MONGOLIA: Desovietizzazione? Sì, ma alla mongola

di Pietro Aquistapace

Ulaan Baatar in mongolo significa città rossa, e rossa UB lo era davvero. Capitale di uno stato formalmente indipendente ma di fatto legato a filo doppio a Mosca, anche per via del tradizionale “non amore” verso la Cina (ci si chieda perché i mongoli non vanno in bicicletta…). Chi non ricorda le carte geografiche con il confine russo-mongolo tratteggiato? Tutto questo per dire che la Mongolia comunista lo era davvero. Ed ora? Cosa ne è del passato comunista?

In Mongolia non ci sono stati abbattimenti di statue, ma nemmeno si è rimasti ad un anacronistico “passato che perdura”, niente di tutto ciò. In Mongolia si è sostituito il culto della personalità con un nuovo (e vecchio) culto della personalità. Infatti con la fine dell’Unione Sovietica i mongoli si sono riappropriati della figura di Gengis Khan (o meglio Chinggis Khaan) in precedenza accantonata su direttive di Mosca.

L’Urss temeva che la figura dello storico condottiero potesse fungere da catalizzatore per una deriva nazionalista, preferendogli invece un più rassicurante Sukhbaatar (eroe rosso), paladino dell’indipendenza mongola dalla Cina. Oggi Chinggis Khaan è ovunque: sulla birra, sulla vodka, sulle patatine, sulle sigarette e l’aereoporto porta il suo nome. Inoltre recentemente è stato inaugurato a circa 50km da UB il Chinggis Khaan Complex con quella che è la statua equestre più alta del mondo (40 metri).

Il culto dell’eroe mongolo per antonomasia ha avuto la sua consacrazione nel 2006 quando, in occasione dell’800esimo anniversario della fondazione del suo impero, l’imponente costruzione in marmo a lui dedicata ha preso il posto del mausoleo di Sukhbaatar sul lato nord di Sukhbaatar square, la principale piazza di Ulaan Baatar. E gli altri eroi del comunismo che fine hanno fatto?

Passeggiando per UB e’ ancora possibile vedere statue di Lenin (la più famosa davanti all’hotel Ulaan Baatar), falci, martelli e altri simboli del passato comunista. Ma l’aspetto più “spiazzante”, con un certo tocco di involontario situazionismo, è il riutilizzo dei monumenti. Il Lenin Museum è stato trasformato in una sorta di centro multishopping ed ora l’accigliato busto di Vladimir Ilic vigila sull’ortodossia di un gestore telefonico. Stalin invece è diventato un voyeur, dal momento che l’imponente statua del leader comunista (ben 7 metri di altezza) è stata inglobata in un locale multipiano che ospita anche un night club dove si fanno spettacoli di stripstrease.
Quando si dice gli scherzi del destino.

Chi è Pietro Acquistapace

Pietro Acquistapace
Laureato in storia, bibliofilo, blogger e appassionato di geopolitica, scrive per East Journal di Asia Centrale. Cura il blog Farfalle e trincee, e una pagina FB su Mongolia e Asia Centrale. Ha collaborato per varie riviste come Asia Blog e per il bollettino di Soyombo, associazione dedita alla diffusione della cultura mongola. Nel 2011 è andato fino in Mongolia in Panda.

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