Serbia e Kosovo, continua il circo della politica balcanica

Da BELGRADO – Un altro giorno di protesta per i serbi del Kosovo delle città di Mitrovica Nord, Gracanica e Strpce. Sono in strada contro l’aumento dei dazi del 100% per le merci importate da Bosnia-Erzegovina e Serbia. Un aumento contrario agli accordi di libero scambio CEFTA fortemente voluto dal governo kosovaro presieduto da Ramush Haradinaj, in reazione all’opposizione di Belgrado all’ingresso di Pristina nell’INTERPOL.

Il tendone

Seguire gli eventi in corso tra i due paesi è piuttosto complicato, la situazione è in continua evoluzione e gli atteggiamenti delle autorità dei due schieramenti ricordano tanto due bambini che si fanno i dispetti e poi si lagnano. Se si pensa poi che sono due stati che, teoricamente, si sono impegnati per la pace e per il futuro dei propri popoli, vien da dire che come spettacolo ricorda molto il circo.

Funamboli, magie e pagliacci. Nel circo balcanico di Kosovo e Serbia c’è tutto. Persino la suspence del pubblico, anch’esso parte dello spettacolo, da ormai decenni diviso sulle opposte tribune ad assistere al ludico show in atto tra due paesi che prima si impegnano a Bruxelles con strette di mano e foto imbronciate “col nemico”, per poi tornare nel tendone circense della politica balcanica. Dove ci si sente al sicuro a fare tutto il contrario di quel che si è promesso a quell’Europa che ingenuamente investe per la stabilità della regione, e in cambio riceve false promesse.

Andiamo con ordine e ripercorriamo le ultime tappe. Prima, a inizio novembre, il ministro degli Esteri serbo Ivica Dacic convince le Isole Comore a ritirare il riconoscimento del Kosovo (come avrebbero già fatto altri stati africani); successivamente, Pristina alza i dazi sulle importazioni serbe al 10%; poi, il 20 novembre scorso, la Serbia convince i due terzi dell’assemblea generale dell’INTERPOL a votare contro l’ingresso del Kosovo; che quindi aumenta i dazi al 100%, genera la protesta dei sindaci serbi del nord, che si dimettono, invocano la protesta di piazza, nonché quella dei rappresentanti serbi al parlamento di Pristina, dove vi si barricano in attesa di parlarne con il commissario europeo per l’allargamento Johannes Hanh, ricevuto in visita ufficiale lo scorso 3 dicembre.

Il commissario europeo ha sostanzialmente fatto la parte della maestra che chiede ai bambini che litigano di darsi la mano, rimproverando soprattutto Pristina per la tassazione delle importazioni. Così, quando la merce serba potrà tornare sul mercato kosovaro si potrà letteralmente dire “pace, carote e patate”.

Il funambolo e il pagliaccio

Ma lo spettacolo non si ferma alla diplomazia e alla politica, e coinvolge anche la criminalità.
All’alba del 23 novembre, infatti, le forze speciali kosovare hanno compiuto un’operazione di polizia a Mitrovica Nord, principale città serba del Kosovo. L’operazione ha portato all’arresto di quattro persone indagate per l’omicidio del leader serbo-kosovaro Oliver Ivanović, freddato a colpi di pistola lo scorso gennaio. A sfuggire all’arresto, invece, Milan Radoicic, personaggio noto e decisamente controverso.

Di Radoicic, il capo dell’ufficio per il Kosovo Marko Djuric – intemediario tra Belgrado e i serbi dell’ex provincia – aveva detto esser “un uomo d’affari”. Tuttavia, come emerge da recenti inchieste condotte dai giornalisti di KRIK, Milan Radoicic ha diversi precedenti penali in tutta la regione, che vanno dalla falsificazione di documenti al sequestro di persona, passando per l’appropriazione indebita.

Ma soprattutto, Radoicic è il vice-presidente della Lista Serba, partito di maggioranza dei serbi del Kosovo telecomandato da Belgrado e dal presidente serbo Aleksandar Vucic. Nonostante Vucic abbia smentito di aver mai incontrato Radoicic, esistono sue precedenti dichiarazioni in cui lo omaggiava pubblicamente “per essersi preso cura della vita dei bimbi serbi del Kosovo”. Esistono inoltre alcune fotografie in cui Vucic e Radoicic compaiono assieme. E di foto di Radoicic ne esistono anche in compagnia del premier kosovaro Haradinaj – che, ricordiamo, è sempre sotto mandato di arresto emesso da Belgrado. Non va poi dimenticato che la Lista Serba è il fondamentale alleato del governo di Pristina – quello stesso governo che ha imposto l’aumento dei dazi – con ben tre ministri, di cui uno è anche vice-premier.

Eppure, l’alleanza di governo era stata interrotta dopo il teatrino dell’arresto di Marko Djuric lo scorso marzo. Ma il ritiro dall’esecutivo non è mai stato ratificato, la maggioranza non è mai mancata e non si è mai tornati al voto. In altre parole, la Lista Serba del fuggitivo Radoicic continua a sostenere il primo ministro Haradinaj – che è a sua volta un fuggitivo, almeno stando a Belgrado.

Milan Radoicic è quindi uno di quei funamboli di questo circo balcanico. Fuggito in Serbia in quanto le forze di polizia dello stato governato anche dal suo partito “vorrebbero ammazzarlo”, sembra essere il personaggio chiave per risolvere il caso dell’omicidio di Ivanovic, e forse altre questioni kosovare. Il suo tentato arresto è uno dei motivi, insieme ai dazi, che ha portato alle dimissioni dei quattro sindaci del nord, tutti in quota Lista Serba.

D’altronde, era stato lo stesso Oliver Ivanovic – in un’intervista rilasciata a BIRN pochi mesi prima di essere ammazzato – a fare il nome di Radoicic sostenendo come questi fosse il vero padrone del buono e cattivo tempo nel nord del Kosovo. Nella stessa intervista, aggiungeva di temere per la propria sicurezza molto di più per colpa dei suoi connazionali serbi che per gli albanesi. Inoltre, va detto che Ivanovic si era precedentemente rifiutato di aderire alla Lista Serba, preferendo restare all’opposizione. Insomma, Oliver Ivanovic era un politico scomodo.

A quasi un anno dal suo omicidio, il caso è ancora lontano dall’essere chiuso. Ma anche a questo sembra averci pensato Vucic.
Dopo la fuga in Serbia, Radoicic è infatti stato ascoltato dalla polizia serba, ma non come indagato, e sarebbe stato sottoposto alla macchina della verità. Lo ha detto lo stesso Vucic in un’intervista esclusiva per l’emittente nazionale RTS: “Radoicic ha passato positivamente il test della macchina della verità. Non solo non ha ucciso Ivanovic, ma non ha nemmeno partecipato all’organizzazione dell’omicidio. E quindi ora che si fa? Eh, che si fa?”. Il tono quasi minaccioso con cui il presidente si è rivolto al giornalista sembra chiudere il caso così, senza necessità di indagare oltre.
Se non altro, è strano che un capo di stato difenda in modo così strenuo un fuggitivo indagato per omicido – che per altro aveva dichiarato di non conoscere – quasi come se stesse difendendo sé stesso, rendendo per un attimo quasi realistiche le teorie che sostengono che una caduta di Radoicic possa comportare anche una caduta dell’uomo forte di Belgrado.

Al momento, Radoicic si trova nella capitale serba insieme al presidente della Lista Serba e sindaco di Mitrovica Nord Milan Rakic. I due hanno avuto un incontro con Vucic sulla situazione in Kosovo, ma Radoicic ha seminato i giornalisti e ha fatto sapere di non voler rilasciare dichiarazioni.

Magia: “E ora che si fa?”

Al presidente serbo che chiede “e ora che si fa?” – che ricorda quei maghi che gridano “non c’è trucco, non c’è inganno” – bisognerebbe rispondere che la macchina della verità non si sostituisce ai processi e al regolare percorso della giustizia. Un indagato non può essere scagionato da un test di cui nessuno ha prova.

Infine, mentre succedeva tutto questo, lo scorso primo dicembre Vucic ha ricevuto a Venezia il “Leone d’oro per la pace”. Anche se il suo doppiogiochismo politico gli avrebbe dovuto portare piuttosto quello per il miglior attore protagonista, va detto che, tuttavia, il premio non ha nulla a che fare col rinomato festival del cinema di Venezia. E’ un riconoscimento che in molti ignorano, nonostante prima di lui l’abbia vinto il re dei tortellini Giovanni Rana e che, al posto del presidente, il premio sia stato ritirato dall’ambasciatore serbo in Italia. D’altronde, Vucic era impegnato a salvaguardare la pace nei Balcani, non poteva certo assentarsi.

Il circo balcanico continua, condito dagli stacchetti di walzer tra criminalità e politica, rigorosamente inter-etnici. Nelle attività criminali, infatti, il nazionalismo non ha posto, mentre le tensioni etniche sembrano sempre di più un’efficace arma di distrazione di massa.

Chi è Giorgio Fruscione

Giorgio Fruscione
Classe 1987, politologo di formazione. Vive a Belgrado, dove lavora come giornalista freelance. Per East Journal si occupa dell'area jugoslava. Parla correntemente serbo-croato, inglese e francese. Twitter: @Gio_Fruscione

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