“Vasche e martello. Minatori illegali nella Bosnia-Erzegovina post-socialista: etnografia di un mondo sommerso” (2025, Ledizioni) è la ricerca etnografica con cui l’antropologo Gianluca Candiani ci porta all’interno di un mondo sommerso. A Zenica, nella Bosnia-Erzegovina post-bellica, centinaia di uomini scavano ogni giorno miniere illegali di carbone per sopravvivere alla disoccupazione di massa. Un termine, quello dell’illegalità, che viene osservato con una nuova lente.
Dalla città-fabbrica al vuoto industriale
Per decenni Zenica e la collina metallifera di Gradišće sono state il cuore siderurgico della Bosnia jugoslava. Acciaieria e miniere non erano solo attività economiche, bensì il fondamento di un’identità collettiva fondata su lavoro, sicurezza sociale e appartenenza operaia. La guerra degli anni Novanta e la successiva transizione neoliberale hanno però smantellato quel modello: fabbriche chiuse, disoccupazione diffusa, welfare ridotto ai minimi termini. È in questo vuoto che nasce il fenomeno descritto da Candiani — l’estrazione illegale di carbone attorno alla città.
Studiare “nei villaggi”
A rendere Vasche e martello uno studio particolarmente interessante non è solo il tema. È il metodo, l’approccio etnografico radicale a tradurre le parole di Candiani in una testimonianza viva davanti ai nostri occhi. L’autore decide infatti di trascorrere un anno lavorando nelle miniere abusive, scendendo sottoterra con i minatori, condividendone rischi e fatiche, costruendo con loro un rapporto di fiducia e di condivisione.
Come ricordava il ricercatore Clifford Geertz in “Interpretazione di culture” (Il Mulino, 1987) “l’antropologo non studia villaggi, ma studia nei villaggi”. È questa immersione che permette all’autore di andare oltre la cronaca e di restituire la complessità sociale del sottosuolo bosniaco, con gerarchie informali, reti di fiducia, solidarietà e conflitti.
Illegalità come necessità sociale
Uno dei nodi centrali del libro è il ribaltamento della categoria di illegalità. Le miniere abusive di Zenica non sono un’eccezione marginale, ma un pilastro dell’economia locale, tollerato perché indispensabile per il sostentamento delle famiglie. In assenza di alternative, lavorare senza contratto diventa una scelta obbligata, spesso vissuta come più dignitosa della disoccupazione: «Siamo finiti qua sotto, a scavare a petto nudo, illegalmente, ma credimi: questo è il miglior peggior lavoro illegale che si può trovare nel nostro Paese!» (dialogo con il minatore L.K., p. 189). Candiani mostra come, in questo contesto, lo Stato appaia distante o ostile, mentre la miniera diventa spazio di autonomia e riconoscimento.
Il corpo come memoria sociale
In Vasche e martello troviamo conversazioni schiette, un’intelligente attenzione al lessico, fotografie rappresentative. Materiale che guida nel comprendere quanto nei corpi dei minatori si sia sedimentata l’eredità della città-fabbrica jugoslava. Anche nell’economia informale, quel passato continua a modellare gesti e una visione del mondo di disciplina, fatica, orgoglio operaio.
Su questo terreno, il libro affronta così anche il tema della mascolinità operaia nel post-socialismo. Il minatore illegale incarna una figura di resistenza: colui che “non si arrende”, che mette il corpo a rischio per garantire un futuro alla famiglia. Le donne, pur spesso assenti dal lavoro in miniera, restano centrali nel sistema, legittimando moralmente questa realtà. Mogli, madri e compagne gestiscono le attività ordinarie e il bilancio domestico, assorbono l’angoscia dell’incertezza di questo lavoro rischioso per mariti e figli, che salutano ogni mattina con terrore e ogni sera con sollievo. Il sottosuolo è dunque solo una parte della storia. Se la miniera è uno spazio maschile, la sua tenuta quotidiana passa anche dalle donne.
Uno sguardo dall’alto sul sottosuolo
Il libro di Gianluca Candiani rivela come il lavoro sulla collina di Gradišće sia il sintomo di una deindustrializzazione rimasta orfana di protezione sociale. Ma dietro l’apparente caos estrattivo si cela una regia silenziosa da parte dello Stato, su cui l’autore avanza solide ipotesi. Tollerare l’estrazione abusiva permette di gestire una disoccupazione cronica senza investire nel welfare ed evitando rivolte. Questa stabilità di facciata si intreccia con una forte partitocrazia che erode le istituzioni dall’interno, dove il nepotismo e le logiche clientelari prevalgono sulle competenze: con una famiglia su due legata direttamente a un gruppo politico, il voto diventa la moneta di scambio più importante per mantenere l’ordine prestabilito. A rendere il sistema immobile, inoltre, contribuisce l’architettura istituzionale sancita dagli Accordi di Dayton del 1995 che hanno generato uno Stato frammentato e complesso: continui rimpalli di competenza tra autorità municipali, cantonali e federali rendono impossibile ogni assunzione di responsabilità.
In questo contesto, le miniere artigianali rappresentano una “soluzione sociale” informale protetta che preferisce mantenere lo status quo piuttosto che rischiare riforme che potrebbero alterare i delicati equilibri post-bellici. Tuttavia, questo microcosmo appare oggi “a scadenza” per l’esaurimento dei giacimenti minerari superficiali e, soprattutto, per la massiccia emigrazione dei giovani verso altri paesi europei, lasciando Zenica sospesa tra la ricerca di una nuova identità urbana e l’incerto sogno dell’integrazione nell’Unione Europea.
Foto: Z., lo spaccapietre. Zenica (BiH), febbraio 2019.
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