TURCHIA: La protesta per il film su Maometto si allarga, Erdogan non si schiera

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Qualche giorno fa il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha inviato un messaggio personale al primo ministro turco, chiedendogli di esprimersi in modo forte contro le violenze infuriate nell’ultima settimana in molte aree del mondo musulmano. Ora il paventato incendio sembra essere molto più circoscritto, ma la tensione rimane alta. La causa scatenante è il video, disponibile su internet, i cui contenuti offendono deliberatamente la religione  islamica.

Dopo l’attacco all’ambasciata di Bengasi,  che ha provocato la morte dell’ambasciatore in Libia Chris Stevens e di altri tre americani, l’apice degli scontri si è avuto lo scorso venerdì, nel giorno della preghiera per i fedeli musulmani. La protesta ha infuocato le piazze delle città dal Cairo allo Yemen, da Sydney all’Iran. Rincorrendosi e smentendosi si susseguono le notizie, le ipotesi e i sedicenti scoop riguardo la produzione artefice di “Innocence of Muslims”: tra registi accusati di frode bancaria, attrici inconsapevoli, burattinai nascosti tra le file dei repubblicani, il calderone è di quelli da perdercisi e non capire più di cosa si stava parlando. Certo è che il video, di qualità amatoriale e totalmente privo di velleità artistiche, è una semplice espressione di bassezza e desiderio di offendere. Hilary Clinton l’ha definito “disgustoso e riprovevole”. Senza dubbio lo è. Ora ci si chiede quale sia la reazione più adeguata ad un’offesa di questo tipo. L’ondata di violenza a cui il mondo ha assistito in questi giorni è ingiustificabile e cieca, ma non è altro che la fiammata che nasce da benzina lanciata sul fuoco. Con tutte le questioni aperte che permangono tra mondo  musulmano e l’”occidente”, ogni reazione, e ogni reazione alla reazione non può essere nient’altro che esagerata.  Lo scontro non è causato di volta in volta da un film o una vignetta, ma è latente.

Nel frattempo, Google ha bloccato l’accesso al video in Egitto, Libia, India, Malesia e Indonesia mentre in Bangladesh, Afghanistan e Pakistan gli stessi governi hanno reso inaccessibile il sito di YouTube. Anche l’Arabia Saudita dei wahhabiti minaccia di prendere gli stessi provvedimenti censori. Così, è inevitabile iniziare a chiedersi quale sia il confine della libertà d’espressione e quando questa sia da sacrificare per la sicurezza.

Recep Tayyip Erdogan, nei giorni scorsi ha dichiarato che l’insulto all’islam non va annoverato tra i diritti previsti dalla libertà d’espressione, ma che ciò non dà diritto a reagire con violenza. Ora però è tempo di elaborare una strategia che dimostri con più forza perché è preferibile non raccogliere la provocazione. Obama chiede a Erdogan di esprimersi e intanto ad Ankara si aggiungono altri  focolai di protesta oltre ai numerosi che si vedevano già sparsi in giro per il mondo. I fedeli radunati vicino all’ambasciata americana a stento superavano la cinquantina, ma gli slogan rivolti alla casa bianca risuonavano minacciosi quanto quelli echeggiati al Cairo. I contestatori hanno urlato al governo di non assecondare le istruzioni americane.

Erdogan si trova in mezzo a due fuochi. In Turchia la protesta non è divampata come in altre regioni ma la reazione non è di apatia o disinteresse. Semplicemente, qui l’approccio alla religione è diverso, la questione è più privata che pubblica e l’ombra lunga del “secolarismo obbligatorio” limita ancora la società nelle sue espressioni più spontanee. Con dovizia di elementi, Mustafa Akyolopinionista del quotidiano Hurriyetspiega in un articolo del 19 settembre perché “i turchi sono più calmi”. La ragione sarebbe da ritrovarsi, tra le altre, nell’assenza nella storia turca di violenza islamista organizzata e nella condizione socio-economica oggi privilegiata nel mondo musulmano. I turchi avrebbero, in buona sostanza, modi più “civili” per reagire. A  voler indagare, in effetti, un’iniziativa recente contro il video tristemente famoso arriva da due avvocati che hanno depositato la propria accusa ufficiale contro  gli artefici di “Innocence of Muslims” all’ufficio del procuratore di Stato ad Ankara. Vale a dire, la questione in Turchia è affrontata con altre maniere, ma interessa. Condividere una fede spesso non significa condividere anche gli ideali, ma talvolta ci si può influenzare, e quando va bene questo accade in senso positivo.

La Turchia è nella condizione potenziale per tentare una maggiore capacità attrattiva, non solo nelle relazioni internazionali, ma anche nelle questioni religiose. La posizione del primo ministro turco forse non avrà la forza di placare gli animi dei fedeli musulmani molto più di quella di un tagliente Benedetto XVI, ma è importante che in questo momento un leader di uno Stato a maggioranza musulmana trovi una chiave di lettura convincente per le varie parti in causa, un’efficace equilibrio perché quel video torni ad essere un inutile video denso di ignoranza.

3 Comments

  1. francescofrancesco09-20-2012

    Gentile Silvia,
    grazie per l’articolo interessante sulla situazione in Turchia.

    Devo però dissentire da alcune sue posizioni o chiederle di spiegarle meglio.
    Lei scrive: “L’ondata di violenza a cui il mondo ha assistito in questi giorni è ingiustificabile e cieca, ma non è altro che la fiammata che nasce da benzina lanciata sul fuoco” mi pare un’affermazione un po’ pesante; cosa voleva dire, che era inevitabile? Che infondo è giustificata perchè l’offesa è grande?

    Poi lei dice “Così, è inevitabile iniziare a chiedersi quale sia il confine della libertà d’espressione e quando questa sia da sacrificare per la sicurezza”, anche questo mi pare riduttivo e (mi permetto) sbagliato. Se infatti lasciamo passare il principio che in caso di reazioni violente sia la libertà di espressione da limitare (e non le reazioni violente da reprimere) si rischia che chiuque voglia limitare la circolazione di scritti, opere audiovosive e quant’altro, sia incentivato ad inscenare manifestazioni violente per ottenere (in nome della sicurezza) la censura di quanto da lui ritenuto offensivo.

    Credo invece che una civiltà debba rimanere sempre saldamente ancorata ai propri principi, e se della libertà di espressione abbiamo fatto uno dei principi fondamentali sui quali la nostra società si basa, non possiamo abdicarvi, mai!
    Chi si ritiene offeso dal film in questione si rivolga ai tribunali, ma i tribunali usino come criterio di giudizio il merito (e non le circostanze), perchè vede, se limitiamo per legge o per sentenza la circolazione di questo film, domani mattina altri pretenderanno che sia bloccata la circolazione di Paradise Faith (il film, applauditissimo a Venezia in cui la protagonista si masturba con un crocefisso) ed avranno diritto ad ottenerla, perchè nello stato di diritto la legge è uguale per tutti.

    Saluti,
    Francesco

  2. murat cinarmurat cinar09-20-2012

    prima di dire due cose sulla “reazione non esistente” della turchia su questo video vorrei attirare l’attenzione su due punti storici. pensate a questi milioni di fedeli arrabbiarsi oggi a causa di un video ed arrivare ad uccidere, devastare, bruciare, sparare, farsi esplodere proprio come anni fa in turchia un ragazzo quando ha accoltellato Metin Akpinar a causa di un suo libro in cui attraverso i numeri criticava i movimenti fondamentalisti in turchia… e pensate a migliaia di persone che muoiono in questi paesi che hanno dato questa reazione… la siria da quasi un anno e la palestina da anni brucia ma oggi il problema dei musulmani è un video stupido… e pensate quando i talebani bombardavano le statute dei buddha e ditemi quale popolazione si è espressa solidale ai popoli buddisti, compreso recep tayyip erdogan. quando tocca agli altri non è un problema quando tocca alla mia religione invece sì perché mi hanno sempre detto che la mia fede è quella migliore, la nostra nazione è quella superiore, i nostri dirigenti non sbagliano mai ed io quando ho pensato un secondo diversamente mi hanno bastonato. il problema non è un video, un fumetto ed una vignetta il problema oggi è il risultato di una terra che vive con i rapporti di competizione ed odio per servire a qualche commerciante…
    in turchia esistono e come esistono i movimenti aggressivi, violenti o armati religiosi. vi ricordate delle case di konya in cui hanno trovato più di sessanta corpi di imprenditori kurdi uccisi; hezboullah. vi ricordate dell’ibda-c che si ispira ai progetti di necip fazil, poeta tanto amato da erdogan, e le sue attività? Oppure Tevhid-Selam, Hilafet Devleti e l’ala turca dell’Al Kaida… è vero non ci sono stati delle situazioni come in Somalia oppure altri paesi ma tutte queste organizzazioni hanno ucciso un mucchio di gente, parecchi sono stati liberati, alcuni sono stati dei parlamentari oppure messi dentro dagli stessi membri che poi sono passati dall’altra parte. Ne anché due anni fa all’uscita della preghiera di venerdì nella moschea di fatih i militanti dell’El-Fetih hanno fatto una massiccia manifestazione di mille persone chiamando il governo a dichiarare jihan come gli è stato promesso(parole loro) oppure gli Aczimendi che hanno varie volte detto che sono stati traditi all’epoca dai governatori di oggi per non parlare di alcuni membri dell’Helboullah liberati con un cambiamento della costituzione poco dopo il referendum in 1 serata poi sono scappati all’estero. In Turchia sì che esiste un movimento violento ed armato religioso solo che è stato sempre utilizzato per qualche motivo politico contro qualcuno in modo moderato ed in armonia ed in accordi non ufficiali con i poteri economici, politici e militari della storia.
    Da qui mi aggancio al discorso di “secolarismo obbligatorio”. Leggo con tristezza mille volte al mese questa fissazione e convinzione di alcuni media europei. in turchia in questi ultimo 30-40 anni il secolarismo finto è stato utilizzato come uno scudo per coprire i lavori sporchi fondamentalisti dei poteri economici, politici e militari. tutto questo si è svelato con il processo OdaTv oppure Balyoz tranquillamente. nel libro di Ahmet Sik dice molto evidentemente come dentro lo stesso esercito oppure dentro varie camere di commercio oppure dentro altri organi delle forze dell’ordine è cresciuta una generazione di fondamentalisti e come sono stati infiltrati questi in modi illegali nell’arco di 30-40 anni dopo l’ultimo colpo di stato. un colpo di stato anti comunista non poteva andare a braccio con nessun altro movimento ma solamente con quello fondamentalista religioso sempre anti comunista partitico come Milli Selamet oppure associativo come Nur Cemiyeti.

  3. Silvia PadriniSilvia Padrini09-20-2012

    Francesco, nello scrivere “benzina lanciata sul fuoco” non intendevo sotto sotto giustificare le violenze, sostengo però che era assolutamente prevedibile che avvenissero. La tensione esistente l’abbiamo sperimentata già parecchie volte -e qualcuno ben più di me e Lei- quindi, visto che anche volendo non troviamo l’intento artistico in quel filmato, io lo interpreto come un abietto tentativo di provocazione.
    Per quanto riguarda la libertà di espressione, anche io lo considero un diritto imprescindibile (sperando sempre inutilmente nell’esistenza del buon senso), ma le decisioni prese in questa situazione dai governi e dai gestori dei siti coinvolti fanno sorgere spontaneo il dibattito ancora una volta.

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