I serbi di Bosnia alla ricerca del sostegno di Mosca

Venerdì 21 settembre il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov è stato in Bosnia Erzegovina in visita ufficiale. Intorno alla missione di Lavrov vi era una grande attesa, dato che la Bosnia è in piena campagna elettorale in vista delle elezioni del prossimo 7 ottobre. Gli occhi erano puntati soprattutto sull’incontro con i rappresentanti della Republika Srpska (RS), una delle due entità in cui è diviso il paese: nonostante la conferma degli ottimi rapporti esistenti tra Mosca e l’entità a maggioranza serba, Lavrov non ha espresso un aperto sostegno verso l’attuale presidente, Milorad Dodik, che puntava sull’incontro per trarne vantaggi in termini elettorali.

La sovranità bosniaca

Il viaggio di Lavrov in Bosnia Erzegovina si è suddiviso in due tappe. Prima di tutto, il ministro degli Esteri russo è stato a Sarajevo, dove ha incontrato i membri della presidenza tripartita del paese. L’incontro con Bakir Izetbegović, Dragan Čović e Mladen Ivanić è stato caratterizzato dalla volontà di entrambe le parti di rafforzare la cooperazione tra i due paesi. Soprattutto, Lavrov ha ribadito il pieno sostegno della Russia alla sovranità della Bosnia Erzegovina e all’accordo di Dayton, che ne disegna la struttura territoriale ed istituzionale dal 1995.

Questa presa di posizione da un lato ha rassicurato Sarajevo, soprattutto nella sua componente bosgnacca, che ne ha letto un rifiuto russo a sostenere le minacce secessioniste provenienti a periodi alterni dalla Republika Srpska; dall’altro, la difesa di Dayton si può interpretare come difesa delle autonomie e delle competenze delle due entità, un messaggio raccolto positivamente dalle parti di Banja Luka, capitale dell’entità a maggioranza serba. Tali concetti, insieme alla proposta di porre fine al mandato dell’Ufficio dell’alto rappresentante per la Bosnia Erzegovina, l’organismo internazionale che deve supervisionare il rispetto dell’accordo di Dayton, sono stati ribaditi al ministro degli Esteri, il serbo-bosniaco Igor Crnadak.

L’asse con Banja Luka

La seconda tappa è stata invece Banja Luka, dove Lavrov è stato accolto da una città in festa arricchita di bandiere russe e serbe. Qui Lavrov ha incontrato il presidente Milorad Dodik, il primo ministro della RS, Željka Cvijanović, e il ministro degli Esteri della Serbia, Ivica Dačić. L’incontro è stato segnato dall’inaugurazione di un nuovo centro culturale e religioso ortodosso russo-serbo, simbolo plastico del forte legame politico e culturale esistente tra il mondo serbo e quello russo. Un legame che, inevitabilmente, è anche economico: Lavrov ha chiaramente espresso l’auspicio che il piano del colosso del gas russo Gazprom di aprire un impianto di produzione di gas naturale in Republika Srpska possa presto divenire realtà.

Dodik, dal canto suo, ha voluto ringraziare Mosca per aver posto, nel 2015, il veto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU contro la risoluzione che definiva genocidio il massacro di Srebrenica. Secondo diverse fonti, Lavrov avrebbe anche chiesto informazioni relative alla vicenda del giovane David Dragičević, la cui uccisione, attribuita da molti alla polizia, ha generato massicce proteste contro l’élite della RS, e che sta seriamente danneggiando l’immagine di Dodik in vista del voto di ottobre.

Gli effetti della visita

Le parole di Lavrov sono da leggere su due piani. Sul piano puramente interno alla Bosnia Erzegovina, Lavrov ha voluto precisare che la Russia non ha favoriti nelle prossime elezioni. Questa frase ha un riflesso soprattutto nel campo serbo: se Dodik sperava in un endorsement russo alla sua candidatura alla presidenza tripartita della Bosnia, il fatto che il ministro russo abbia incontrato anche Ivanić e Crnadak, entrambi espressioni del Partito del Progresso Democratico (PDP), posto all’opposizione di Dodik, ha deluso le sue aspettative. Non a caso, nelle settimane precedenti l’incontro, Dodik e Crnadak si erano scontrati su chi dei due avesse maggiori legami con Mosca, cercando entrambi di rivendicare la paternità dell’invito a Lavrov. Probabilmente, a Mosca la vittoria di Dodik non è data per certa, e si è preferito tenere aperti i canali anche con i suoi rivali.

In chiave regionale, Lavrov ha mandato un messaggio rivolto ad un pubblico più vasto. Il ministro russo ha chiaramente detto di non voler interferire nelle vicende interne dei paesi balcanici, ma ha aggiunto che lo stesso si aspetta dagli altri attori internazionali. Si tratta di un messaggio diretto a Washington e ai suoi partner europei, che guarda oltre Sarajevo e si estende all’imminente referendum in Macedonia (che potrebbe aprire la strada all’ingresso di Skopje nella Nato) e al dialogo in corso tra Serbia e Kosovo. La Russia, dunque, non si è schierata a favore delle minacce secessioniste di Dodik, ma segue con attenzione il processo in corso tra Belgrado e Pristina: opzioni come lo scambio di territori, di cui tanto si discute e su cui c’è stato un sostanziale sostegno americano, possono aprire scenari nuovi e avere conseguenze anche in Bosnia. Una presa di posizione che lascia intendere ulteriormente come l’interesse della Russia verso l’area balcanica resta alto, al di là del voto bosniaco di ottobre.

Chi è Riccardo Celeghini

Riccardo Celeghini
Laureato in Relazioni Internazionali presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università Roma Tre, con una tesi sui conflitti etnici e i processi di democratizzazione nei Balcani occidentali. Ha avuto esperienze lavorative in Albania, in Croazia e in Kosovo, dove attualmente vive e lavora. E' nato nel 1989 a Roma. Parla inglese, serbo-croato e albanese.

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Un commento

  1. claudio gherardini

    Meno male che la Bosnia non è abbastanza vicina al territorio russo….

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