ALBANIA: Accordo con l’UE per il controllo totale dei flussi migratori

Nei primi giorni di ottobre è stato firmato un accordo per la cooperazione e la gestione delle frontiere tra l’Albania e l’Agenzia Europea di Guardia Costiera e di Frontiera (Frontex). Frontex è l’agenzia dell’Unione europea deputata al controllo delle frontiere dell’area Schengen. Venne rifondata nel 2016 dalle ceneri della vecchia Agenzia Europea per la Gestione della Cooperazione Operativa alle Frontiere Esterne degli Stati Membri (anch’essa nota come Frontex).

L’accordo con l’Albania

Il Commissario europeo per le migrazioni, gli affari interni e la cittadinanza Dimitris Avramopoulos, con competenze in materia di contrasto all’immigrazione irregolare, il 5 ottobre ha siglato insieme al ministro degli Interni albanese Fatmir Xhafaj l’accordo che prevede il coordinamento tra i paesi membri dell’Unione europea e l’Albania per il contrasto dell’immigrazione irregolare.

Complimentandosi per il traguardo raggiunto per la gestione delle frontiere esterne di un paese terzo Avramopoulos ha dichiarato: “le sfide per la sicurezza e per la gestione delle migrazioni non si fermano ai nostri confini esterni […]. Un’Europa che protegge è un’Europa che collabora con i paesi partner e oltre”.

Le attività incluse nell’accordo mirano a contrastare le migrazioni irregolari, in particolare i cambiamenti nei flussi migratori e la criminalità transfrontaliera (nello specifico il contrabbando e il commercio di armi e droga), nonchè tutte le casistiche che possono comportare una maggiore assistenza tecnica e operativa alla frontiera. Per ogni operazione, dovrà però essere concordato un piano tra Frontex e l’Albania. Affinché l’accordo entri in vigore, questo dovrà essere ratificato dal Parlamento europeo nei mesi a venire. Ma facciamo un passo indietro.

Le rotte balcaniche

L’8 marzo 2016 con la firma degli accordi di Ankara tra Unione europea e Turchia, l’originale rotta balcanica venne chiusa. Il flusso di migranti proveniente soprattutto da Siria, Afghanistan, Iraq e Pakistan rimase improvvisamente bloccato in Serbia, anche a causa della costruzione della barriera di filo spinato voluta dal premier ungherese Viktor Orbàn sul confine serbo-ungherese.

La politica interna dei paesi maggiormente interessati dalla rotta balcanica trovò un accordo comune nello sposalizio politico-amministrativo tra i paesi tendenti all’autocrazia del presidente serbo Aleksandar Vučić e del premier ungherese Orbàn. Vennero infatti siglati i primi accordi bilaterali con l’obiettivo di controllare il confine tra i due paesi. Da parte ungherese si ebbero le repressioni più dure, con violenze da parte della polizia di frontiera verso i migranti, che vennero più volte denunciate dalle organizzazioni umanitarie impegnate sul territorio. I pattugliamenti della polizia dalla parte ungherese del “muro” vennero inoltre affiancati dalla polizia di frontiera serba che collaborò con quella ungherese soprattutto gestendo gli insediamenti informali lungo il confine.

La costruzione della barriera e la creazione campi profughi battenti bandiera europea in territorio serbo creò una situazione di stallo. Se prima di marzo 2016, i migranti si fermavano per 3-4 giorni (giusto il tempo di riposarsi e attraversare il paese), dopo la chiusura dei confini i tempi di attesa si dilatarono fino all’anno e mezzo per i viaggiatori singoli e a circa sei mesi per le famiglie. Nel 2017 l’UE negoziò un accordo con la Serbia che permise a Frontex di operare all’interno del paese, gestendo i campi, affiancando la polizia di frontiera, e formando nuovi operatori nella sede di Belgrado. Questa fu la prima sperimentazione della nuova agenzia in un territorio non Schengen.

La nuova strategia UE

Quali sarebbero però le ragioni dell’interesse dell’agenzia nei confronti dei confini di Serbia e Albania? Secondo lo stesso documento di approfondimento riguardante la situazione della rotta balcanica dell’Ovest pubblicato da Frontex, i paesi dell’area balcanica avrebbero un’importanza strategica per il controllo regionale, soprattutto per la gestione dei flussi migratori. La nuova appendice delle rotte balcaniche che da marzo 2018 si snoda attraverso Albania, Montenegro e Bosnia ha aperto nuove problematiche per la gestione dei flussi. Di conseguenza, grazie allo studio statistico e alla gestione di questo nuovo percorso, Frontex ha messo in campo una nuova strategia, che punta al contrasto dei flussi migratori (definiti illegali) prima che arrivino a contatto con le frontiere europee grazie anche alla collaborazione dell’Albania.

Ma il vero cuore dell’azione di Frontex risiede in quella che viene chiamata Acquisizione di Dati e Analisi Rischio. L’agenzia ha infatti gestito la rete Western Balkans-Risk Analysis (WB-RAN) per 10 anni raccogliendo e condividendo informazioni con i paesi UE limitrofi (Grecia, Bulgaria, Romania, Ungheria e Croazia). Grazie ai dati raccolti dal WB-RAN questa nuova strategia di controllo di frontiere non-UE potrebbe portare la lotta dell’Unione europea per il contrasto dell’immigrazione illegale ad un nuovo livello.

L’Unione europea starebbe puntando a creare diversi stati-cuscinetto con l’obiettivo di bloccare o rallentare i migranti prima di arrivare a lambire i confini degli stati “nobili”. Questo passo sarebbe coadiuvato dall’iniezione di fondi per la gestione dell’apparato di accoglienza, come sta avvenendo per la Serbia, creando così stati dipendenti economicamente da Bruxelles, stretti in una strategia europea che può essere letta come un nuovo colonialismo economico.

Foto di Nicola Fornaciari/ DIP.news

Chi è Gabriele Gatti

Gabriele Gatti
Nato a Reggio Emilia nel 1996, frequenta la facoltà di lettere classiche all'Università di Bologna. Dal 2016 lavora come reporter sulle rotte balcaniche e in zone di crisi, pubblicando per diverse testate italiane e internazionali. Nel 2017 esce il suo documentario "La Foto di Omid" sulla situazione degli insediamenti informali lungo il confine serbo-ungherese e sulla situazione di emergenza umanitaria a Belgrado. Oggi lavora come reporter freelance in Serbia, Bosnia Erzegovina, Croazia, Grecia e Ucraina.

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