STORIA: Il Congresso clandestino e la normalizzazione in Cecoslovacchia

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L’invasione nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1968, dopo i primissimi momenti di spaesamento e paura, dopo le notizie frammentarie sulle sorti di Dubček e delle altre cariche istituzionali, non condusse i membri del Partito nel panico né tantomeno a dichiarazioni grondanti violenza e odio.

Tutt’altro, gli eletti al XIV Congresso del Partito, fissato per il 9 settembre, grazie alle radio clandestine decisero di convocarlo in tutta fretta e in condizioni di grande precarietà.

Il 22 agosto, in una fabbrica nel quartiere di Praga Vysočany, giunse la maggior parte dei delegati che, nonostante i carri armati e la minaccia alla propria libertà personale, non volle perdere la storica occasione di opporsi con mezzi democratici all’invasione liberticida. Il Congresso rappresentava, fra le azioni del nuovo corso di Dubček, quella più temuta da Brežnev che proprio per questo aveva inviato i carri armati; assumeva quindi ancora più importanza. Sebbene molti degli slovacchi fossero trattenuti a causa delle truppe occupanti, l’assemblea decise ugualmente di avviare i lavori. Alla fine della giornata risultarono comunque presenti 1219 dei 1543 delegati legalmente eletti.

Nelle febbrili dichiarazioni dei presenti, quasi tutte rigorosamente registrate, era tangibile una duplice urgenza: quella di terminare i lavori in fretta, prima che gli invasori occupassero tutte le posizioni di potere con i vari collaborazionisti, fra cui risulteranno Indra e Bil’ak, e quella di evitare, quanto più possibile, decisioni non conformi ai regolamenti o in contrasto con le posizioni di Dubček e dei suoi collaboratori trattenuti a Mosca. Dopo lunga discussione si passò all’elezione del nuovo Comitato centrale e della presidenza affinché potessero procedere a loro volta alla nomina del Primo segretario e del suo ufficio politico; una volta normalizzata la situazione sarebbe stato possibile ratificare l’elezione.

Fu proprio durante il XIV Congresso che vennero pronunciate per la prima volta le parole “normalizzazione” e “normalizzare”. Per i partecipanti si trattava di una terminologia rassicurante e carica di speranze: il ritorno alla normalità della vita quotidiana avrebbe significato l’allontanamento delle truppe occupanti e il ripristino delle politiche avviate otto mesi prima. A Mosca, però, la pensavano molto diversamente: normalizzare significava tornare alle “normali” condizioni di gestione del potere, alla sottomissione alle direttive del Cremlino, all’abolizione della libertà di stampa e associazione, alla cessazione di qualsiasi forma di indipendenza nazionale.

La sera del 22, il Congresso, che si proclamò “permanente”, nella consapevolezza di tutte le decisioni ancora da prendere, e che si concluse con il canto dell’Internazionale, annunciò gli eletti del nuovo Comitato centrale, dal quale vennero esclusi solo i componenti precedenti giudicati traditori. Dubček e i suoi stretti collaboratori furono rieletti, ma anche sostenuti e acclamati. Fu indetto lo sciopero di un’ora per il giorno successivo, scritti vari comunicati, alcuni pubblicati sul «Rudé Právo», in cui si auspicava la strenua difesa del “volto umano del socialismo”.

Il giorno successivo, intanto, esattamente alle 23 del 23 agosto, Dubček fu condotto al Cremlino. Fu accompagnato davanti a Brežnev e altri alti dirigenti, i quali, dopo un primo tentativo di sostituirlo con Indra, avevano compreso che la situazione era molto più complessa.

Solo, davanti a loro, fu attaccato, ma anche lusingato da profferte di prestigiose collocazioni nel caso avesse acconsentito a dichiarare la sua approvazione all’invasione. Dubček non solo non accettò, ma resistette tenendo un dialogo serrato, ribattendo punto per punto. Isolato, intimorito, fu sottoposto a pressioni affinché firmasse una sorta di “accordo” che non solo legittimasse a posteriori l’aggressione, ma in cui si dichiarasse anche l’illegittimità del XIV Congresso e si chiedesse al Consiglio di Sicurezza dell’Onu di ritirare la mozione sui fatti cecoslovacchi. I “sequestrati” al Cremlino, una volta cui fu concesso loro di riunirsi, risposero con un documento di difesa del proprio operato, in cui derubricavano l’invasione a “tragico errore”. Non fu accettato e furono aperte trattative sul labile filo sospeso tra diplomazia e intimidazioni. Dubček e gli altri furono tenuti all’oscuro circa l’evoluzione dell’occupazione e alla fine sottoscrissero un protocollo, ad eccezione di Kriegel, dal quale riuscirono a far espungere i riferimenti alla legittimità dell’occupazione e all’esistenza di una controrivoluzione. Le resistenze ci furono fino all’ultimo.

In molti avrebbero successivamente accusato Dubček non tanto di tradimento, ma di debolezza e accondiscendenza. Lui fu tormentato e dubbioso fino alla fine. La decisione di apporre la sua firma il 26 agosto fu dettata, infine, dal timore che un suo rifiuto potesse essere letto come un invito alla resistenza attiva. La paura che si arrivasse a un massacro di civili non era del tutto infondata.

Tranne che per i collaborazionisti e per quanti già speravano in posti di rappresentanza nel nuovo corso inaugurato da Mosca, per tutti gli altri furono giorni difficilissimi e dilanianti. Fra le richieste cui cedettero, l’annullamento del XIV Congresso rappresentò la maggior sconfitta, anche se Dubček riuscirà successivamente a far confermare molti degli eletti. Poco prima della mezzanotte, davanti a fotografi e telecamere, i cecoslovacchi firmarono quindi il protocollo e alle 3 del mattino presero l’aereo che li riportava, sconfitti e amareggiati, a casa.

Alle 17.30 del 27 agosto Dubček tenne un discorso alla radio. Con ogni probabilità il più difficile di tutta la sua vita, quello su cui pesarono maggiormente le sue responsabilità, i dubbi, le paure, le speranze spezzate. Dopo un obbligato cenno di gratitudine ai sovietici, in nessun modo voleva irritarli, per il supporto nei durissimi giorni dell’invasione, proseguì con una dichiarazione del tutto opposta: la Cecoslovacchia aveva perso la sua libertà d’azione e una volontà esterna avrebbe guidato tutte le decisioni future. Garantì il massimo impegno per il ritiro delle truppe e chiese compattezza e sostegno a tutti i cittadini. La sua voce, sensibilmente rotta dal pianto, arrivò nelle case di milioni di cecoslovacchi, che non ebbero dubbi sulla reale portata della situazione.

Nei mesi successivi circa 100.000 persone emigrarono all’estero, il governo fu costretto istituire un Ufficio per la stampa e l’informazione che, pur non contemplando la censura, poneva i giornalisti in una situazione di controllo, il Comitato centrale fu riorganizzato e alcune figure importanti, tra cui il direttore della televisione Pelikán, dovettero lasciare il proprio posto.

Sebbene i cambiamenti formali fossero stati, tutto sommato, pochi e a settembre le truppe si fossero ritirate dai centri maggiori, la sostanza delle relazioni politiche e sociali aveva subito cambiamenti radicali, il controllo era totale e i traditori interni si stavano attrezzando per la corsa alle cariche istituzionali.

La lunga normalizzazione era iniziata.

 

 

FOTO: Josef Koudelka, 1968

Chi è Donatella Sasso

Donatella Sasso
laureata in Filosofia con indirizzo storico presso l’Università di Torino. Dal 2007 svolge attività di ricerca e coordinamento culturale presso l’Istituto di studi storici Gaetano Salvemini di Torino. Iscritta dal 2011 all’ordine dei giornalisti. Nel 2014, insieme a Krystyna Jaworska, ha curato la mostra Solidarność nei documenti della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli di Milano. Alcune fra le sue ultime pubblicazioni sono La guerra in Bosnia in P. Barberis (a cura di), Il filo di Arianna (Mercurio 2009); Milena, la terribile ragazza di Praga (Effatà 2014); A fianco di Solidarność. L’attività di sostegno al sindacato polacco nel Nord Italia (1981-1989), «Quaderni della Fondazione Romana Marchesa J.S. Umiastowska», vol. XII, 2014.

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