UNGHERIA: Dopo la condanna europea arriva il contrattacco di Orbán

Il 12 settembre il Parlamento Europeo ha finalmente approvato la mozione Sargentini con 448 voti a favore. Il documento mette sotto accusa il governo ungherese colpevole di minare le fondamenta della democrazia liberale. Il primo ministro Viktor Orbán si trova ora a fare i conti con l’opinione pubblica interna e la nuova percezione delle sue scelte politiche. Forte del sostegno di gran parte dell’elettorato ungherese – e non solo – il leader di Fidesz ha lanciato una campagna propagandistica attraverso i media nazionali, accusando la relazione della deputata dei Verdi di rappresentare un inconsistente strumento di pressione politica, con il solo obiettivo di influenzare le decisioni domestiche e i destini del suo governo.

La campagna propagandistica

All’indomani della condanna, Orbán è partito al contrattacco su tutta la linea, cercando di spostare l’attenzione mediatica e dell’opinione pubblica interna verso le sue politiche migratorie osteggiate dalla Merkel e dalla maggioranza dei deputati europei. Il 18 settembre il governo ungherese, tramite la propria pagina facebook, ha rilasciato un video segnando ufficialmente l’avvio della campagna mediatica contro il Parlamento Europeo.

La strategia politica del premier ungherese si basa sulla creazione di una percezione interna favorevole al suo governo nello scontro con l’Unione Europea: conscio di avere il sostegno popolare riguardo le sue scelte nella gestione della crisi migratoria, il premier ungherese si è guardato bene dal commentare il cuore principale del report votato a Strasburgo e cioè la denuncia di un indebolimento dello Stato di Diritto in Ungheria, con le sue pericolose conseguenze sulla tenuta democratica del Paese. Il leader magiaro ha quindi denunciato pubblicamente il tentativo dell’UE di sottrarre all’Ungheria sovranità nel controllo politico delle sue frontiere, dopo il fallimento dei numerosi tentativi di obbligare il paese ad aprire le porte alla redistribuzione dei migranti.

La stragrande maggioranza dei media nazionali ha perciò dato vita a una campagna propagandistica seguendo la linea del governo. La retorica nazionalista non solo ha respinto la relazione europea denunciandola come un attacco politico senza alcun fondamento, ma ha addirittura ribaltato i termini della questione, sostenendo che la parte lesa della vicenda sia l’Ungheria e non la democrazia liberale.

Basterà la propaganda?

Un sondaggio condotto dal quotidiano di opposizione Nepszava sembra mettere in guardia il premier magiaro sull’efficacia di questa strategia politica. I risultati della ricerca hanno evidenziato, infatti, segnali di risveglio nell’opinione pubblica ungherese. Nonostante gli sforzi del governo, secondo la rilevazione, crica il 63% degli ungheresi ha ben chiare le reali ragioni che hanno portato il Parlamento Europeo a votare in favore dell’attivazione dell’articolo 7 contro l’Ungheria.

La percezione comune appare quindi corretta, con la maggioranza degli ungheresi consapevole di come la critica principale della mozione europea verta sul pericolo di un allentamento dello Stato di Diritto e della democrazia ungherese, mentre solo il 26%, invece, sembra credere che la decisione europea rappresenti un’ingiusta punizione per le posizioni ungheresi sulla crisi migratoria. Anche un secondo sondaggio condotto dall’istituto di ricerca Publicus Intézet sembra dare risultati sulla stessa lunghezza l’onda.

L’impressione è che stia forse cambiando qualcosa nella percezione interna della situazione politica corrente. Sebbene i sondaggi non segnalino ancora un effetto negativo della vicenda sulle intenzioni di voto per il partito di Orbán, la maggioranza degli ungheresi sembra vedere nella condanna europea un potenziale fattore di indebolimento del suo governo e della sua leadership.

La sfida all’Europa: verso le consultazioni del 2019

Nella sua battaglia a difesa della sovranità ungherese, Orbán è quindi passato al contrattacco in vista delle prossime elezioni europee. Il premier magiaro ha sottolineato come la votazione del 12 settembre abbia semplicemente confermato le divergenze politiche tra l’Ungheria e la maggioranza dei parlamentari europei riguardo la crisi migratoria e la visione più generale di Europa, liquidando la questione come un qualcosa destinato ad appartenere ormai a un passato che sarà presto archiviato dalle decisioni dei popoli europei. Sulla scia dei recenti sviluppi politici nei vari stati membri, infatti, Orbán si è detto fiducioso sulla possibilità di rinascita della sua idea di Europa a partire dal maggio 2019, quando gli elettori europei saranno chiamati a scegliere i loro nuovi rappresentanti e quindi una nuova Commissione Europea.

Nel tentativo di ribaltare la situazione a suo favore, il leader ungherese è stato assistito nei suoi proclami dai vice premier di Austria e Italia, candidati principali a guidare il progetto “sovranista” da presentare ai cittadini europei tra qualche mese.
In attesa della pronuncia del Consiglio Europeo sulla questione ungherese, i segnali provenienti dalle viscere del paese di Visegrad sembrano contrastanti. Se anche la Polonia (o l’Italia) decidesse di porre il veto a difesa di Orbán sulla decisione del Consiglio, l’iter per l’applicazione di serie conseguenze per il paese mitteleuropeo sarebbe ancora lungo e tortuoso. L’impressione è che, come sempre, a decidere concretamente dei destini dell’Ungheria e dell’Europa saranno gli elettori.

Photo: Brecorder.com

Chi è Leonardo Benedetti

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Nato a Roma nel 1992, ha studiato Scienze Politiche con una magistrale in Relazioni Internazionali all'Università di Roma Tre. Innamorato della Mitteleuropa, ha vissuto tra Polonia, Romania e Repubblica Ceca, dedicando a quest'ultima gran parte dei suoi sforzi accademici ma soprattutto epatici.

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2 commenti

  1. se qualcosa non va bene in Ungheria sicuramente non è la politica antiimmigtatoria. UE deve rispettare le decisioni interne di un paese

    • Matteo Zola

      L’UE deve far rispettare le leggi comunitarie che tutti i paesi membri, Ungheria compresa, hanno LIBERAMENTE firmato. Tra queste, l’art.2 del Trattato Europeo esprime i valori costitutivi dell’UE e l’Ungheria non ne sta rispettando nessuno. Se a Budapest non piace l’UE, perché prende i Fondi Europei? Perché non chiede di uscire dall’Unione? Il fatto è che piacciono i soldi ma non le regole. E, si badi, sono principi elementari di democrazia e diritto quelli che Budapest non rispetta. Quindi, UE o non UE, dovremmo tutti interrogarci su quello che succede in Europa.

      M.Z.

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