LETTONIA: Riga, l'occupazione sovietica e i fast food siberiani

Andare “a zonzo” per Riga, la capitale della Lettonia, è un’esperienza particolarmente intrigante per tutti quei viaggiatori che sono alla ricerca dei particolari. Si tratta di una meravigliosa città in cui difficilmente è possibile spostare lo sguardo dai grandiosi edifici in Art Nouveau. Riga cerca di raccontare la propria storia nazionale, una storia che, stando a quanto ho visto, è una storia fatta di odi et amo nei confronti dell’Unione Sovietica e della sua permanenza al potere.

Nel 1991 la Lettonia si dichiarò indipendente, al crollo dell’Unione Sovietica, e quest’ultima la riconobbe come tale nel giro di un anno. Con il referendum del 2003 la Lettonia è entrata nell’Unione europea. E’ anche vero, però, che nell’ottobre di quest’anno Riga ha eletto a sindaco un esponente del partito filorusso. La russificazione della Lettonia, nonostante l’interludio dell’occupazione nazista dal 1945 alla fine della seconda guerra mondiale, aveva preso piede sin dal 1939. Nel 1939, infatti, la Germania nazista e l’Urss firmarono il patto Molotov-Ribbentrop che assegnava la Lettonia alla sfera di influenza sovietica.

Obiettivo dell’Unione Sovietica, infatti, era quello di garantire una cittadinanza che fosse sovietica smorzando le appartenenze nazionali e il particolarismo locale. Il lascito e l’integrazione della cultura russa oggi è parte della Lettonia: dall’hockey nello sport, ai giornali, ai negozi, agli appartamenti, alle caffetterie, al personale che si esprime in lingua russa così come una larga fetta della popolazione chiaramente russofona. Al contrario, la storia ufficiale raccontata nei musei è molto dura con l’Unione Sovietica. Il Museo dell’Occupazione a Riga, ad esempio, racconta come se fosse un identico fenomeno sia la breve occupazione nazista sia quella sovietica. Qui figurano manifesti di propaganda dell’una e dell’altra, immagini, foto, giornali; vi sono video che raccontano la liberazione del 1991 e camerate con latrine da campo di concentramento fedelmente riprodotte. Nella città vi sono musei particolari poiché “fatti in casa” in cui vengono visualizzati video della liberazione in appartamenti, cucine e salotti in stile sovietico sino ad arrivare a camere buie in cui vi sono fuochi artificiali e modellini di una città rasa al suolo.

Tuttavia, i pelmeni, espressione culinaria tipica della Russia siberica, sono anche l’espressione più semplice e chiara del superamento dell’odi et amo di cui sopra. Oltre ad essere ricorrenti sulle guide per i Baltici come una esperienza tipicamente lettone da fare, questi ravioli ripieni al brodo vengono venduti in fast food. Pelmeni XL è scritto in alto, in blu e rosso. All’interno gente in divisa fast food serve dietro un bancone. Lunghe file, si passa con un vassoio e si riempiono le scodelle a volontà. Ketchup, maionese e senape le paghi a parte. Mangi e svuoti il vassoio in appositi contenitori. La tipica cucina sovietica in un fast food stile McDonald’s. Se ne trovano diversi girando per la città. Cosa è accaduto alla russificazione?

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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6 commenti

  1. Sinceramente non vedo quale differenza vi sia stata tra le due occupazoni. Sostenere che “la storia ufficiale raccontata nei musei é molto dura con l’Unione Sovietica” é una forma di macabro umorismo se si pensa che nel solo primo anno di occupazione furuno deportati 35.000 lettoni: religiosi, intellettuali, oppositori politici, borghesi, imprenditori. “Le appartenenze nazionali e i particolarismi locali” furono eliminati con l’afflusso di centinaia di migliaia di russi, che non furono espulsi, dopo la raggiunta indipendenza, solo perché il governo russo minacciò ritorsioni economiche. Consiglio alla gentile turista di approfondire le sue conoscenze sul periodo storico trattato.
    Emilio Bonaiti

  2. A me è piaciuto molto quest’articolo. Certo l’Unione sovietica ha lasciato un’eredità pesante che, nell’ufficialità museale, pare infatti ampiamente criticata. Ma la russificazione – in parte compiuta, ed Emilio spiega bene a che prezzo – ha crato una società fatta di lettoni e russi, carica di contrasti che possono anche essere una ricchezza. Credo che Gabriella proprio questi contrasti volesse rappresentare.
    Matteo

  3. Gentile Sign. Bonaiti Emilio,
    dal mio umilissimo punto di vista ritengo che vi siano state enormi differenze tra le due occupazioni dal 1918 in poi. E’ vero che la Germania ha sempre avuto una grande influenza sulla Lettonia ma temo che questo sia accaduto in termini più economici che culturali o legati agli stili di vita. L’occupazione della Germania nazista non ha avuto la forza di penetrare nella quotidianeità dei singoli, quella sovietica si. Ad esempio, l’occupazione sovietica, come lei saprà meglio di me, induceva le persone a vivere in grandi appartamenti condividendo tutto meno che il letto. Questo la Germania nazista purtroppo o per fortuna non l’ha fatto e non ha avuto nemmeno il tempo per pensarci.
    Per non parlare, quindi, della durata, l’occupazione tedesca è stata una occupazione che è durata decisamente pochi anni, la seconda, invece, no.
    Le città sotto assedio da parte della Germania nazista non hanno niente a che vedere nei contenuti con l’occupazione sovietica. Stando ad una analisi puramente intellettuale ( contenuto), la prima esportava una ideologia, la seconda espotava un modello di società. Nei fatti (forma) entrambe le occupazioni costituivano un allargamento di sfere di influenza. La differenza tra forma e contenuto, tendo a ritenerla importante.
    Dei fenomeni, perchè di questi ho scritto, non necessariamente è opportuno guardare solo alla forma.
    En passant, l’articolo di tremila battute non parla di occupazioni ma delle contraddizioni dei lasciti di poteri stranieri differenti tra loro in Lettonia.
    Per terminare, non credo che le occupazioni del ‘900 siano state messe in atto con i fiori, ma temo che la violenza spesso, forse sempre, ne è stata il mezzo. Allora morti e deportazioni, se si parla di occupazioni, vi sono sempre state. La Storia ne è fin troppo colma. Mi dispiace che lei vi voglia vedere dell’umorismo, macabro tra l’altro.
    La storia ufficiale e civica (musei) dovrebbe andare più a fondo nei problemi o per lo meno raccontarli per la loro portata effettiva. Non mi pare che le due occupazioni in termini sociali e culturali abbiano la medesima portata (contraddizione). Il museo non può ridursi ad una enumerazione di morti, mi scusi. Penso che la storia narrata sia stata dura con l’Unione Sovietica proprio perchè le due occupazioni non sono assimilabili. La Storia è ben altro.
    Ultime brevi questioni che non riesco a risolvere da me:
    Ammetto che l’idea di nazione a me non piace, così come quella dei nazionalismi, comunità immaginate direbbe qualcuno.
    Ad ogni modo, lei pensa davvero di poter parlare della Lettonia come di uno “stato-nazione” strutturato culturalmente e socialmente come, per assurdo, la Francia? Per l’indipendenza lettone morirono 14 persone. Visto che a lei piacciono i numeri, le assicuro che vi sono territori nel mondo, dall’America Latina ai paesi dell’Africa, in cui per l’indipendenza hanno dato la morte molte più persone. Stando ai termini con cui lei si è espresso questi ultimi sarebbero più meritori? Ha idea di cosa è stata la Resistenza in Lettonia?
    Altra questione che non comprendo: i Russi in Lettonia che devono fare visto che ormai vivono lì? Dovevano deportarli? Farli reimpatriare oggi? Punirli?

    Saluti turistici,
    Gabriella

  4. Cara signora Cioce, colpito dal suo stile diciamo “leggero” di descrivere l’occupazione sovietica, sono forse stato troppo “veemente” nelle mie osservazioni, mi perdoni ma veniamo da mondi diversi e certi accadimenti costati lacrime e sangue, ho 81 anni, si ricordano in modo diverso. Quando sostiene che “per l’indipendenza della Lettonia morirono 14 persone” si riferisce anche ai violenti scontri che nei primissimi anni venti patrioti lettoni sostennero contro truppe tedesche, zariste e sovietiche?
    Aggiungo ma il diritto all’indipendenza si misura dal numero dei Caduti?
    Oggi nessuno vuole che ai Russi residenti in Lettonia e cittadini lettoni a ogni buon diritto venga inflitto lo stesso trattamento dei Tedeschi della Prussia orientale, della Slesia, dei Sudeti o agli Italiani dell’Istria cacciati da terre dove vivevano da secoli. Per concludere, sicuramente per la mia tarda età non ho capito se qundo parla della Resistenza in Lettonia si riferisce a quella contro i nazisti o contro i sovietici?.
    Augurandole di portare a conoscenza dei lettori del sito altri eventuali suoi viaggi di studio le auguro buone feste natalizie.
    Emilio Bonaiti

  5. una piccola precisazione per il signor Bonaiti: gli italofoni dell’Istria e Dalmazia non furono cacciati, se ne andarono di loro iniziativa, spinti dalla propaganda postfascista che induceva terrore di persecuzioni, poi mai avvenute nei confronti di chi in Istria e Dalmazia è rimasto.

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