Il cotone uzbeko per le armi russe – o quelle europee?

Dal 2022 Tashkent ha aumentato in modo significativo l’export di cotone verso Mosca. Il motivo ha a che fare con la cellulosa che rimane dopo la sgranatura, che è un componente fondamentale per la produzione di polvere da sparo.

Storicamente la coltivazione del cotone è uno dei settori più importanti delle economie dei paesi dell’Asia centrale, in modo particolare dell’Uzbekistan che durante il periodo sovietico divenne il principale fornitore di cotone per l’Impero. Ciò fu possibile grazie alle molte infrastrutture che vennero costruite per legare l’Asia centrale alla Russia europea e alla Siberia, tra le più importanti figurano la ferrovia Trans-Aral e la ferrovia Turkestan-Siberiana.

La coltivazione di cotone richiede ingenti quantità di acqua: la produzione intensiva dell’“oro bianco” è alla base dei grossi problemi idrici che la regione sta tutt’ora affrontando, come il disastro del Lago d’Aral ma non solo. Negli anni 80 il settore cotoniero entrò progressivamente in crisi, per poi risollevarsi parzialmente grazie alla domanda di Cina e Turchia. Tuttavia, negli ultimi anni proprio la Russia è tornata ad interessarsi del cotone, e il motivo ha a che fare con la guerra in Ucraina. La produzione di polvere da sparo è infatti impossibile senza la cellulosa ricavata dal cotone.

Interessi russi e sanzioni occidentali

Prima della guerra in Ucraina, la fabbrica di polvere da sparo a Kazan, nel Tatarstan russo, acquistava meno di 50 tonnellate l’anno di cotone, ma nel 2022 l’importazione era salita a 1225 tonnellate. Nel 2025 in Uzbekistan sono stati raccolti 3,7 milioni di tonnellate di cotone, il 23% in più rispetto all’anno precedente.

Per estrarre la cellulosa utile all’industria bellica, il cotone va prima lavorato e ciò avviene prevalentemente all’interno del paese in modo particolare da due industrie: l’industria chimica di Fergana, e l’industria chimica di Jizzakh, entrambe possedute dall’oligarca russo-uzbeko Rustam Muminov. L’85% della produzione di queste industrie è destinato al mercato russo.

Dall’inizio del conflitto in Ucraina, l’Occidente ha provato a convincere l’Uzbekistan a bloccare l’export di cellulosa verso la Russia, ma senza successo in quanto Mosca rappresenta ancora il secondo partner commerciale di Tashkent. Il paese centro asiatico rappresenta quindi un hub importante per aggirare le sanzioni.

Riarmo europeo: il cotone uzbeko forse è un’opportunità

In Europa il cotone viene coltivato in Grecia, Spagna e Bulgaria, ma in quantità neanche lontanamente paragonabili a quelle centro asiatiche. La produzione annua europea si aggira intorno alle 360 mila tonnellate l’anno, di cui 288 mila solo in Grecia. Ciò limita molto le capacità industriali legate alla produzione di munizioni, e infatti secondo la CNN, Europa e Stati Uniti insieme producono annualmente un terzo delle munizioni che la Russia produce ogni anno. Figuriamoci l’UE da sola.

Armin Papperger, amministratore delegato di Rheinmentall, ha dichiarato al Financial Times che l’Europa dipende dalla Cina per oltre il 70% dei suoi linters di cotone (ovvero la peluria più corta, aderente ai semi, necessaria a produrre la cellulosa) e si teme che ciò possa diventare uno strumento di pressione geopolitica da parte di Pechino nei confronti di Bruxelles. Tuttavia, la guerra in Ucraina sta inducendo i paesi europei a rivedere le proprie politiche di difesa, aumentando la produzione di armi e munizioni come previsto dalla strategia ReArm Europe, poi rinominata Readiness 2030.

Per adesso nelle relazioni tra UE e Asia Centrale (che stanno diventando sempre più strette) non sembra si parli molto di cotone, anche in virtù del fatto che l’Unione non acquista “oro bianco” uzbeko sulla base di ammonimenti dei gruppi di attivisti contrari al lavoro forzato. Shavkat Mirziyoyev ha però presentato delle riforme in materia e non è da escludere che il cotone uzbeko possa trovare nel mercato europeo una alternativa al mercato russo, danneggiando Mosca e favorendo Bruxelles. La cooperazione tra UE e Asia Centrale forse dovrebbe andare proprio in questa direzione.

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Chi è Paolo Perolo

Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna, ha poi conseguito una laurea magistrale in East European and Eurasian Studies (Mirees) presso lo stesso istituto. I suoi interessi si concentrano su Asia centrale e Caucaso del Sud dal punto di vista geopolitico e ambientale.

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