POLONIA: Il centenario dell’indipendenza e il valore dell’11 novembre (parte prima)

La Polonia ha festeggiato il centenario dell’indipendenza tra polemiche e tensioni e con l’ormai consueta marcia ultranazionalista a cui quest’anno si è aggiunto, sfilando separato solo dai binari del tram, un corteo governativo capeggiato dal premier Morawiecki e da Jarosław Kaczyński, presidente di PiS, il partito di maggioranza. E se le destre con i loro violenti slogan si sono impossessate dell’importanza della ricorrenza, è bene ricordare, invece, il significato storico dell’11 novembre e come fosse diversa la Polonia cento anni fa.

Due Polonie

L’omogenea società polacca che vediamo oggi, infatti, è un risultato non solo dello spostamento ad ovest, verso lo spazio tedesco, dei confini nazionali – e a essere spostate lungo linee etnicamente tracciate furono le stesse popolazioni nel secondo dopoguerra – ma anche il risultato di eccidi e massacri perpetuati dai nazisti e dai sovietici, dai polacchi e dagli ucraini, tutti protagonisti dei tragici eventi che costellarono la Seconda Guerra Mondiale.

Tragica è anche la storia della Seconda Repubblica Polacca, nata alla fine del primo conflitto mondiale, che arrogantemente elevò l’identità polacca ad esempio civilizzatore rispetto alle minoranze presenti nel suo territorio. Aggrappandosi al ricordo del Commonwealth polacco-lituano e multi-etnico ma in una riedizione nazionalista, la Polonia degenerò, dalla seconda metà degli anni ‘30, in un autoritarismo sempre più intollerante e aggressivo.

Nel ventennio interbellico la repubblica polacca fallì nel costruire un ponte tra la maggioranza polacca, della cui identità lo stato si fece custode e portavoce, e le minoranze, il 30% della popolazione secondo le stime del 1921, costrette a lottare per preservare la propria identità e impedire ulteriori demolizioni al sistema di diritto.

Una vibrante nazione senza stato

Per capire perché la Polonia diventò indipendente proprio un secolo fa e quanto i tratti di allora fossero nettamente differenti da quelli del 1945, bisogna fare ancora qualche passo indietro nel tempo. La questione polacca risale all’epoca delle tre spartizioni (1772, 1793, 1795), operate dall’Austria, dalla Prussia e dalla Russia, che misero fine all’agonia di uno Stato forte e potente tra il XIV e il XVII sec. ma estremamente vulnerabile e appetibile a partire dal XVIII sec. In fuga dalla loro terra, i polacchi si rifugiarono principalmente nella Francia rivoluzionaria in cui la loro opera di propaganda per l’inaccettabile scomparsa della Polonia suscitò simpatia tra gli stati dell’Europa occidentale. Tuttavia, nella mente dei polacchi rimaneva impressa l’immagine del vecchio Commonwealth, la Confederazione Polacco-Lituana sorta con l’Unione di Lublino nel 1569, e lo spirito autonomista e ribelle si fece ripetutamente sentire durante le insurrezioni del 1830, 1848 e 1863.

Secoli di dominazione straniera resero l’identità polacca particolarmente problematica e al tempo stesso incredibilmente solida, crescendo proprio quando le mancava una cornice statuale entro cui svilupparsi. In tutto il XIX secolo la storia polacca non fu altro che una battaglia per preservare un’identità nazionale in cui la memoria collettiva aveva un forte impronta storica, la vivacità culturale un elemento chiave, e il carattere cristiano determinante nel vedere nelle sofferenze la catarsi per una futura e generale redenzione. Molti poeti e scrittori polacchi, poi, benché fieri della diversità culturale e linguistica della loro terra natia, scrivendo soltanto in lingua polacca, contribuirono a favorire l’importanza della lingua nella comunità nazionale, «preparando così la strada per una più ristretta concezione linguistica della nazione».[1]

Il principio di autodeterminazione

Come un grande sconvolgimento cancellò la Polonia, solo uno nuovo poteva ricrearla: la Prima guerra mondiale. La conformazione che l’Europa assunse dopo il 1919 era legata alla sconfitta della Germania, alla dissoluzione degli imperi austro-ungarico, ottomano e russo. I problemi da affrontare erano molti e la necessità di ricreare un equilibrio come era stato possibile col Congresso di Vienna nel 1815 impellente. Ora che erano venuti meno gli imperi e che «il nazionalismo aveva raggiunto lentamente le nazioni dell’Europa orientale»,[2] il principio di autodeterminazione, così agognato da quei popoli, divenne la bussola che guidava le menti degli statisti per ridefinire le frontiere sancite dai trattati. E ciò benché non fosse chiaro a nessuno, in primis al suo più grande sostenitore, il presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson, come e dove potesse essere applicato, e innescasse serie riflessioni di principio: con la costruzione di confini etnicamente tracciati tutto ciò che appare diverso dagli usi e costumi del gruppo maggioritario diventa suscettibile di intolleranza e soppressione. Quello che Wilson battezzava come forza stabilizzante diveniva in realtà licenza per l’assimilazione e la distruzione del diverso, nonostante il suo intento fosse nobile ma sicuramente ingenuo, limitato e differenziato.

La rinascita dello stato polacco

Se è vero che la rinascita della Polonia fu frutto anche della battaglia ideologica di Wilson, è altrettanto certo che quest’ultima non costituiva altro che il diretto e pubblico supporto ad una causa, già sottoposta all’attenzione internazionale, per la quale i polacchi combattevano da diverso tempo.

Le promesse di libertà e indipendenza, benché fossero solo dei proclami insinceri formulati in cambio di sostegno militare, arrivarono proprio dai comandi tedeschi e austro-ungarici nell’estate del 1914. A quell’anno, infatti, risale la creazione delle prime unità militari semi-autonome, chiamate Legioni Polacche, di cui una brigata era guidata dal Generale Jozef Piłsudski, futuro capo di Stato. Due anni più tardi, grazie al manifesto congiunto degli imperatori Guglielmo II e Francesco Giuseppe, venne proclamato uno stato polacco autonomo con monarchia costituzionale ereditaria, anche se la parola “sovranità”, la questione della dinastia e delle frontiere furono accuratamente evitate.

Nel marzo del ’17, sospettosi della lealtà delle Legioni e delle manovre del Generale, i governi di Germania e Austria-Ungheria pretesero da tutti i legionari un pubblico giuramento di fedeltà all’esercito a cui Piłsudski si oppose, volendo da tempo trovare una scusa per troncare i rapporti con i due Imperi. Il rifiuto costò a Piłsudski la prigionia nella fortezze di Malbork ma al contempo gli fece guadagnare stima e prestigio presso i suoi connazionali.

In quello stesso anno, con l’entrata in guerra degli Stati Uniti affianco degli Alleati, le nascenti incertezze sul futuro della Germania e dell’Austria-Ungheria e il collasso della dinastia Romanov, la causa polacca fece un balzo in avanti. In questo contesto, infatti, fu fondamentale l’insediamento del governo provvisorio russo capeggiato dal principe Georgi E. Lvov che definì necessaria la creazione di uno stato polaccoindipendente comprendente tutti i territori in cui la popolazione polacca era in maggioranza[3]. Sebbene l’annuncio serbasse notevoli lacune sui contenuti (i confini erano indefiniti e si contemplava un’unione militare con la Russia), esso ebbe il considerevole effetto di abbattere le reticenze che fino ad allora Londra e Parigi avevano avuto.

L’intervento degli Stati Uniti a favore della Polonia si deve anche al rapporto tra Wilson e Paderewski, artista e politico polacco, il quale fu abile nel presentargli il caso polacco come un test d’applicazione pratica del principio di autodeterminazione da lui predicato[4]. Al tempo stesso, Roman Dmowski, nazionalista e rivale a vita di Piłsudski, stabilì eccellenti contatti con il Regno Unito e la Francia, consapevole che il loro sostegno sarebbe stato la migliore garanzia per una Polonia restaurata.

Intanto in terra polacca, negli ultimi caotici giorni del conflitto, Piłsudski veniva rilasciato e, per l’immensa aura di prestigio che lo avvolgeva assunse il ruolo temporaneo di capo dello Stato una volta rientrato a Varsavia l’11 Novembre 1918 – il giorno che oggi celebriamo come anniversario della ritrovata indipendenza polacca.

[Il presente articolo è la prima parte di un approfondimento dedicato al centenario dell’indipendenza polacca. La seconda parte puoi leggerla qui.]

 

[1] A. Walicki, Philosophy and romantic nationalism: the case of Poland, Oxford, Clarendon, 1982, p. 73

[2] Ivi, p. 316

[3] Ivi, pp. 15-16

[4] T. Komarnicki, Rebirth of the Polish Republic: a study in the diplomatic history of Europe, 1914, Melbourne, W. Heinemann, 1957, pp. 142-143

 

Fonti cartine: wlaczpolske.pl;  ghdi.ghi-dc.org

Foto: www.ctrmanville.com

Chi è Paola Di Marzo

Paola Di Marzo
Nata nel 1989 in Sicilia, ha conseguito la Laurea Magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso la Facoltà "R. Ruffilli" di Forlì. Si è appassionata alla Polonia dopo un soggiorno di studio a Varsavia ma guarda con interesse all'intera area del Visegrád. Per East Journal scrive di argomenti polacchi.

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