Est, in Europa, non è soltanto un punto cardinale. Per buona parte del Novecento l’Europa si è trovata al suo interno divisa, la politica della Guerra Fredda ha costretto il continente a vivere una separazione che si è fatta sempre più radicale nel procedere del secolo. Una dicotomia che ha contribuito a creare al di qua del Muro l’idea di una alterità dell’Est, come se quest’ultimo non fosse parte del continente, protagonista della stessa storia, erede della stessa cultura. La presunta alterità dell’Est si spiega con la distanza che la cortina di ferro ha messo tra le due parti, tanto vicine geograficamente quanto lontane politicamente, ma deriva altresì dalla perversa teoria dell’alterità slava, che fu caro al nazismo e che ancora oggi agisce sottotraccia e fa percepire lo slavo come “diverso”.

L’Europa orientale non è però soltanto slava, a livello etnico esiste una differenziazione notevole in una contiguità /continuità che allo stesso tempo accomuna e divide le comunità e le culture. Un’area dunque composita e ricca di contraddizioni, mossa da forze al contempo centrifughe e centripete nei confronti della vicina potenza russa. Un laboratorio per l’Europa Unita nei confronti della quale i membri orientali hanno un atteggiamento polivalente. E parliamo di Europa orientale in senso lato, onnicomprensivo, a solo scopo di semplificazione e rifacendoci a categorie geopolitiche del Novecento che forse andrebbero riviste. L’Europa di cui parliamo è balcanica, mediterranea ma anche quella “mitteleuropa” cara a Ripellino, e quella russa fino a uscire dai confini europei, spaziando per le steppe dello spazio post-sovietico.

Est e Ovest in Europa non sono solo luoghi geografici ma luoghi dell’immaginario che occorre ridefinire: Praga, Cracovia, Budapest, Breslavia sono poste esattamente al centro del continente e ne rappresentano, in ogni senso, il cuore. Un cuore nuovo, eppure antico.

Cos’è East Journal

EaST Journal nasce nell’inverno 2010 in una gelida mansarda torinese dove il vino era cattivo e i soldi sempre pochi. Nasce per gioco, per fede, per anarchia, con qualche idea che prendeva coraggio: libertà d’informazione è poter dire tutto, senza autocensure né pregiudizi politici o ideologici. Pluralismo è contraddizione all’interno di un solo giornale, non tanti giornali monolitici e sordi l’un l’altro. Linea editoriale è curva e spirale, andare al centro delle cose, deviare dall’opinione comune, motivando e contestualizzando sempre. Onestà è ancoraggio ai fatti, esplicitazione delle fonti, chiara esibizione dell’opinione. East Journal non ha editori né pubblicità, quindi non ha padroni. Se siamo indipendenti è perché siamo poveri, di denari, non di idee. La redazione, che si è andata formando  è mossa dalla passione e dalla convinzione che, in una società gerontocratica e individualista, unirsi sia l’unica possibilità per cambiare. Il nostro spirito è di rottura, nel lettore cerchiamo un confronto, un insegnamento, e non una scimmietta da ammaestrare con verità rivelate in tasca.

I nostri articoli non tengono per nulla conto del vecchio e peloso distinguo tra news e views, tra fatto e commento. E’ infatti quella una regola del giornalismo anglosassone che poco si presta alla nostra mediterranea società mediatizzata. Noi le due cose le vogliamo unire in modo che non sembri mai (mai) che – nascosti dietro il velo di una presunta obiettività – si cerchi di condizionare l’opinione altrui.

East Journal però non ha un “pensiero unico”. Ognuno dei redattori esprime il proprio punto di vista a commento di un fatto  creando (questo è l’intento) una pluralità che possa essere utile al lettore. E siccome le persone non sono lampadine che si accendono o spengono, ma complessi grovigli di valori, convinzioni, filosofie, sentimenti, ecco allora che il nostro modo di fare giornalismo non punta al monolitismo. Quindi sarà difficile etichettare la testata e i suoi redattori come di “destra” o di “sinistra”. Con questo non si vuole dire che siamo “apolitici”. Altra pelosa definizione. Noi siamo politicissimi perché fare informazione, per noi, è curarsi della polis, è mettersi al servizio della polis. Senza ansie da prestazione però, senza l’assillo della velocità. Il nostro modo di essere “avanguardia” punta invece sulla lentezza: facciamo slow journalism. Invece di scrivere la prima castroneria che ci viene in mente, solo per bruciare gli altri sul tempo, preferiamo pensarci meglio, documentaci, riflettere, prima di pubblicare. La velocità innesca solo i processi di comunicazione. Ma l’informazione non è comunicazione.

Il nostro obiettivo è quello di raccontare la “nuova” Europa, quella dell’est, che rappresenta il cuore antico del vecchio continente. La cultura e la storia ci insegnano la comune appartenenza. E l’appartenenza a una comune cultura si spinge fin dove le somiglianze sono più delle differenze: così East Journal si apre talvolta a orienti asiatici e mediorientali, a nordafriche e americhe, restando eminentemente europei.

L’europeismo critico è una nostra vocazione. L’Unione Europea rappresenta la possibilità di integrare le due europe troppo a lungo divise, creando presupposti per uno sviluppo democratico pieno e condiviso. Affinché questo sia possibile però l’Unione non può limitarsi al semplice aspetto economico, ma deve diventare soggetto politico autonomo nel pieno rispetto dei Paesi membri. L’Europa unita viene per noi prima dell’Unione Europea. Tra i nostri temi più cari figurano poi la tutela delle minoranze, l’analisi dell’estremismo di destra, la geopolitica energetica, il monitoraggio del crimine organizzato transnazionale.

East Journal: nasce la rivista Most

Con lo stesso spirito nasce, nel gennaio 2013, la rivista Most, un quadrimestrale prodotto dalla redazione di East Journal che si avvale di importanti firme del giornalismo e della cultura che guardano a oriente. Si rivolge ad addetti ai lavori, giornalisti, ricercatori, professori, ma anche a dottorandi e studenti che vogliano dedicarsi a una lettura che si pone a metà strada tra l’informazione (verticale) e le scienze politiche. Vuole inoltre essere un’occasione di approfondimento per tutti i lettori di East Journal, appassionati di politica estera, che vogliano andare oltre agli articoli quotidiani della testata on-line.

L’associazione culturale Most

Per tentare di trovare un minimo di risorse è nata, nel giugno 2013, l’Associazione culturale Most che, formalmente, edita il quotidiano East Journal e la rivista Most. Ma non si vuole limitare solo a quello: dibattiti, convegni, confronti sull’attualità politica europea, educazione nelle scuole, corsi di storia contemporanea dell’Europa orientale, sono tra le attività che l’Associazione intende svolgere. Attraverso le donazioni dei lettori, ma anche di coloro che vorranno partecipare alle nostre attività, speriamo di poter far fronte alle spese offrendo anche un servizio sempre migliore, investendo sia in migliorie inerenti la fruibilità del sito che nella qualità dei collaboratori.

Insomma, tutto questo siamo noi, un gruppo di persone in costante contraddizione, poiché senza contraddizione (diceva Walt Whitman) non c’è crescita. E noi, con voi, vogliamo crescere.