IRAN: Scontri a Teheran, nel bazar che vide la rivoluzione di Khomeini. Verso una “primavera persiana”?

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Scontri tra polizia e manifestanti a Teheran, durante la protesta per il crollo del rial (la valuta iraniana). Lo hanno reso noto siti dell’opposizione. Segnalate «vetrine infrante» e «scontri» con la polizia in piazza Toupkhuneh e altre zone vicine al Gran Bazar di Teheran, con lancio di «lacrimogeni» da parte delle forze dell’ordine. Negozianti del bazar hanno inscenato una manifestazione usando slogan come «abbasso il governo che inganna», già usati durante l’onda verde del 2009. La protesta si è indirizzata contro l’aumento dei prezzi, l’instabilità economica e il rialzo del dollaro. Il rial sta infatti crollando nei confronti del dollaro anche a causa delle sanzioni internazionali contro il programma atomico iraniano. I prezzi dei più diffusi beni di consumo anche alimentari sono aumentati anche del 100%. I sussidi erogati dal governo alle famiglie più povere non sono sufficienti ad affrontare il rincaro dei prezzi e il malcontento è diffuso.

E’ da rimarcare come queste proteste siano andate in scena nel bazar di Teheran, il luogo da cui prese le mosse la “rivoluzione islamica” di Khomeini. E qui occorre fare un passo indietro: Khomeini, dopo gli studi di diritto, negli anni Cinquanta si unì al partito religioso islamico dei taliban, che voleva imporre un governo improntato a costumi tradizionalistici. Come ogni talib, si oppose alla politica di laicizzazione promossa dallo Scià, e organizzò nel 1963 una congiura contro di lui: congiura che fallì in pieno, costringendo Khomeini, nel frattempo salito alla carica di ayatollah, all’esilio dapprima a Bursa, in Turchia, quindi in Iraq (a Najaf) e infine in Francia, a Parigi.

Negli anni Settanta l’opposizione allo Scià si fece più forte, era di ispirazione socialista e comunista e solo in parte religiosa. La repressione costò la vita a più di cinquemila persone, perlopiù giovani. Mentre lo Scià faceva piazza pulita degli oppositori, guadagnò spazio il partito dei taliban. Il 7 gennaio 1978 la rivolta popolare esplose contro lo Scià Mohammad Reza Pahlavi. Sebbene si fosse mostrato possibilista verso una trattativa, lo Scià il 16 gennaio 1979 fu costretto a fuggire dall’Iran mentre Khomeini, tornato il 1º febbraio da un esilio che durava quasi da sedici anni, poteva instaurare una “repubblica islamica”. La rivolta popolare che portò Khomeini al potere nacque proprio nel Gran Bazar, essa era espressione non già delle giovani generazioni d’ispirazione marxista, ma di quelle classe medie marcantili che oggi sono protagoniste delle proteste. Per questo queste proteste sono da prendere in seria considerazione.

Certo, quello che chiedono i manifestanti non è una “democrazia liberale”. Come pure non la chiedeva l’onda verde, il movimento di contestazione che fece tremare il potere di Teheran nel 2009 e che, sottotraccia, ancora si muove. Quello che si chiede è un cambiamento nella continuità, maggiori libertà individuali senza però mettere in discussione la repubblica islamica. L’attuale leadership iraniana, composta dagli ajatollah oltranzisti e dai pasdaran vicini ad Ahmadinejad, non sembra in grado di far fronte alla crisi economica in corso nè di rispondere alle necessità morali e materiali della popolazione.

Gli Stati Uniti, appena avuta notizia dei disordini di ieri, si sono detti disponibili a revocare l’embargo se Teheran rinuncerà al piano nucleare. E Teheran, a testimonianza di quanto grave sia la situazione, ha subito presentato un  piano in nove punti che prevede la graduale sospensione da parte dell’Iran delle attività di produzione dell’uranio, in cambio  di  concessioni, tra cui lo smantellamento delle sanzioni economiche che stanno provocando il collasso della valuta iraniana. A stretto giro di posta l’amministrazione americana ha bocciato il piano, definendolo “insufficiente”. Sembra un fatto, però, che Khamenei e il regime sentano il peso della pressione internazionale.

Già si vocifera di una “primavera persiana” da mandare in scena durante la prossima estate, alla vigilia delle elezioni presidenziali. Il momentio è propizio: per allora si sarà risolta la questione siriana e avrà preso una piega decisiva quella libanese. Siria (e Libano) sono due tessere fondamentali per l’Iran nel quadro mediorientale. Abbattere il regime di al-Assad significa anche isolare l’Iran, ultimo Paese della regione a non essere soggetto all’influenza atlantica. Il rischio è che si passi dalla padella del regime islamico alla brace del regime fantoccio. Staremo a vedere come si evolveranno gli eventi.

1 Comment

  1. mogol_grmogol_gr02-19-2013

    Insomma un vaffa-day.

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