STORIA: Quella volta che i comunisti fecero esplodere una cattedrale a Sofia

La cattedrale ortodossa Sveta Nedelja (‘Santa Domenica’) si staglia nel cuore di Sofia. È uno degli estremi del cosiddetto “quadrato della tolleranza”, l’immaginario poligono simbolo del pluralismo religioso proprio della capitale bulgara, che ha per altri angoli la moschea Banja Baši, la sinagoga monumentale e la concattedrale cattolica di san Giuseppe.

Quando il 16 aprile 1925 una cellula del Partito comunista bulgaro (Bălgarska komunističeska partija, BKP) fa saltare in aria la cupola maggiore di Sveta Nedelja, la cattedrale ortodossa diventa emblema della follia estremista.

Comunisti contro agrari

Il 9 giugno 1923, un colpo di stato militare legittimato da un esitante Boris III destituisce Aleksandăr Stambolijski, capo dell’Unione agraria popolare bulgara (Bălgarski zemedelski naroden săjuz, BZNS). Il nuovo primo ministro è Aleksandăr Tsankov, guida dell’Alleanza democratica (Demokratičeski sgovor, DS).
Ne consegue una fallimentare e disorganizzata rivolta contadina, che termina il 14 giugno col brutale assassinio di Stambolijski per mano della VMRO, l’Organizzazione rivoluzionaria interna macedone.
Irremovibile è la posizione neutrale del BKP per tutta la durata della vicenda, nonostante le esortazioni del Comintern a collaborare con il BZNS.

Un partito illegale

Nell’agosto dello stesso anno, i leader del BKP Vasil KolarovGeorgi Dimitrov convincono il partito a organizzare una sommossa in settembre, ben presto soffocata nel sangue da Tsankov. Kolarov e Dimitrov fuggono dal Paese, e quest’ultimo fonda a Vienna il Comitato oltrefrontiera del partito, di matrice estremista.

La legge per la protezione dello Stato (Zakon za zaštita na dăržavata) varata nel gennaio 1924 interrompe le attività del BKP, messo definitivamente al bando in aprile dalla Corte suprema di cassazione.
Il Comitato oltrefrontiera diventa quindi il punto di riferimento dei militanti rimanenti; nasce l’organizzazione militare del BKP (Voenna Organizatsija, VO). Divisa in piccoli gruppi terroristici detti šestorki, è guidata dall’ufficiale Kosta Jankov e dal maggiore Ivan Minkov, future menti dell’attentato a Sveta Nedelja.

Con il sostegno di Dimitrov, Kolarov e del Comintern, da Vienna ci si adopera per fornire ai compagni in patria fucili, mitragliatrici e munizioni; un carico di armi provenienti da Sebastopoli viene bloccato dalla guardia costiera bulgara in agosto, e le azioni previste per l’autunno slittano alla primavera successiva.
Nel frattempo Petăr Abadžiev, capo della šestorka incaricata dell’operazione, recluta Petăr Zadgorski, il sagrestano della cattedrale ortodossa.

Convergenze

Il piano prevede l’uccisione di una figura di spicco, il cui funerale riunisca il maggior numero possibile di personaggi del ceto dirigente bulgaro, per poi eliminarli, permettendo ai comunisti l’ascesa al potere. La vittima inizialmente designata è Vladimir Načev, direttore del corpo di polizia, ma la stretta sorveglianza che lo circonda costringe la VO a cambiare bersaglio.

La sera del 14 aprile 1925, il generale e deputato della DS Konstantin Georgiev viene assassinato davanti alla chiesa Sveti Sedmočislenitsi (‘Sette Santi’).
La mattina dello stesso giorno, un gruppo di anarchici assalta il corteo reale ad Arabakonak, il passo montano che collega Sofia a Botevgrad. Boris III rimane illeso, ma due dei suoi accompagnatori vengono uccisi.
Sempre il 14 aprile, Georgi Dimitrov e Vasil Kolarov, su pressione del Comintern, inviano da Mosca esplicite istruzioni volte a sospendere tutte le operazioni armate.

16 aprile 1925, ore 15:20

Nelle settimane che precedono il 16 aprile, 25 chili di esplosivo vengono collocati sopra una delle colonne che sostiene la cupola principale della cattedrale. L’acido solforico posizionato vicino all’ordigno rilascerà gas tossici dopo l’esplosione; una miccia di 15 metri permetterà agli attentatori di fuggire indisturbati.
Il funerale del generale Georgiev è fissato per le ore 15. La bara, e con essa i più alti funzionari statali, è collocata vicino alla colonna dov’è posizionato l’esplosivo. La folla accorsa è però tale da obbligare il metropolita Stefan a spostare il feretro più in avanti; una casualità imprevista che salverà dall’attentato i principali obiettivi.

L’esplosione avviene alle 15:20. La cupola crolla, intrappolando all’interno della chiesa la maggior parte dei presenti; “un cimitero vivente”, affermerà il comandante dei pompieri.
Le vittime sono 213, i feriti circa 500. Muoiono una trentina tra colonnelli, tenenti e generali, tre deputati, ma soprattutto civili, donne e bambini. Muore anche il sindaco di Sofia, Paskal Paskalev.
Tutti i membri del governo se la cavano con ferite lievi; Boris III, impegnato al funerale delle vittime dell’assalto di Arabakonak, arriva a Sveta Nedelja in ritardo, a fatto ormai compiuto.

Le conseguenze

Petăr Abadžiev e pochi altri riescono a fuggire in Unione sovietica. Il sagrestano Petăr Zadgorski si consegna alla polizia il giorno dopo l’attentato; fornisce una confessione completa, rivelando la posizione dei leader della VO. Kosta Jankov viene ucciso mentre cerca di nascondersi da un complice, mentre Ivan Minkov si suicida per sfuggire alla cattura. I militanti restanti vengono arrestati, processati e condannati a morte.
Marko Fridman, l’imputato di grado più alto, confessa che la VO ha ricevuto il sostegno dall’Urss via Vienna. Scarica però l’intera responsabilità del crimine a Jankov e Minkov, i quali passarono all’azione senza attendere l’avallo del Comintern. Le istruzioni di Dimitrov e Kolarov raggiunsero infatti Sofia solo dopo l’attentato.

La stessa sera del 16 aprile Aleksandăr Tsankov instaura la legge marziale; durerà fino ad ottobre inoltrato. La stroncatura delle attività politiche di sinistra sarà totale.

foto: stara-sofia.com

Chi è Giorgia Spadoni

Marchigiana con un debole per le lingue slave, bibliofila e assidua frequentatrice di teatri e cinema. Laureata al Dipartimento di Interpretazione e Traduzione di Forlì, la sua incessante curiosità l'ha portata a vivere in Russia, Croazia e soprattutto Bulgaria, che è riuscita a strapparle un pezzo di cuore. Nel 2018 ha vinto il premio di traduzione "Leonardo Pampuri", indetto dall'Associazione Bulgaria-Italia. Da gennaio 2020 continua a scrutare oltrecortina per East Journal, raccontando frammenti di cultura est-europea, storia e attualità bulgara.

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