Lo annuncia la famiglia in un comunicato stampa: “con grande dolore, informiamo che, dopo una lunga e grave malattia, il regista Tarr Béla è morto” (fonte: telex).
Tarr ci lascia a 70, prematuramente. Ma era così “precoce” la sua intera carriera: nacque nel 1955, a Pécs, in Ungheria, e si apprestò alla regia da giovanissimo, firmando cortometraggi documentaristici in età adolescenziale, ed arrivando a dirigere il suo primo lungometraggio, Nido Familiare (1979), a soli ventiquattro anni. Concluse la propria carriera a 55, con Il Cavallo di Torino (2011). La sua opera più nota, Sátántangó (1994), è un adattamento del romanzo omonimo di László Krasznahorkai, frequente collaboratore che lo scorso mese ricevette il premio Nobel per la Letteratura. Tarr, che nel corso della sua carriera diresse solamente 10 lungometraggi, è altresì noto per le sue opere mature, risalenti agli anni novanta-duemila: Perdizione (1988), Le Armonie di Werckmeister (2000), L’Uomo di Londra (2007).
L’eredità lasciata dal cineasta è molteplice. A seguito di una serie di film che, inavvertitamente, riprendono lo spirito iperrealistico ed improvvisato di John Cassavettes (che non era noto a Tarr), divenne uno dei padri dello slow cinema, quel genere di cinema autoriale che si è radicato negli anni ’90 fondato sulla distensione della durata, la dominanza del cosidetto “tempo morto”. L’ambientazione a cui Tarr più facilmente viene associato, è quella di una cittadina industriale in rovina, nelle pianure ungheresi, immersa nel fango crivellato da una pioggia incessante, rappresentata mediante piani sequenza, caratterizzati da movimenti lentissimi, della durata di anche una decina di minuti. Per alcuni, un’eredità di Miklós Jancsó, primo maestro del piano sequenza in Ungheria e amico prossimo di Tarr, comparso come attore ne La Stagione dei Mostri (tant’è che è lui stesso a proclamare l’elogio per Jancsó in occasione del centennario dalla nascita).
Tarr lascia anche un’altra eredità: indirettamente o direttamente, ha contribuito, insieme a Jancsó ed Enyedi, alla rinascita del cinema ungherese più indipendente. Per tutta la sua carriera, Tarr, di convinzioni originariamente Maoiste, fu avverso alle istituzioni, siano esse costituite dal regime comunista o il governo Orbán, e così si fece portavoce di un modo di fare cinema indipendente, libero da strutture finanziarie comuni o dall’industria cinematografica tradizionale. In qualche misura, gli sono debitori: Benedek Fliegauf, Kornél Mundruczó, László Nemes. Giusto lo scorso anno, Tarr ha partecipato come Executive Producer al film di debutto di Renátó Olasz, Stars of Little Importance, presentato in anteprima al Festival di Sarajevo. Proprio in questa città, Tarr ha per acluni anni organizzato una scuola di cinema, che vanta tra i suoi alumni cineasti radicali come Valdimar Jóhannson e Hilal Baydarov.
Béla Tarr é stato un regista che, come pochi, ha ispirato giovani cineasti in tutto il globo. La sua perdita è non solo una perdita per il cinema ungherese, ma per il cinema mondiale.
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