comunità LGBT in Cecenia
comunità LGBT in Cecenia

CECENIA: La versione del Cremlino sulla condizione della comunità LGBT nella repubblica

“Non ci sono minoranze sessuali in Cecenia”. Il Ministro della giustizia russo Aleksandr Konovalov lo ha dichiarato lo scorso 14 maggio all’incontro  dell’Esame periodico universale (UPR), il meccanismo delle Nazioni unite finalizzato a esaminare il rispetto degli obblighi in tema di diritti umani degli stati membri.

Il Cremlino era chiamato a rispondere delle notizie sugli abusi perpetrati nei confronti di centinaia di persone appartenenti alla comunità LGBT nella repubblica caucasica, emerse a partire dall’aprile 2017. Le testimonianze, raccolte inizialmente dal quotidiano russo Novaya Gazeta e poi confermate da fonti quali Radio SvobodaThe Guardian, parlano di una campagna di detenzioni, torture e uccisioni – come minimo tre –  promossa dalle autorità cecene almeno dal dicembre 2016.

Una caccia all’uomo

Nell’articolo “Delitto d’onore”, il giornale russo descrive i metodi con cui avveniva quella che era, a tutti gli effetti, una caccia all’uomo. In una società chiusa e tradizionale come quella cecena è difficile nascondere il prorprio orientamento sessuale. Era poi diffusa una “strategia dell’inganno” con cui cittadini sospettati di essere omosessuali venivano contattati attraverso i social network e invitati a degli incontri dove finivano per essere picchiati e umiliati.

La logica dei perpetratori dei delitti era quella di espiare la vergogna che queste persone costituirebbero per la Cecenia a causa del loro orientamento sessuale “non tradizionale”.

La versione del Cremlino

La storia ha fatto rapidamente il giro del mondo e ha spinto il Cremlino a ricorrere a una strategia di difesa singolare: negare l’esistenza stessa della comunità LGBT in Cecenia.

Quanto dichiarato da Konovalov lo scorso 14 maggio rientra in questa logica in base alla quale i giornalisti di Novaya Gazeta sarebbero dei diffamatori. Il ministro ha spiegato che da un’indagine del governo federale era risultato impossibile sia trovare prove dei delitti sia prendere contatto con i membri della comunità LGBT cecena. “Aiutateci ad identificarli” è stato l’appello conclusivo di Konovalov ai paesi membri dell’UPR.

L’attacco di Kadyrov

Se le autorità russe hanno fatto buon viso a cattivo gioco davanti all’indignazione dell’opinione pubblica occidentale, esponenti del governo ceceno e, in particolare il presidente Ramzan Kadyrov, non hanno nascosto il loro odio per gli omosessuali.

La scorsa estate, il governatore della Cecenia ha presentato le sue idee sul caso in un’intervista rilasciata al canale americano HBO. Secondo Kadyrov, i giornalisti che hanno denunciato le violenze in Cecenia: “sono diavoli venduti che meritano una punizione divina per le accuse che diffondono”. Per quanto riguarda i gay in Cecenia: “non esistono e se anche esistessero che se ne vadano il più lontano possibile, in Canada, in modo che si possa purificare il nostro sangue”.

Gli attacchi delle autorità spingono in molti a scappare. L’ONG Russian LGBT Network ha annunciato lo scorso 4 aprile che, da quando è scoppiato il caso, ha aiutato 114 persone ad andarsene dalla Cecenia, delle quali 92 hanno poi abbandonato la Russia. Il fondatore dell’organizzazione Igor Kochetkov ha spiegato che 41 degli assistiti sono stati detenuti illegalmente, mentre gli altri sono stati minacciati dalle forze dell’ordine, dai parenti o temevano che conoscenti finiti nelle mani delle autorità facessero i loro nomi sotto tortura.

Sono numeri crudi che danno un’idea solo parziale del dramma di queste persone che, oltre a subire la violenza delle autorità, vengono abbandonate da parenti e amici. La violenza contro la comunità LGBT costituisce poi solo una parte degli orrori perpetrati dal regime di Kadyrov. In nome della stabilità della Cecenia, il Cremlino appoggia, infatti, l’uso indiscriminato della forza contro qualsiasi forma di opposizione.

Immagine: Tass

Chi è Aleksej Tilman

Aleksej Tilman
È nato nel 1991 a Milano dove ha studiato relazioni internazionali all'Università statale. Ha vissuto due anni a Tbilisi, lavorando e specializzandosi sulle dinamiche politiche e sociali dell'area caucasica all'Università Ivane Javakhishvili. Parla inglese, russo e conosce basi di georgiano e francese.

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2 commenti

  1. Claudio Vito Buttazzo

    O si mette “che” o i due punti. Le due cose non stanno assieme.

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