Il Dragone sul Danubio: Lo sforzo di Pechino in est Europa non dà frutti

“Il Dragone sul Danubio” è una rubrica di East Journal sul ruolo di Pechino in Europa centrale e orientale. Focus di questa settimana è il fallimento della cooperazione tra gli attori in questione.

Sono anni che la Cina ha colto l’importanza dell’Europa danubiano-balcanica nel quadro del nuovo assetto mondiale che ha in mente di sviluppare. Il presidente cinese Xi Jinping lo ha realizzato già prima dell’avvio della “Belt and Road Initiative”, un piano colossale annunciato dal governo cinese nel 2013 per lo sviluppo di infrastrutture che connettano la Cina all’Asia centrale e all’Europa, rilevante al punto da finire nella Costituzione nel 2017.

Il tavolo di discussione

Nel 2012, infatti, il primo ministro cinese Wen Jiabo, in visita a Varsavia, ha lanciato un piano congiunto con 16 paesi d’Europa centrale e orientale, la piattaforma “16+1” (poi “17+1” con la partecipazione della Grecia dal 2019), per rafforzare la cooperazione economica con i paesi della zona. Una mossa ben presto considerata un tassello cruciale della più ampia “Belt and Road Initiative” e che si inserisce a tutti gli effetti nella rilettura dell’ordine globale che Pechino cerca di promuovere: i Balcani occidentali, ad esempio, sono visti dalla Cina come paesi del Sud del mondo (non culturalmente ma in quanto dipendenti economicamente dall’Occidente) e perciò destinati a far parte della cooperazione Sud-Sud guidata dalla Cina.

Dieci anni dopo, però, è chiaro come la piattaforma di discussione “17+1” sia stata in parte un fallimento: lo scetticismo dei paesi europei è andato crescendo, mentre gli investimenti della Cina restano più che altro indirizzati all’Europa occidentale. Proprio per rilanciare il progetto, Xi Jinping ha personalmente presieduto l’ultimo incontro, tenutosi online nel 2021; in tutta risposta, Lituania, Lettonia, Estonia, Slovenia, Romania e Bulgaria hanno preferito far partecipare ministri invece che capi di Stato, sminuendo l’importanza strategica del tavolo a 18. Poco dopo, la Lituania ha persino annunciato la volontà di abbandonare il gruppo, invitando gli altri partecipanti a seguirla e ad interfacciarsi alla Cina nel quadro più solido dell’Unione Europea. Contrariamente a quanto desiderato, infatti, le iniziative di Pechino sono diventate un soggetto fortemente politicizzato, parte di accesi dibattiti interni in alcuni paesi d’Europa centro-orientale, e hanno quindi condotto a riflessioni più articolate che hanno spinto diversi paesi, nonché parte della società civile (in primis in Serbia e Ungheria), a rimettere in questione le mosse della Cina.

Troppe anime per un solo approccio

Il parziale fallimento della Cina rispecchia la difficoltà nell’interfacciarsi ad un insieme di paesi con sensibilità molto differenti tra loro. Anche dove Pechino è accolta più amichevolmente, come in Serbia e Ungheria, i suoi piani proseguono a rilento e incontrano spesso la diffidenza di una parte consistente della popolazione. In Montenegro e Grecia, dove la presenza cinese è concentrata su infrastrutture sensibili, i dubbi sorgono a posteriori. Altrove, le posizioni di fronte al dragone asiatico vacillano dall’aperta ostilità della Lituania (i rapporti con la Cina sono ai minimi termini dopo che Vilnius ha concesso a Taiwan un ufficio di rappresentanza) alla freddezza di Bucarest, più interessata a non deteriorare i rapporti con gli Stati Uniti.

Mutata è senza dubbio la percezione che Europa orientale e Cina hanno l’una dell’altra: l’immagine che la prima ha di Pechino non è frutto di una relazione diretta (scaturita, ad esempio, dalla conoscenza che le élites locali accumulano visitando il paese e formandosi in Cina o attraverso un solido volume di scambi commerciali e investimenti esteri diretti), ma di una sovrapposizione di immagini spesso filtrate dai media occidentali. Sono lontani gli anni della stretta cooperazione sino-albanese e sino-jugoslava: a partire dagli anni ’90 i contatti si sono diramati, sia perché l’Europa centro-orientale si è volta all’Occidente, sia perché la Cina ha perso interesse in una zona geopoliticamente molto instabile.

Culture ancora distanti

Anche quando, più di recente, la cooperazione è rinata, un velo di incomprensione ha subito ricoperto l’effettivo riconoscimento di Pechino come potenza mondiale: stereotipi e razzismo, rafforzati dalla pandemia di Coronavirus, sono proliferati nella zona. È il caso della triste dichiarazione dell’ex presidente serbo Tomislav Nikolić che, durante una visita del premier Li Keqiang a Belgrado, ha citato un profeta del diciannovesimo secolo, Tarabić, secondo cui “delle persone gialle verranno dall’Est, conquisteranno il mondo e berranno acqua dal fiume Morava”. Ma anche della ex classe dirigente macedone del VMRO-DPMNE (centro-destra), entusiasta in pubblico dei nuovi progetti autostradali finanziati con un debito della banca cinese Ex-Im e in collaborazione con Sinohydro, ma apertamente razzista nei confronti dei cinesi in alcuni audio trapelati. 

Episodi tristi ma emblematici di un’incomprensione di fondo, che mostrano quanto la Cina sia ancora distante dal divenire un modello – economico quanto culturale – persino per l’élite della zona.

Foto: Partidul Social Democrat from Romania, Flickr

Chi è Gianmarco Bucci

Nato nel 1997 a Pescara, vive a Firenze. Si è laureato in Relazioni Internazionali all'Università di Bologna con una tesi sul movimento socialdemocratico in Cecoslovacchia, Ungheria e Romania. Al momento è ricercatore alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Scrive su East Journal dal dicembre 2021, dove si occupa di Europa centrale e Balcani.

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