protesta Bucarest

ROMANIA: La protesta della diaspora termina in violenza

Notte di tensione e violenza quella di ieri per le strade di Bucarest. La manifestazione anti-governativa dei romeni all’estero si è trasformata in un violentissimo scontro tra una parte dei manifestanti e la gendarmeria. Fonti giornalistiche riportano più di 400 feriti; l’atmosfera nel paese è estremamente tesa.

Le premesse

Il meeting della diaspora romena, già da tempo in programma, ha richiamato nella capitale oltre 100.000 persone. Sono circa 5 milioni i romeni che vivono all’estero, buona parte emigrati durante gli anni della transizione, tra il 1990 e il 2000. L’Italia è il paese che ne ospita il maggior numero (circa un milione), seguita a ruota dalla Spagna. Gli expat romeni sono tutt’altro che avulsi dalla vita politica del paese d’origine; tradizionalmente ostili al partito social-democratico (PSD), nel 2014 hanno di fatto sancito la vittoria alle presidenziali di Klaus Iohannis sul candidato socialista Victor Ponta, molto forte in Romania ma privo di qualsiasi presa sugli emigrati. Essi vedono nel PSD l’erede del vecchio partito comunista e, soprattutto, di quel Fronte di Salvezza Nazionale guidato da Ion Iliescu che ha governato il paese negli anni Novanta, proprio nel periodo più caldo dell’emigrazione. Da ciò nasce l’ostilità verso i socialisti, visti quasi come causa della loro partenza. Sfruttando le vacanze estive e il tradizionale ritorno a casa, i romeni della diaspora si son dati appuntamento a Bucarest, per protestare contro il governo. In un primo momento l’amministrazione della capitale, guidata dal sindaco Gabriela Firea, esponente di punta del PSD, non si era mostrata entusiasta all’idea della manifestazione di massa. Tuttavia, sull’onda della pressione mediatica, ha concesso l’autorizzazione allo svolgimento della dimostrazione. I primi scontri si sono registrati intorno alle 16.00, quando alcuni manifestanti hanno cercato di forzare le barricate che proteggevano Palatul Victoriei, la sede del governo. La situazione sembrava essersi rasserenata, almeno fino alle 23.00, quando il vaso di Pandora è stato scoperchiato.

Provocatori e gendarmeria

Intorno alle 23.00, in risposta alle provocazioni di uno sparuto gruppo di manifestanti (con ogni probabilità provocatori giunti col preciso scopo di causare disordini) la gendarmeria ha risposto lanciando gas lacrimogeni in maniera indiscriminata anche sui partecipanti pacifici, aumentando il caos. I facinorosi hanno approfittato del disordine per attaccare le forze dell’ordine: due gendarmi, tra cui una ragazza di vent’anni, sono stati privati delle pistole e malmenati, prima di essere salvati da un gruppo di manifestanti che ha fatto da scudo umano. Nel frattempo, il resto delle forze dell’ordine ha continuato ad usare i gas e a picchiare anche uomini innocenti, colpevoli soltanto di essersi trovati al posto sbagliato al momento sbagliato. Risultato: circa 400 feriti, alcuni anche gravi. Com’è stato possibile tutto questo?

Dipanare la matassa

Chi è anche solo minimamente avvezzo ai fatti romeni sa che l’infiltrazione di provocatori violenti all’interno di proteste pacifiche è tutto tranne che inusuale. Era già successo nel febbraio 2017, all’epoca delle prime grandi manifestazioni contro il governo PSD. Tuttavia, non è semplice identificare questi gruppi e i loro mandanti. I media anti-governativi ritengono che siano ambienti vicini al partito social-democratico a muovere questi huligani, al fine di macchiare le proteste davanti all’opinione pubblica etichettandole come violente. Di contro, risulta difficile credere che un governo già ampiamente mal visto sia sul piano interno che internazionale possa adottare una strategia talmente suicida, che ha come solo esito quello di infangare ancora di più l’esecutivo e il suo principale partito. Non è così peregrino immaginare che alti circoli dell’amministrazione pubblica e dei servizi, fortemente ostili al PSD, possano aver mosso le fila dei disordini proprio per screditare Liviu Dragnea e i suoi fedelissimi. Ogni ipotesi è plausibile, ma non ci sono elementi che possano avvalorare l’una o l’altra opzione. La terza variante, la più tristemente auspicabile, è la completa impreparazione e inadeguatezza delle forze dell’ordine e delle istituzioni competenti, del tutto incapaci di gestire situazioni di tale complessità. L’unico fatto concreto sono i feriti che da ieri notte popolano gli ospedali di Bucarest. 

E adesso?

Il presidente della Repubblica Klaus Iohannis, con un post su Facebook, ha immediatamente condannato i fatti di ieri, scagliandosi contro la gendarmeria, la cui azione è stata definita “non proporzionata alle azioni della maggior parte delle persone di Piata Victoriei”. Liviu Dragnea e il premier Viorica Dancila tacciono, guardinghi. La situazione è in evoluzione continua. Prevedere cosa accadrà adesso è impossibile. I fatti di ieri hanno ulteriormente dimostrato che la democrazia romena è in crisi. L’autunno si prospetta caldissimo; tra un anno si terranno le elezioni presidenziali, e il rischio di una svolta autoritaria non è così remoto. 

Foto: IlPost

Chi è Francesco Magno

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Dottorando presso l'università di Trento con un progetto sulle politiche nazionalizzatrici dei governi romeni nel periodo interbellico. Laureato in storia contemporanea presso l'università di Padova con una tesi sulle epurazioni del regime comunista romeno nel mondo delle libere professioni. Si occupa da anni di Romania, paese dove ha trascorso diversi soggiorni di studio e ricerca, con particolare attenzione al nazionalismo romeno e alle politiche di nazionalizzazione in aree di frontiera.

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