuoso sviluppo e divenne terra contesa; una serie di battaglie portarono alla sua divisione tra Prussia e Austria.
Dopo la Grande Guerra e la disgregazione degli imperi centrali il sottosuolo slesiano si trasformò in un affare tra Stati nazionali: nel gennaio 1919 Polonia e Cecoslovacchia si scontrarono militarmente per il distretto di Cieszyn, prima di fissare il confine (quello attuale) lungo il fiume Olza. Gli sconvolgimenti bellici si susseguivano, ma gli stabilimenti carboniferi e l’afflusso di minatori aumentavano senza sosta, fino a toccare l’apice durante il regime comunista, che fece della sua frontiera orientale il cuore operaio del paese. Negli anni Ottanta l’intero settore impiegava addirittura 100.000 persone e nel 1989, a ridosso della rivoluzione di velluto, vennero estratte oltre 35 milioni di tonnellate di carbone.
Chiusa la stagione della Guerra Fredda e dell’economia pianificata, privatizzazioni, trasformazioni produttive e misure ecologiste avviarono una decadenza molto rapida, che ha cambiato radicalmente il volto di un territorio tuttora ricchissimo di materie prime. Secondo stime attendibili infatti più di metà del carbone del filone di Karvina è destinato a rimanere sotto la superficie.
Dalla Cechia all’Europa
Il passo compiuto da Praga si inserisce in un processo di decarbonizzazione su larga scala, accelerato negli ultimi anni dall’Unione Europea attraverso piani come il Green Deal e il REpowerEU. I dati sulla produzione e sul consumo di carbone nel continente sono crollati soprattutto dopo l’invasione russa dell’Ucraina. I paesi membri che continuano ad utilizzarlo nelle loro centrali elettriche sono nove (tra cui anche l’Italia), ma in quota sempre più marginale.
L’ultimo baluardo della vecchia estrazione in miniera invece, archiviato il capitolo ceco, rimane la Polonia, ancora dipendente dal carbon fossile per la metà della sua energia elettrica e per un terzo del suo riscaldamento domestico. Su questo ritardo nella riconversione incidono anche i 70.000 operai ancora attivi, e il peso dei sindacati di categoria.
Immagine tratta da Notes from Poland