In Kosovo si è tornati a parlare di targhe e di documenti. Sono difatti in vigore le regole che obbligano gli stranieri che vivono nel paese a registrarsi presso le istituzioni di Pristina e ad immatricolare le auto nel sistema kosovaro. Le regole non piacciono alla minoranza serba, soprattutto nel nord del Kosovo, che si sente costretta a uniformarsi al resto del paese. Un nuovo terreno di scontro tra Pristina e Belgrado dunque, in una fase in cui il dialogo tra le parti è praticamente nullo.
Dal 16 gennaio 2026 gli stranieri che entrano in Kosovo dovranno informare la polizia di confine su dove intendono andare a risiedere durante il loro soggiorno nel paese. Dopo i 90 giorni sarà invece necessario richiedere un permesso, regola per altro valida in moltissimi paesi. Riguardo invece il transito di veicoli, dalla stessa data le targhe straniere potranno circolare fino a tre mesi dal loro ingresso nel paese, poi dovranno essere immatricolate o essere guidate a seguito di un’autorizzazione speciale. Tali norme non sono delle novità, risalgono infatti al 2013. Entrano però in vigore in maniera stringente solo adesso, sebbene la decisione del Governo era stata presa già a novembre scorso, e poi rimandata. Il periodo informativo, già avviato a novembre, proseguirà ancora fino al 15 marzo, data dalla quale potrebbero scattare le sanzioni.
Secondo la Polizia del Kosovo, tali norme si propongono di portare ordine e uniformità nel sistema registrando le persone che rimangono in Kosovo per periodi prolungati e le auto in circolazione nel paese. La polizia ha anche smentito le voci secondo cui le persone non in regola sarebbero state espulse o gli sarebbe stato confiscato il veicolo, confermando invece che ci sara’ una sanzione amministrativa.
La protesta dei serbi del Kosovo
Sebbene queste regole valgano per ogni straniero presente nel paese, la minoranza serba non ha gradito tale decisione del Governo e le reazioni non si sono fatte attendere. La Lista Serba, il principale partito dei serbo-kosovari, e diverse organizzazioni non governative serbe hanno chiesto di rimandare ulteriormente l’entrata in vigore delle nuove norme, appellandosi alla comunità internazionale. Sono due gli aspetti che agitano i serbi: da un lato, il fatto che un numero consistente di serbi che vivono in Kosovo non hanno documenti kosovari (alcuni per esplicito rifiuto, altri per complicazioni burocratiche, altri ancora perché originari della Serbia e non del Kosovo) dunque dovrebbero registrarsi come gli stranieri; dall’altro, alcuni di loro non hanno auto registrate in Kosovo e adoperano spesso veicoli registrati in Serbia, senza un documento valido in Kosovo per la registrazione o l’autorizzazione alla guida. Miodrag Marinković, del Centro non governativo per l’azione sociale affermativa (CASA), non a caso, sottolinea come tali nuove norme siano percepite negativamente dall’opinione pubblica serba e non facciano che aumentare la sfiducia e il senso di insicurezza.
La questione è però più ampia e non riguarda solo documenti e targhe. Il Vice Primo Ministro ad interim, Besnik Bislimi, ha infatti affermato che la volontà del governo, al termine del periodo informativo, sarà quella di integrare nel sistema kosovaro i sistemi educativi e sanitari attualmente operativi all’interno del sistema serbo. Al momento infatti i serbi del Kosovo usufruiscono di servizi sanitari ed educativi organizzati e finanziati da Belgrado, in un sistema di fatto parallelo e considerato illegale dal governo di Pristina. All’interno di questo sistema, una buona parte degli studenti dell’università e dei dipendenti degli ospedali e delle scuole provengono dalla Serbia, non hanno dunque documenti kosovari. Applicando le norme in questione i lavoratori e gli studenti serbi, in quanto stranieri, dovrebbero chiedere un visto di lavoro, o di studio, ma per fare ciò serve che le istituzioni nelle quali operano o studiano siano registrate nel paese, cosa che non avviene al momento. Per non perdere quindi studenti e lavoratori tali istituzioni dovrebbero uniformarsi al sistema pubblico kosovaro, prospettiva auspicata da Pristina e rifiutata da Belgrado. E’ questa, dunque, la vera posta in gioco.
Gli Accordi di Ohrid possono essere la soluzione?
Quello del sistema parallelo è stato anche uno dei punti di maggiore scontro durante i colloqui del 2023 che portarono al raggiungimento, ma non alla firma, degli Accordi di Ohrid. Anche in quella sede il primo ministro kosovaro Albin Kurti chiese lo smantellamento del sistema parallelo in Kosovo, ma per il presidente serbo Aleksandar Vučić ciò è possibile solo se sostituito dall’Associazione dei Comuni a maggioranza serba (ASM), un’istituzione in grado di organizzare sanità, istruzione e sviluppo economico locale e che potrebbe ricevere in modo trasparente i fondi di Belgrado, prevista già dagli Accordi di Bruxelles del 2013 e mai creata.
L’annuncio di Bislimi non è quindi da sottovalutare poiché rende ufficiale l’intenzione del governo di Pristina di muoversi in modo unilaterale provando ad integrare il sistema parallelo serbo nei ministeri kosovari, senza aspettare l’eventuale istituzione dell’ASM. Una modalità di azione che Kurti ha già utilizzato in altre occasioni, che ha rivendicato con successo nell’ultima campagna elettorale, ma che non trova il sostegno dei suoi principali alleati, Unione Europea e Stati Uniti.
Come nella precedente “crisi delle targhe” del 2022, che provocò le dimissioni di massa dei serbi dalle istituzioni del Kosovo, anche in questa occasione l’Unione Europea è impegnata nel facilitare un dialogo tra le parti. La data limite per una soluzione condivisa è quella del 15 marzo, quando scadrà il periodo informativo. La speranza resta quindi quella di poter nuovamente aprire un dialogo tra le parti e trovare una soluzione il più possibile condivisa. Magari dare il via a nuovi negoziati, trovare l’intesa per nuovi accordi o anche semplicemente firmare quelli di Ohrid.
Foto: KOHA
East Journal Quotidiano di politica internazionale