BALCANI: Nessuna riconciliazione senza giustizia sui crimini di guerra

Non c’è verità e, quindi, non c’è giustizia sui fatti che hanno sconvolto i Balcani occidentali nell’ultimo decennio del secolo scorso.

E’ questo quanto emerge dal rapporto pubblicato dal Balkan Investigative Reporting Network (BIRN, organizzazione non governativa attiva in tutta la regione) e intitolato “Dopo il Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia (ICTY): responsabilità, verità e giustizia”. Il documento presenta il punto della situazione a un anno dalla chiusura del tribunale ed è la sintesi delle attività svolte da BIRN nel corso del 2018 con il coinvolgimento delle istituzioni giudiziarie, accademiche e governative, nonché delle associazioni delle vittime e dei media.

E’ un quadro a tinte fosche quello dipinto dal rapporto che parte dalla considerazione che, a oltre vent’anni dalla fine delle guerre in Bosnia e Kosovo, non c’è nemmeno una lista dei nomi delle vittime: almeno 140 mila i morti, 12 mila le persone scomparse, 4 milioni i profughi. Nonostante l’immensa mole documentale messa insieme dal tribunale dell’Aja nel corso dei suoi venticinque anni di attività e che fanno, di quelle jugoslave, le guerre meglio comprovate della storia dell’umanità, i casi in cui è stata fatta effettiva giustizia rimangono tuttora numericamente marginali e riguardano spesso personaggi di caratura minore. Vi è inoltre una sostanziale stagnazione nell’approntamento di nuovi procedimenti.

Le cause

Le ragioni di questa impasse sono prettamente di natura politica, prima tra tutte la mancanza di cooperazione tra gli stati: nonostante l’esistenza di accordi formali stipulati a scala regionale, il livello attuale di collaborazione inter-statale è ai minimi storici se non del tutto assente, come nel caso di Serbia e Kosovo, tra i quali manca addirittura il reciproco riconoscimento delle autorità giudiziali. Ciò si riflette, anche, nell’indisponibilità a estradare da un paese all’altro i sospetti sottraendoli alle proprie responsabilità e lasciandogli libertà di movimento nei propri paesi di origine.

Questa situazione si innesta in un contesto dove continua a prevalere la narrazione etnocentrica della guerra, fedele alla logica del “noi e del loro” ampiamente supportata da una massiccia dose di vittimismo che prevede che le colpe siano sempre altrui e i carnefici altrove. Logica che, a livello giudiziario, è plasticamente rappresentata dal caso della Croazia (ma non è dissimile negli altri stati), dove solo il 3% delle cause intentate riguarda membri delle forze armate croate.

Non è secondario ricordare, in questo quadro, il clima in cui si trovano ad operare gli investigatori e gli ufficiali giudiziari, di frequente sottoposti a pressioni politiche che si esemplificano non solo con il drastico taglio delle risorse messe a loro disposizione ma anche, indirettamente, con la glorificazione dei criminali di guerra esplicitamente portata avanti da molti governi, finanche col mancato riconoscimento dei verdetti espressi dalle corti. Conseguenza di questa situazione è anche l’atteggiamento dei media, spesso sotto controllato governativo, che mostrano un sostanziale disinteresse verso l’argomento, offrendone una copertura limitata, oltretutto tendenziosa ed etnicamente orientata.

Le conseguenze

La conseguenza immediata dello stato di fatto è una generale sfiducia da parte delle vittime circa l’effettiva possibilità di veder soddisfatte le proprie esigenze di giustizia e le legittime aspettative conseguenti, anche in virtù di complicazioni procedurali che sembrano fatte apposta per scoraggiare qualsiasi iniziativa: questo fa sì che molte vittime e molti testimoni rinuncino, a priori, a partecipare. Si preferisce, così, sottrarsi a procedimenti estenuanti e infruttuosi, svolti spesso in condizioni ostili che comportano vere e proprie ritraumatizzazioni, quando forzati a rievocare fatti ed episodi di violenza e dolore.

Negli ultimi anni alcuni paesi si sono dotati di strumenti amministrativi per il risarcimento delle vittime, anche se in ordine sparso e senza coordinamento inter-statale. E’ il caso del Kosovo, che ha recentemente approvato una legge per il risarcimento delle vittime di violenze sessuali, seguendo l’esempio di quanto già attuato in Croazia. Similmente lo scorso anno l’entità bosniaca a maggioranza serba, la Republika Srpska, ha promulgato una legge a supporto delle vittime di torture subite sul proprio territorio. Pur nella loro meritorietà entrambe le leggi tradiscono un’evidente connotazione etnica poiché tendono a favorire il proprio gruppo di riferimento, rispettivamente albanese e serbo.

Quale futuro?

Il necessario processo di riconciliazione nei Balcani dovrà passare anche dalle aule dei tribunali. Il rapporto BIRN evidenzia quanto lontano si sia dal raggiungimento di questo obiettivo e quanto opprimente sia la narrazione ultra-nazionalista che permea quelle società. Condizione ancora più gravosa se si considera che sono soprattutto le nuove generazioni ad essere quelle più esposte a questo clima di negazione delle responsabilità, a partire dalla revisione dei libri scolastici.

E’ però proprio dai giovani che arriva il più significativo segnale di speranza. La fondazione, nel 2016, del Regional Youth Cooperation Office (RYCO) è, ad oggi, il tentativo più concreto di cooperazione transnazionale messo in atto tra i paesi dei Balcani (con l’esclusione di Croazia e Slovenia). RYCO è un meccanismo istituzionale finalizzato a favorire programmi di scambio tra giovani nei paesi dell’area originandosi dall’idea che la conoscenza reciproca è lo strumento essenziale di ogni riconciliazione.

Chi è Pietro Aleotti

Pietro Aleotti
Milanese per caso, una laurea del secolo scorso e svariati articoli su temi ambientali, pubblicati in tutto il mondo. Collabora con East Journal da Ottobre 2018 per la redazione Balcani ma di Bosnia ha scritto anche per Limes e l’Espresso. E’ anche autore per il teatro: il suo monologo “Bosnia e il rinoceronte di pezza” ha vinto il premio l’Edizione 2018 ed è arrivato secondo nella XVI edizione del Premio Letterario Internazionale Lago Gerundo.

Leggi anche

Giorno del Ricordo, la retorica etnica che nasconde le nostre colpe

Il modo migliore per ricordare morti troppo a lungo dimenticati è quello di provare a capire le circostanze storiche. Il modo peggiore è quello di strattonare i morti da una parte o dall'altra e di strumentalizzarli ignobilmente per finalità di potere che non c'entrano né con il ricordo.

Un commento

  1. Benvenuti nel mondo reale e dei rapporti di forza… Dubito comunque che le aule giudiziarie possano rappresentare chissà quale passo avanti.

WP Facebook Auto Publish Powered By : XYZScripts.com