Srebrenica, primavera del 1992. La guerra separa gli amici che suonano nella rock band “Inat”. Il batterista Faruk lascia l’enclave, mentre il chitarrista Samir rimane. Faruk e Samir si scrivono lettere, sognano di riunirsi per suonare ancora.
Nei tre anni di assedio, il “capellone” Samir, detto Bowie, affina le dita alla chitarra, scrive canzoni, si innamora, si sposa, scopre che diventerà padre. Quando la città cade nelle mani delle truppe serbo-bosniache nel luglio 1995, Samir lascia il suo quaderno con testi e foto alla moglie Nermina e si unisce a quanti cercano di mettersi in salvo attraverso i boschi. Non sarà mai più rivisto in vita.
E’ la storia che racconta in 34 minuti il documentario “Samir Mehić Bowie – Letters from Srebrenica“, prodotto da BIRN e Detektor.ba in collaborazione con il Centro Memoriale di Srebrenica. Il film è stato proiettato al Bozar di Bruxelles il 1° luglio 2025 e all’anfiteatro del memoriale di Kovači a Sarajevo il giorno dopo, nel contesto delle commemorazioni per il trentennale del genocidio di Srebrenica.
“Il film è stato presentato in anteprima al 30° Sarajevo Film Festival [del 2024] e ha suscitato grande interesse. Spero che ora tutti possano vederlo”, ha affermato l’autrice Lamija Grebo, giornalista di BIRN BiH. Oltre a Sarajevo, il film è stato proiettato a Srebrenica, Mostar, Tuzla e Visoko, e sarà disponibile nei cinema di tutta Europa dall’estate.
Secodo Grebo, è fondamentale raccontare storie personali come quella di Samir Mehić, e non solo in occasione di anniversari. “E’ un modo per opporsi alla costante negazione del genocidio e dei crimini di guerra. Quando le loro voci vengono ascoltate, nessuno può negare che Samir e migliaia di persone come lui siano esistiti, abbiano avuto una vita, una famiglia e siano stati uccisi”, ha sottolineato.
“Ho voluto mostrare la vita, non la morte“, ha spiegato l’autrice al termine della proiezione brussellese. Il film “è un’istantanea di come appariva Srebrenica prima della guerra. Volevo raccontare una storia di vita, la storia di un eroe, non una vittima.”
Una Srebrenica, quella che si vede nel film, molto diversa dalla città odierna. “A Srebrenica oggi non si vedono giovani. Non c’è un supermercato né un ristorante. Dalle interviste ai sopravvissuti abbiamo imparato molto sulla vita prima della guerra. C’era anche un carnevale annuale. Nel film volevo mostrare una Srebrenica diversa, non la città di fantasmi di oggi”, aggiunge Grebo.
Le storie personali, delle vittime e dei sopravvissuti, secondo Grebo possono fare da ponte verso il futuro. “Ogni madre piange allo stesso modo. Il dolore è lo stesso in tutta la Bosnia. Solo le persone che hanno perso qualcuno possono capire. Per questo le storie individuali sono così importanti. È così che le persone possono entrare in contatto, capirsi e, a un certo punto, dimenticare. Abbiamo bisogno di eventi e iniziative, per parlare e guarire. E il ruolo guida deve essere dei bosniaci stessi.”
A trent’anni dal genocidio, benché i fatti siano acclarati, la riconciliazione resta elusiva. Ma serve tempo, secondo Grebo. “Trent’anni non sono bastati neppure in Germania. In Bosnia abbiamo iniziato subito a parlare di riconciliazione, e sembrava tutto così forzato, anche solo la parola. Questo processo richiede tempo, per la natura umana. Bisogna iniziare dall’istruzione, per non lasciare spazio al negazionismo. Ma ancora oggi nelle scuole in Bosnia si insegna la storia in tre modi diversi”.
Una storia, quella di Srebrenica, che non sembra essere stata maestra. “Possiamo imparare molto, ma non lo faremo“, chiosa Grebo, mestamente. “La guerra può colpire chiunque, in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo, e sarà comunque vana, senza scopo. Come umanità, falliamo quotidianamente. Avremmo potuto imparare e non l’abbiamo fatto. Sono molto pessimista. Ero una bambina in tempo di guerra, spero che le generazioni non oppresse dalla guerra prendano una strada diversa, capiscano quanto sia stupido tutto ciò.”
Il telefilm documentario su Samir Mehić Bowie è un prodotto di alta qualità cinematografica. “Siamo solo giornalisti, ma siamo riusciti a coinvolgere molte personalità del settore cinematografico bosniaco: il direttore della fotografia Alen Alilović, l’attore Igor Skvarica che interpreta Samir, il montaggio di Elvedin Zorlak, la regia di Mirza Mršo e Džana Brkanić, le musiche di Dino Šukalo. Abbiamo potuto contare su una produzione di alto livello.”
La storia di Samir Mehić, che Lamija Grebo aveva riportato alla luce per Detektor nel 2020, comunque prosegue. Faruk Smajlović, il batterista, è tornato a Srebrenica, con il giovane Muamer Čivić e due vicini serbo-bosniaci hanno fondato la band Afera. Il primo album degli Afera, “Absurd“, prende il nome da una canzone scritta da Samir Mehić durante la guerra. “Nel mio cuore non c’è odio / il rock & roll l’ha scacciato via”.
“Con il diario di foto e canzoni lasciato da Samir, i suoi amici hanno prodotto un album. Non l’abbiamo inserito nel montaggio finale, ed Elvedin Zorlak se ne è dispiaciuto, ma voglio che si sappia che la sua musica è andata avanti“, conclude Grebo. Negli anni successivi, Smajlović e Čivić hanno lanciato il festival Srebrenica Wave, che ogni agosto porta a Srebrenica fan di musica da tutta l’ex Jugoslavia.
Dimmi fratello, siamo dello stesso sangue,
di chi è la Bosnia, mia e tua,
dillo, dillo, non restare muto.
Il film-documentario “Samir Mehić Bowie – Letters from Srebrenica” può essere visto per intero con sottotitoli in inglese sul canale YouTube di BIRN:
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