SERBIA: Diritti LGBT, tra legislazione e rivoluzione culturale

Domenica 16 settembre ha avuto luogo il Gay Pride 2018 di Belgrado. Il corteo composto da migliaia di persone è partito a mezzogiorno dall’Hotel Hilton vicino a piazza Slavija, ha percorso le vie del centro e si è fermato al Studentski Park, la piazza ritrovo degli studenti dove sorge l’università e dove la manifestazione è terminata con il consueto concerto.
Dal 2001 la parata è stata un appuntamento atteso ed in egual misura temuto a causa dei sanguinosi scontri che hanno costellato queste rare manifestazioni dal primo Gay Pride di Belgrado nel 2001.

Dopo i gravissimi fatti del 2001 la Serbia è stata messa sotto i riflettori mondiali per il riconoscimento dei diritti LGBTI. Il Consiglio Europeo di Tessalonica del 2003, che identificò il paese come un possibile futuro membro dell’Unione Europea, ha garantito un maggiore controllo sulle tematiche sociali e di rispetto dei diritti umani in vista dell’allineamneto del paese agli standard europei. Tuttavia il rapporto annuale di Amnesty International del 2017 sottolinea come le autorità serbe non abbiano difeso gli organizzatori del Gay Pride da discriminazione, minacce e aggressioni fisiche. Diverse organizzazioni di estrema destra e neo-fasciste sono stati autori di numerose aggressioni ai danni di attivisti LGBTI in tutto il paese.

I fatti del 2001 e del 2010

Il primo Gay Pride organizzato a Belgrado nel 2001 fu accolto da una violenta contro-manifestazione da parte di gruppi nazionalisti e di estrema destra che protestarono contro chi, per la prima volta in tutta la storia della Serbia, marciò per affermare la propria esistenza verso uno stato che decriminalizzò l’omosessualità nel 1994 e rimosse il crimine di “fornicazione contro natura” solo nel 2006. Gli scontri tra la polizia e gli hooligan in breve tempo degenerarono in guerriglia urbana e provocarono decine di feriti, vennero sedati solo quando la polizia iniziò ad impiegare le armi da fuoco per disperdere i partecipanti alla protesta.

Dopo il 2001 vennero annullati tutti i tentativi di organizzare manifestazioni a causa del pericolo di violenze, fino al Gay Pride del 2010. E anche durante la manifestazione di quell’anno ci furono gravi scontri tra poliziotti e gruppi di estrema destra che manifestavano contro l’operato del governo e contro il riconoscimento di diritti alla comunità LGBTI. Alla fine della giornata si contarono quasi cento feriti tra poliziotti e manifestanti.

L’attuale situazione dei diritti LGBTI in Serbia

Attualmente la Serbia ha approvato diverse leggi per il riconoscimento dei fondamentali diritti richiesti dalla comunità LGBTI nel corso degli anni. La volontà dell’attuale presidente Aleksandar Vučić di uniformarsi alle norme europee per l’ingresso nell’Unione ha fatto fare alla legislazione serba numerosi passi avanti.

Tuttavia, l’associazione per i diritti della comunità LGBTI Equal Rights Association (ERA) ha denunciato il fatto che i media di stato, che sono molto vicini alle posizioni dell’attuale presidente, non abbiano pubblicizzato o divulgato i progressi in tal senso. Questo sarebbe in linea con il modus operandi di Vučić che, da una parte, adempie col contagocce agli impegni presi dal suo governo per raggiungere lo standard minimo per l’ingresso nell’Unione Europea, ma dall’altro tace sull’appoggio alle proposte della comunità LGBTI per non creare disappunto tra la fascia più conservatrice dei suoi sostenitori. La strategia di Vučić passa anche dalla nomina a premier dell’ex ministro dell’Amministrazione Pubblica Ana Brnabić, ovvero la prima donna apertamente gay a ricoprire tale carica.

Secondo il Rapporto sui progressi delle condizioni dei diritti LGBTI in Serbia, a cura della ong ILGA, da agosto 2016 a settembre 2017 ci sono stati 79 casi di crimini di odio e di incitamento all’odio e 8 casi di altre discriminazioni segnalate alle organizzazioni della società civile. Secondo le statistiche prodotte dalle assocazoni per la difesa dei diritti civili solo un terzo di questi crimini viene segnalato allo stato.

Difficoltà per il riconoscimento dell’identità transgender

La condizione delle persone transgender in Serbia rimane la più complessa a causa della completa inesistenza di leggi che riconoscano civilmente e legalmente le persone transessuali.

Da un lato, la Serbia ha probabilmente la migliore equipe di medici e il gruppo di esperti dell’intera regione balcanico-caucasica. Dal 1989 infatti si sono verificati molteplici interventi chirurgici per il cambio di sesso. Dal gennaio 2012, inoltre, gli ospedali possono attuare interventi  di cambio di sesso completamente a carico dello stato. Ciononostante la più grande contraddizione risiede nel fatto che davanti alla legge le persone transessuali siano completamente invisibili, non esistono infatti dati reperibili sul numero, qualità della vita o impieghi svolti.

A causa della mancanza di legislazione, le persone transessuali dipendono dalla buona volontà dei funzionari responsabili della modifica dei documenti nei comuni serbi. Un ostacolo è legato al fatto che solo in un particolare comune di Belgrado sia possibile cambiare i documenti dopo il trattamento di cambiamento di genere.

Un notevole passo avanti è stato fatto nel 2017, grazie all’impegno dell’associazione Gayten-LGBTI, quando il nome della Commissione per il Trattamento dei Disordini Transgender venne modificato in Commissione per le Condizioni Transgender.

Prospettive per un futuro migliore

La battaglia per il riconoscimento dei diritti dovrà necessariamente passare per una radicale riforma culturale prima che politica. In un paese in cui il macismo e la cultura dell’uomo come simbolo di forza e potere predominano, la grande sfida che la Serbia e la sua comunità LGBTI si troveranno ad affrontare non sarà tanto per l’abolizione dai libri di testo medici della dicitura “disturbo della sessualità” alla voce “omosessualità” e neppure per l’approvazione della stepchild adoption (altresì importante), ma dovranno prima misurarsi con una fondamentale rivoluzione culturale che, ad oggi, è ancora ben lungi dall’attuarsi.

Foto di  REUTERS/Marko Djurica

Chi è Gabriele Gatti

Gabriele Gatti
Nato a Reggio Emilia nel 1996, frequenta la facoltà di lettere classiche all'Università di Bologna. Dal 2016 lavora come reporter sulle rotte balcaniche e in zone di crisi, pubblicando per diverse testate italiane e internazionali. Nel 2017 esce il suo documentario "La Foto di Omid" sulla situazione degli insediamenti informali lungo il confine serbo-ungherese e sulla situazione di emergenza umanitaria a Belgrado. Oggi lavora come reporter freelance in Serbia, Bosnia Erzegovina, Croazia, Grecia e Ucraina.

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