BOSNIA: Le Olimpiadi tornano a Sarajevo, tra memoria e speranza

Chi ha più di trentanni ricorda quei giorni come l’ultima volta in cui Sarajevo, e forse l’intera Bosnia Erzegovina, è stata felice. Come dire: chi di anni ne ha di meno, la felicità non sa neanche cosa sia, se non per sentito dire. E forse è davvero così.

Era il 1984, febbraio, e dopo sette anni di lavori di preparazione, Sarajevo era pronta finalmente ad ospitare i giochi olimpici invernali: era la prima volta in un paese socialista, in un mondo spaccato in due metà contrapposte da un muro ancora saldamente al suo posto. Quarantanove nazioni, un record, e migliaia di atleti si contesero le cento medaglie in palio in strutture nuove di zecca costruite tutt’intorno al catino naturale su cui giace la città. La torcia olimpica arrivò da Atene via Dubrovnik, in una nazione che era ancora una sola, sebbene federale: la Jugoslavia.

I giochi tra passato e futuro

Evocativamente nello stesso giorno in cui si diede il via ai giochi del 1984, l’8 febbraio, si è tenuta la cerimonia di inaugurazione del Festival Olimpico Invernale della Gioventù Europea (European Youth Olympic Festival) officiata dal presidente di turno della Bosnia Erzegovina Milorad Dodik: siamo ancora a Sarajevo, le nazioni partecipanti sono ancora tantissime, così come tantissimi sono i ragazzi che gareggeranno nelle sette discipline in programma.

E’ con questa annotazione algebrica che, però, finisce ogni parallelismo possibile.

Perché della Sarajevo del 1984 non resta nulla, a cominciare dal fatto che il suo tessuto urbano è artificiosamente suddiviso in due, tra Sarajevo e Sarajevo Est: la prima appartenente alla Federazione di Bosnia Erzegovina, la seconda alla Republika Srpska, le due entità amministrative in cui la Bosnia Erzegovina è stata ridisegnata dagli accordi di Dayton del 1995. Un confine tanto intangibile quanto concreto: a Sarajevo la maggioranza è bosgnacca, mentre i 60 mila abitanti che vivono a Sarajevo Est sono quasi esclusivamente serbi, un terzo dei quali trasferitisi lì solo dopo la guerra degli anni ’90, nell’ambito dell’immane rimescolamento etnico che ha cambiato, per sempre, i connotati dell’intero paese.

Nulla a che vedere, dunque, con la Sarajevo che ospitò le olimpiadi del 1984 in cui un terzo dei matrimoni erano misti e dove, nella peggiore delle ipotesi, si ignorava felicemente l’etnia del proprio vicino di pianerottolo o del proprio medico curante. Dove, anzi, era proprio il concetto di etnia ad avere poco senso.

Qualche timido segnale di speranza

I giochi del 1984 coinvolsero tutti i sarajevesi in uno straordinario sforzo collettivo che trasformarono quei giochi in un successo riconosciuto a livello mondiale e riempirono d’orgoglio un’intera nazione al punto che la mascotte di quell’olimpiade, il lupetto Vucko, è ancora oggi uno dei souvenir più venduti in Bosnia Erzegovina.

Il Festival Olimpico in corso in questi giorni reca con sé qualche segnale di speranza, per quanto flebile: prima di giungere a Sarajevo, la fiamma olimpica accesa a Roma a fine gennaio è transitata, infatti, da Banja Luka, capitale de facto della Republika Srpska, a collegare idealmente le capitali delle due entità. Ma non è tutto: le olimpiadi coinvolgono sia Sarajevo che Sarajevo Est e sono state organizzate in modo congiunto dalle due amministrazioni. Non è stato facile convincere le parti a superare le reciproche contrapposizioni e ritrosie, al punto che i giochi sono arrivati, qui, con due anni di ritardo rispetto al previsto, proprio per la difficoltà a far dialogare i blocchi politici contrapposti.

C’è poi un altro elemento denso di carica evocativa: gli impianti che vengono utilizzati per l’edizione attuale sono in parte gli stessi di quelli già impiegati nel 1984. In piena guerra quegli impianti divennero tristemente famosi per essere il punto da cui gli assedianti serbo-bosniaci bombardavano la città; i tre chilometri della pista da bob furono disseminati di mine così come tutta l’area circostante; le strutture alberghiere usate da atleti e giornalisti, come l’Hotel Olimpico sul monte Igman, trasformate in caserme, prigioni e centri di tortura. Persino il podio impiegato per le premiazioni era stato usato come luogo per le esecuzioni sommarie. Oggi quelle strutture, quando possibile, sono tornate a vita nuova, così come la funivia che sale al monte Trebevic: ristrutturata anche quella, dopo che era stata fatta saltare in aria, unisce di nuovo le due parti della città con le sue cabine dipinte coi colori olimpici, in un binomio città – giochi che è ormai indissolubile.

Tra il dovere di ricordare e la necessità di dimenticare

Non c’è da farsi troppe illusioni, ad onor del vero: malgrado il motto ufficiale sia “due città, un sogno”, la separazione etnica è sempre più radicata nel paese, come dimostrato dall’esito delle elezioni dell’ottobre scorso. Ma tant’è.

A Sarajevo si sfideranno ragazzi di età compresa tra i 14 e i 18 anni, nati dopo la fine della guerra. Da un certo punto di vista c’è da sperare che di quella guerra non ne sappiano nulla e che non ne parlino tra loro e con i propri coetanei bosniaci. Certo la memoria è importante, questo è innegabile. Ma nel contesto sociale e politico attuale, la Bosnia di oggi avrebbe soprattutto bisogno di dimenticare.

Foto: Sarajevotimes.com

Chi è Pietro Aleotti

Pietro Aleotti
Milanese per caso, una laurea del secolo scorso e svariati articoli su temi ambientali, pubblicati in tutto il mondo. Collabora con East Journal da Ottobre 2018 per la redazione Balcani ma di Bosnia ha scritto anche per Limes e l’Espresso. E’ anche autore per il teatro: il suo monologo “Bosnia e il rinoceronte di pezza” ha vinto il premio l’Edizione 2018 ed è arrivato secondo nella XVI edizione del Premio Letterario Internazionale Lago Gerundo.

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3 commenti

  1. Corrisponde a verità che lo stadio approntato a Sarajevo per le Olimpiadi del 1984 fu denominato ZETRA come allusione al progetto della “zelena transverzala”, cioè della penetrazione islamista, messo in opera per scardinare la Jugoslavia a partire dal 6 aprile 1992?

    • Valter

      No, corrisponde a una sciocchezza complottista messa in giro ex-post. La “zelena transversala” abbreviata in Zetra si riferisce all’avvallamento del Koševo e alle correnti d’aria che attraversano. E’ una definizione coniata da Juraj Neidhart, uno dei più importanti urbanisti bosniaci, di origine croata (era nato a Zagabria) e non propriamente un islamista.

  2. Valter

    E poi Zetra è il palazzetto dello sport, non lo stadio.

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