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Più guerra, più Europa. L’Ucraina è una scusa per tenere insieme l’Unione

L’Europa deve difendersi da sola. L’Europa è minacciata. Bisogna armarsi, gli americani non garantiranno più per la nostra sicurezza. Sono questi i termini principali di una discussione che presenta numerosi aspetti, che vanno dalla necessità di un esercito comune europeo fino all’aumento delle spese militari, in cui si mescolano e sovrappongono diversi temi che andrebbero invece tenuti distinti.

C’eravamo tanto amati

La Russia è una “minaccia” per l’Europa? Le relazioni tra UE e Russia, dopo due decenni di cooperazione economica ed energetica, con frequenti vertici bilaterali, si sono gravemente deteriorati all’indomani dell’invasione russa “su larga scala” del territorio ucraino. Tuttavia, resta ancora profonda la traccia di quel periodo di prossimità eurussa: sono almeno vent’anni che il Cremlino finanzia una vasta teoria di partiti politici e movimenti d’opinione tesi a diffondere in Europa alcuni valori propri del clero-fascismo russo, lasciando un segno nella società europea: la famiglia tradizionale, la difesa dei costumi nazionali, la religiosità e la sacralità del potere sono oggi argomenti all’ordine del giorno in Europa. Quanti intellettuali, politici, economisti e giornali (tra cui La Repubblica, che pubblicava un inserto pagato dal Cremlino dal titolo “Russia oggi“) si sono mobilitati a fare da grancassa alla propaganda russa, e quanto si sono impegnati i politici europei nel chiudere tutti e due gli occhi sia sulla situazione dei diritti umani all’interno della stessa Russia, sia sugli interventi militari in Georgia (2008) e in Crimea (2014). Gli Accordi di Minsk, su cui abbiamo molto scritto, nati all’indomani dell’invasione russa del Donbass, mediati da Francia e Germania, andavano apertamente incontro alle richieste del Cremlino. Oggi la musica è cambiata. Ma a suonarla sono gli stessi di prima. C’è da fidarsi?

Una “minaccia” per l’Europa?

La Russia è una minaccia per l’Europa, ci dicono oggi. Chi scrive ne è convinto da sempre, ma occorre fare attenzione a cosa intendiamo. Non si può negare che l’operato del Cremlino abbia favorito la divisione interna all’Unione Europea, alimentando l’antieuropeismo, interferendo nei cicli elettorali, manipolando l’opinione pubblica, finanziando indirettamente partiti e testate giornalistiche, compiendo attacchi hacker e aumentando la pressione migratoria ai confini, mettendo le società europee sotto una forte pressione psicologica. In questo senso, la Russia putiniana è una minaccia che va contrastata con un maggiore sforzo di intelligence. Ma se intendiamo dire che la Russia è una “minaccia” per l’Europa dal punto di vista militare, ovvero che il Cremlino abbia come obiettivo l’estensione della guerra all’Europa, e che i missili di Mosca pioveranno sulle nostre città, allora stiamo dicendo una falsità.

Non una minaccia militare

Le risorse umane e materiali dell’esercito russo sono state fortemente ridotte dal conflitto ucraino, rendendo sproporzionato e non sostenibile un ulteriore fronte militare contro i Paesi occidentali. La Russia non possiede la forza economica, industriale e demografica per pianificare un’invasione del continente europeo, né di una parte di esso. Inoltre, l’Alleanza Atlantica conta su 32 paesi membri integrati e sul principio della difesa collettiva (Articolo 5), un deterrente nucleare e convenzionale che rende il costo di un’aggressione palese spaventosamente alto per Mosca. Allora perché insistere sul fatto che Mosca sia pronta a invaderci?

Il nemico comune

L’individuazione di un “nemico” comune serve a rinsaldare sia l’Unione, sia la fiducia dei cittadini verso il progetto comunitario. Una fiducia che va esaurendosi. L’Unione Europea che ci avevano promesso doveva garantire la pace, la solidarietà, la libertà di movimento, il benessere e lo sviluppo. Abbiamo invece avuto la crisi dell’euro, la trojka ad Atene, l’avanzare del nazionalismo, lo scandalo dei vaccini, l’interminabile sospensione di Schengen, e infine la guerra. La guerra come permanenza, come minaccia perenne. La guerra come orizzonte. La paura del “nemico” diventa l’estremo tentativo di tenere insieme un progetto – quello dell’unità europea – divenuto irriformabile, ma a cui non è possibile rinunciare fosse solo per la moneta unica. Lo sforzo delle attuali classi dirigenti europee è quello di presentare tutto ciò come una difesa: difesa dalla minaccia russa, difesa dei valori europei, difesa della libertà. La guerra è pace.

Più guerra, più Europa

La guerra sembra dunque l’ultima possibilità per tenere unita quest’Europa in declino. Un nemico comune, un nuovo piano di riarmo, la minaccia esterna che obbliga tutti a rinserrare le fila nella convinzione che la Russia putiniana sia intenzionata a procedere ulteriormente verso ovest, minacciando baltici e polacchi. Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha tenuto il 5 marzo 2025 un discorso per la difesa e la deterrenza europea contro la minaccia russa, che non riguarda solo l’Ucraina. Macron ha ribadito che “a essere minacciata è anche la nostra sicurezza” accusando il Cremlino di volersi riarmare: “Chi può credere, in questo contesto, che la Russia di oggi si fermerà  in Ucraina?”. La posizione di Macron si coniuga al piano di riarmo europeo ReArm Europe, presentato in tutta fretta dalla Commissione europea e con altrettanta fretta approvato dal Consiglio europeo, con tanto di manifestazioni entusiastiche nelle piazze. Insomma, in Europa soffia un vento nuovo, quello della guerra. E i media stanno già preparando le opinioni pubbliche sventolando la minaccia dell’invasione russa. L’ignoranza è forza.

Militarizzare l’UE con la scusa di Kiev

Ora, guardiamo ai fatti. La produzione bellica europea si attesta su livelli troppo bassi per garantire la difesa del continente, e nessuna delle aziende di armamenti dell’Unione Europea compare nella classifica delle dieci più grandi per fatturato a livello mondiale. L’italiana Leonardo è la prima azienda europea nell’industria della difesa e si posiziona all’undicesimo posto ma, guardando al fatturato, ci rendiamo conto della disparità con l’industria americana. Leonardo, infatti, ha fatturato 12.866,00 miliardi di euro (dati 2022) contro i 63 miliardi della statunitense Lockheed Martin che, da sola, vale quanto le prime dieci aziende dell’UE. Anche aumentando la spesa militare, come previsto dal piano ReArm Europe, con cui la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen intende incrementare la spesa per la difesa dei 27 Paesi Ue di almeno 800 miliardi di euro, la produzione di armamenti non andrà a regime prima di due anni. Per allora, i destini dell’Ucraina saranno già stati decisi. E se davvero la Russia volesse attaccarci, non aspetterebbe che l’Europa fosse pronta. L’impressione è che, con la scusa di difendere l’Ucraina – e sarebbe bastato mandare le armi quand’era ora – si voglia procedere con una militarizzazione dell’Unione Europea.

L’impossibile esercito europeo

Tuttavia, la creazione di un esercito europeo unico è politicamente e strutturalmente impossibile perché l’Unione Europea non è uno Stato federale: manca un’autorità politica centrale con il potere di decidere se mandare i soldati in guerra, di riscuotere tasse specifiche per la difesa e di comandare le forze armate al posto dei singoli governi nazionali. Inoltre, le differenze strategiche tra gli Stati membri sono profonde, e alcuni hanno regime di neutralità e non potrebbero aderire ad un’alleanza militare attiva. Insomma, a meno di creare uno Stato federale europeo, che risulta un obiettivo irrealizzabile nel medio termine, non ci può essere un esercito comune. Chi oggi parla dell’imminente necessità di un esercito comune, come se fosse un obiettivo a portata di mano, getta fumo negli occhi.

L’abbandono americano che non c’è

A sostegno della necessità di un esercito europeo ci sarebbe la volontà di Washington di abbandonare l’Europa al suo destino. La verità è un’altra. Washington ha ridefinito il proprio impegno all’interno della NATO riducendo i contributi alle forze di emergenza e spingendo gli alleati europei ad incrementare gli investimenti nella difesa comune; sono state riorientate parte della risorse strategiche verso il contenimento della Cina (proprio perché la Russia non rappresenta una minaccia diretta per l’alleanza) mantenendo saldo il principio della difesa reciproca (il famoso articolo 5). Non si tratta di un abbandono, né di un disimpegno, ma di una ridefinizione delle spese.

Ma l’Europa è già difesa

La ridefinizione dell’impegno americano all’interno della NATO è di natura meramente economica, ma non strategica. Inoltre, non dobbiamo confondere la NATO con gli Stati Uniti: questi ultimi detengono una fittissima rete di difesa in Europa allo scopo di proteggere una propria fondamentale area di influenza. E si può star certi che lo faranno, altrimenti perché mantenere oltre 40 basi militari permanenti e decine di siti d’appoggio; 68.000 militari in servizio attivo; circa 100 bombe nucleari tattiche B61 custodite in basi blindate in Germania (Büchel), Italia (Aviano e Ghedi), Belgio, Paesi Bassi e Turchia; sistemi radar e di intercettazione missilistica a Deveselu (Romania) e Redzikowo (Polonia); senza considerare le basi navali, le flotte stabili di caccia e le centinaia di carri armati. L’Europa è già difesa. Non lo è come Unione Europea, ma lo è come – diciamo così – sfera d’influenza americana. Di fatto, un intervento militare diretto russo nel Baltico, in Polonia o in Romania andrebbe a scontrarsi con la presenza americana sul territorio, prima che con la NATO.
La libertà è schiavitù
Riassumendo, l’Unione Europea non potrà avere alcun esercito comune; gli Stati Uniti non hanno abbandonato la difesa europea; la NATO è sempre lì, bella o brutta che sia. I cittadini europei possono dormire sonni tranquilli, i russi non sono una minaccia militare diretta. La minaccia viene piuttosto dal militarismo, dall’idea di poter sostenere una guerra, dalla convinzione di avere un “nemico”. La difesa dell’Ucraina è una bella scusa per promuovere una svolta militarista in Europa. A quale scopo questa svolta? Sperabilmente, non per guerreggiare davvero. Piuttosto, l’attesa vana del nemico servirà a tenerci uniti nel nome di un europeismo di guerra, due minuti di odio quotidiano, fortezza Bastiani.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e ISPI. Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore e curatore di "La guerra di Indipendenza ucraina" (Morcelliana, 2025) e "Ucraina, alle radici della guerra" (Paesi edizioni, 2022). Tra le principali pubblicazioni in ambito giornalistico c'è "Interno Pankisi, dietro la trincea del fondamentalismo islamico" (Infinito edizioni, 2022) e "Congo, maschere per una guerra" (Quintadicopertina editore, 2015). Dal 2023 è tra gli organizzatori di Estival, il festival dell'Europa centro-orientale di Trento.

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