STORIA: Imre Nagy tra passato e presente

Il 28 dicembre scorso il monumento in bronzo dedicato ad Imre Nagy è stato rimosso da piazza dei Martiri, di fronte al parlamento ungherese, per essere ricollocato a piazza Jaszai Mari. Una ferita lacerante per la città di Budapest, teatro nel 1956 della rivolta antisovietica di cui Nagy fu uno dei protagonisti.

La decisione del governo è in linea con la politica di damnatio memoriae delle figure storiche invise a Fidesz, di cui hanno già fatto le spese le statue dei filosofi Karl Marx e György Lukács e quella del conte socialista Mihály Károly. Tuttavia, la scelta di rimuovere la statua dello storico primo ministro (dal ‘53 al ‘55 e durante la rivolta nel 1956) assume un significato simbolico più rilevante, essendo Nagy considerato dalla maggior parte degli ungheresi un eroe nazionale. Il suo sacrificio è parte integrante dell’identità e della memoria storica dell’Ungheria contemporanea. La sua riabilitazione e i funerali di stato nel giugno del 1989 furono parte delle fondamenta con cui è stata ricostruita l’Ungheria democratica dopo la fine del regime socialista.

Perché, dunque, il monumento di Nagy viene privato della sua naturale prossimità all’emblema di ogni democrazia, il palazzo del parlamento, e spostato in un luogo anonimo dove perde buona parte del suo valore evocativo?

Una prima risposta va ricercata nel suo passato come collaboratore della Gpu, la polizia segreta dell’Unione Sovietica, e nel suo attivismo contro il regime del maresciallo Horthy, tanto caro al governo guidato da Viktor Orbán. Ripercorrendo il percorso politico intrapreso da Nagy durante i primi anni ’50 è però possibile trovare ulteriori risposte a questa domanda.

Il primo governo Nagy e il nuovo corso

Estromesso dal ’49 dalla vita politica per via delle sue posizioni contro le politiche staliniste di collettivizzazione forzata e di rapida industrializzazione, Nagy viene riabilitato solo nel ’53 grazie alla spinta del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (Pcus), che, preoccupato per le ribellioni dei contadini in tutto il paese, convince il segretario del Partito dei Lavoratori Ungheresi (Mdp), Mátyás Rákosi, a conferirgli il ruolo di primo ministro. Il 4 luglio 1953, Nagy annuncia via radio l’avvio di un “nuovo corso” alternativo al modello stalinista.

La politica del governo guidato da Nagy si sviluppa su 3 fronti: il risanamento dell’economia, la fine della violenza come arma di controllo sociale e una maggiore partecipazione popolare alla vita politica. Gli obiettivi perseguiti sono quelli di porre fine alla collettivizzazione forzata, di aumentare i salari degli operai e di creare una struttura di democrazia diretta, un “fronte popolare” aperto anche agli ungheresi non iscritti al partito. La volontà di includere nel processo decisionale i cittadini non affiliati al partito crea i presupposti per un’apertura verso gli interessi pluralistici della società ungherese. Una “bestemmia” in un regime socialista fortemente influenzato da Mosca.

L’espulsione dal partito e l’idea di un marxismo dinamico

Malgrado i tentativi di cambiamento, Nagy non riesce ad imporre i principi del nuovo corso all’interno del Comitato centrale del partito, anche per via della pressione esercitata dalla segreteria di Rákosi. Richiamato a Mosca, si rifiuta di fare autocritica, e una volta tornato in patria continua ad insistere sulla necessità di realizzare un cambiamento radicale, fino a quando, nell’aprile del 1955, viene accusato di revisionismo e successivamente espulso dal partito (dicembre 1955).

Relegato a vita privata, non si ritira dal confronto con gli stalinisti e scrive un importante manifesto politico, “Sul comunismo, in difesa del nuovo corso”, dove difende l’importanza delle riforme portate avanti dal suo governo e sottolinea l’urgenza di uscire dalla visione stalinista del comunismo per sposare un marxismo dinamico che si adatti alle esigenze politico-sociali del presente.

Con l’estromissione di Nagy dal potere, il nuovo corso si arena, ma le idee propagate del riformista ungherese sono destinate a spaccare il partito al suo interno e, col tempo, a ridurre in minoranza l’ala stalinista guidata da Rákosi.

Il ruolo di Nagy durante la rivolta del ’56

Quando, il 23 ottobre del ’56, studenti e operai ungheresi affollano le piazze e le strade mostrando slogan a favore di Nagy, il partito si affretta a richiamare il promotore del nuovo corso, ma è troppo tardi: il discorso che Nagy rilascia da uno dei balconi del parlamento non sortisce gli effetti desiderati. L’interruzione delle politiche da lui avviate nel ’53 non ha fatto altro che esasperare i riformisti dentro il partito e radicalizzare i dissidenti al suo esterno. La maggior parte dei ribelli rivendica ora una completa indipendenza nazionale, l’uscita dal Patto di Varsavia (con il conseguente ritiro delle truppe sovietiche dal territorio nazionale), un sistema democratico e il pluralismo politico.

Nagy rimane schiacciato tra le richieste dei ribelli e la pressione dell’Unione Sovietica. Tuttavia, riesce nell’intento di ristabilire la pace senza l’uso della forza e avvia con i ribelli le negoziazioni per abbandonare la lotta armata. Il 30 ottobre annuncia via radio la fine del monopartitismo: è il primo atto che porterà l’Unione Sovietica ad agire con la forza. Il 31 ottobre scioglie l’Mdp e fonda il Partito Socialista Operaio Ungherese (Mszmp), mentre il 1° novembre prende la drastica decisione di uscire dal Patto di Varsavia, dichiarando la neutralità del paese e decretando così la fine della stagione riformista in Ungheria, occupata dalle truppe sovietiche il 4 novembre del ‘56. Nagy verrà processato e poi giustiziato il 16 giugno 1958.

Una minaccia per il potere

Guardando il cammino di Imre Nagy, è difficile non soffermarsi sull’esempio di coraggio, coerenza e perseveranza che quest’uomo politico ci ha lasciato in eredità. Convinto comunista, ma disposto a perdere posizioni di potere pur di non tradire le proprie idee. Riformista, fino al punto di proporre già nel ’53 (molto prima delle aperture politiche ed economiche concesse dopo il XX Congresso del PCUS nel ’56) un fronte popolare che garantisse la rappresentanza dei non iscritti al partito. Negoziatore e moderatore tra i ribelli e le autorità durante la rivolta del ’56.

Se è vero, da un lato, che l’atto simbolico di ricollocare il suo monumento lontano dal parlamento rivela tutta la prepotenza del potere di Fidesz, dall’altro il governo svela tutta la sua debolezza ideologica: è chiaro che anche solo il ricordo di Nagy rappresenta una minaccia per Orbán. Il confronto storico e il dibattito sul suo ruolo e sulla complessità della sua figura sono pericolosi, così come la sua idea di marxismo dinamico e la sua lotta politica per il pluralismo nel suo primo governo e durante la rivolta del ‘56.

La scelta di allontanare la statua dai pressi del parlamento ungherese sembra avere quindi un fine ideologico: non c’è più spazio per nessuna forma di socialismo e di dissenso in Ungheria, nemmeno quando riguarda il ricordo di un martire come Nagy. Tutto quello che potenzialmente è in grado di intaccare la narrativa conservatrice e nazionalista prodotta dall’attuale governo deve essere distrutto, nascosto, ricollocato e snaturato.

In un paese dove revisionismo storico, accentramento dei poteri e disprezzo dello stato di diritto sono elementi costanti della vita politica, la storia e l’esempio di Nagy fanno ancora paura ai nazionalisti e a chi tenta di silenziare le opposizioni. Il pericolo che Orbán non sembra prendere in considerazione è che perseverare su questa linea potrebbe causare il risveglio di sacche di resistenza fino ad oggi sopite. Svegliarle spetta alla società civile che non si rispecchia in Fidesz e all’opposizione, dentro e fuori dal parlamento.

Chi è Stefano Cacciotti

Stefano Cacciotti
Nato a Colleferro (RM) nel 1991. Laureato in Sociologia e in Interdisciplinary research and studies on Eastern Europe. Ha vissuto a Varsavia (2013) e a Budapest (2016), dove ha approfondito i suoi studi sulla storia contemporanea e sociale dell'Europa centro-orientale. Twitter: @StefanoCacciot1

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2 commenti

  1. Roberto Ruspanti

    Caro Cacciotti,

    complimenti per il suo articolo in cui analizza i motivi ideologici per cui, su ordine del governo ungherese fondato sulla cosiddetta “democrazia illiberale” (termine, come lei saprà, coniato dal premier magiaro Viktor Orbán), è stata rimossa la statua di Imre Nagy dalla piazzetta che fronteggia il Parlamento (una posizione simbolica) per essere collocata altrove. Quello che lei forse non sa è che la statua di Imre Nagy, martire e simbolo della nazione ungherese, verrà collocata a partire dal 16 giugno 2019 (anniversario dell’impiccagione di Imre Nagy nel 1958) in una zona della piazza Jászai Mari prospicente la cosiddetta “Casa bianca” (un tempo sede della direzione e del comitato centrale del partito comunista ungherese) dove fino al 1989 esisteva il gruppo statuario di Marx ed Engels. Come a dire: Imre Nagy se ne stia lì presso i suoi comunisti di cui era parte, anche se nel momento della scelta tra il partito e la Nazione scelse la Nazione e la libertà di quest’ultima senza mai rinnegare tale scelta andando incontro alla morte a testa alta. Invano storici ungheresi asserviti all’attuale potere minimizzano il ruolo di Imre Nagy nella rivoluzione ungherese del 1956: di fronte a loro, piccoli uomini, Imre Nagy si erge come un gigante, un martire paladino della Nazione ungherese, della libertà e della democrazia.
    Szakály Sándor

    • Stefano Cacciotti
      Stefano Cacciotti

      La ringrazio per il suo commento e per l’informazione riguardante la Casa Bianca, di cui non ero a conoscenza. Condivido in pieno l’esternazione finale su Nagy. Purtroppo, il processo di revisionismo del governo Orban, volto a mettere in ombra figure storiche a lui scomode, sembra prendere una piega sempre più radicale. L’augurio, per chi non si riconosce in questa narrazione della storia contemporanea ungherese, è che ci sia un fronte di opposizione unito e pronto a dare battaglia non solo in Parlamento, ma anche su un piano culturale e civico.

      Stefano Cacciotti

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