KOSOVO: È morto Adem Demaci, il Nelson Mandela dei Balcani

Giovedì 26 luglio è morto all’età di 82 anni Adem Demaci, noto attivista per i diritti umani e portavoce per decenni delle rivendicazioni degli albanesi del Kosovo. L’annuncio della sua morte è stato dato durante una seduta del parlamento kosovaro, che gli ha dedicato un minuto di silenzio. Se ne va un simbolo della storia recente del Kosovo e un uomo sempre in prima linea per i diritti umani, divenuto noto sullo scenario internazionale come il Nelson Mandela dei Balcani, a causa dei 28 anni passati nelle carceri jugoslave per le posizioni assunte in difesa del suo popolo.

L’attivismo politico e il carcere

Adem Demaci nasce a Podujevo, in Kosovo, nel 1936. Dopo gli studi, negli anni ’50 inizia a pubblicare storie e a scrivere i primi romanzi, tra cui “I serpenti di sangue”, dedicato al tema della vendetta di sangue in Kosovo ed Albania. Ben presto, Demaci si interessa alla questione dei diritti degli albanesi del Kosovo, al tempo provincia della Repubblica di Serbia all’interno della Federazione Jugoslava guidata dal Maresciallo Tito, attirando l’attenzione delle autorità. Nel 1958 viene condannato a tre anni di carcere a causa delle critiche espresse contro la politica del regime verso la popolazione albanese.

Uscito di prigione, è tra i promotori del Movimento Rivoluzionario per l’Unità Albanese, un movimento di ispirazione marxista-leninista che vede nel dittatore dell’Albania Enver Hoxha l’uomo in grado di poter riunire gli albanesi in un unico Stato. L’attività politica e culturale lo porta di nuovo sotto la lente del regime jugoslavo, che lo condanna a dieci anni di carcere nel 1964, a cui ne seguono subito altri 15. Lascia la prigione nel 1990, dopo ben 28 anni di detenzione.

L’opposizione al regime di Milošević

Il Kosovo che ritrova nel 1990 è attraversato da una profonda crisi. Il regime di Slobodan Milošević ha ulteriormente inasprito la politica contro la componente albanese della popolazione. Demaci prende nettamente posizione contro gli abusi delle autorità serbe, assumendo la presidenza del Consiglio per la Difesa dei diritti umani e delle libertà del popolo del Kosovo e impegnandosi in lunghi scioperi della fame e campagne in difesa dei diritti umani. Negli stessi anni, esattamente nel 1991, riceve dal Parlamento europeo il premio Sakharov per la libertà di pensiero e viene presentato dai media internazionali con il soprannome di Nelson Mandela dei Balcani, per il lungo tempo passato in carcere a causa delle sue lotte per i diritti umani.

In patria, Demaci scende direttamente in politica, divenendo presidente del Partito parlamentare del Kosovo: per quanto sia promotore di una via non violenta per l’affermazione dei diritti degli albanesi, Demaci si scontra più volte con l’altra figura simbolo del Kosovo, Ibrahim Rugova. A quest’ultimo Demaci contesta un’eccessiva fiducia riposta verso gli attori internazionali, che, secondo lui, non stanno supportando la causa del Kosovo. Al contrario, ritiene necessaria una forte mobilitazione del popolo albanese, che con attivismo non violento può liberarsi dal giogo del regime con le proprie forze. È dello stesso periodo, inoltre, la proposta di Demaci di creare una confederazione di Stati chiamata Balkania, di cui dovrebbero fare parte la Serbia, il Montenegro e il Kosovo.

La guerra e il rapporto con l’UCK

Con il precipitare della crisi, Demaci decide di prendere posizione a favore del nascente Esercito di Liberazione del Kosovo, l’UCK, dichiarando pubblicamente che un popolo oppresso ha il diritto di resistere, anche con metodi violenti. Legatosi all’ala politica del movimento, Demaci diventa il portavoce dell’UCK ai negoziati di Rambouillet del febbraio del ’99. Ben presto, però, affiorano forti divergenze con la giovane leadership emergente, in particolare quella di Hashim Thaci, sempre più l’uomo su cui puntano gli Stati Uniti, tanto da portare Demaci a dare le dimissioni e ad abbandonare le trattative.
Anche durante i bombardamenti della NATO e la conseguente escalation di violenza della polizia e dell’esercito serbo contro gli albanesi, Demaci decide di restare a Pristina. Le autorità serbe lo arrestano per due volte, ma viene rilasciato dopo brevi periodi di detenzione.

Il dopoguerra

Finita la guerra, il Kosovo inizia un percorso che porta all’indipendenza, dichiarata nel 2008. In questi anni, Demaci continua a far sentire la sua voce sulla scena politica e culturale del paese. Dirige la televisione di Stato e la Lega degli scrittori del Kosovo e si avvicina al movimento nazionalista di sinistra Vetevendosje, esprimendo forti critiche contro i partiti di governo. Rimane fino all’ultimo una voce libera ed indipendente, mantenendo il prestigio e il rispetto guadagnato in decenni di lotte ed impegno politico.

Chi è Riccardo Celeghini

Riccardo Celeghini
Laureato in Relazioni Internazionali presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università Roma Tre, con una tesi sui conflitti etnici e i processi di democratizzazione nei Balcani occidentali. Ha avuto esperienze lavorative in Albania, in Croazia e in Kosovo, dove attualmente vive e lavora. E' nato nel 1989 a Roma. Parla inglese, francese, serbo-croato e conosce basi di albanese.

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