CRIMEA: Voci dalla repressione. La fatica della verità sotto il regime russo

Con l’annessione e l’inizio delle persecuzioni in Crimea, un cono d’ombra è calato sulla penisola. Le immagini della propaganda accecano e nascondono repressione e persecuzioni. I media locali sono stati messi a tacere, quelli internazionali non riescono a squarciare il velo della disinformazione. In questo contesto, ha preso corpo una rete di cittadini reporter che, dal basso, testimoniano la quotidiana repressione del nuovo regime.

“La realtà del giornalismo partecipativo si è fatta sempre più attuale e – si può dire – necessaria” afferma Remzi Bekirov, tataro di Crimea e attivo membro della comunità Crimean Solidarity nata come rete di solidarietà tra le famiglie dei prigionieri politici. Insieme ad altri suoi colleghi, Remzi ci ha raccontato il perché della sua scelta e cosa comporta essere un giornalista civile dove la repressione è di casa.

Una scelta di coscienza

Ciò che accomuna tutti i giornalisti civili in Crimea è la volontà di raccontare e denunciare – seppur con i loro limitati mezzi – una situazione attorno alla quale è stato costruito un muro dell’informazione. Una cortina di fumo che molti cittadini della penisola non intendono accettare.

A partire dal 2014, la situazione dei media in Crimea si è fatta drammatica: “Non ci sono più giornalisti indipendenti, la necessità di raccontare si fa sempre più forte” commenta Michail Batrak, attivista ucraino di Simferopol’, per il quale il giornalismo è nel frattempo diventato una professione. Michail ha iniziato a seguire in particolare i processi di vari dissidenti e prigionieri politici, tra cui quello di Vladimir Balukh, un contadino e attivista condannato per aver affisso una bandiera ucraina e un cartello in ricordo dei caduti di Maidan.

La maggior parte dei giornalisti civili in Crimea, ci racconta Remzi, fino al 2014 non si erano mai occupati di nulla del genere: “Sono laureato in storia” racconta “e oggi lavoro sia come insegnante, sia nell’edilizia. Ma la vita detta le sue regole e oggi, oltre alla mia attività principale, mi occupo anche di giornalismo. Non mi sarei mai aspettato di poterlo fare”. Remzi si è avvicinato a questa attività dopo che i suoi vicini di casa, Uzair e Tejmur Abdullaev, sono stati arrestati. “Praticamente tutte le famiglie dei prigionieri politici si ritrovano sole” aggiunge Remzi. Da questo è nata la comunità Crimean Solidarity ed è nato anche il personale desiderio di Remzi di fare informazione. In Crimea, la stessa attività di giornalista civile si basa saldamente sulla comunità e sui legami tra individui. Nel caso di una perquisizione – uno degli eventi maggiormente coperti da questi reporter – è il passaparola a far accorrere il giornalista sul posto, per far sì che possa registrare in tempo l’accaduto. In Crimea, di fatto, questo tipo di giornalismo è molto spesso inscindibile dal sentimento di solidarietà reciproca.

Anche El’maz, una cittadina tatara di Crimea che ha preferito rimanere anonima, è diventata inconsapevolmente un riferimento per la sua comunità: “Si può dire che non sia io a decidere cosa scrivere, ma è quel che sta succedendo qui dal 2014. Io scrivo dei fatti di cui divento testimone”.

El’maz ha semplicemente iniziato a descrivere sul suo profilo Facebook quello che vedeva quasi quotidianamente: “Non sapevo nemmeno che questa attività si chiamasse giornalismo civile. Ho deciso che dovevo fare qualcosa per migliorare la mia situazione e quella di molti altri, anche se questo richiede molte energie, soprattutto dal punto di vista mentale ed emotivo”. Così, gli scritti di El’maz hanno acquisito popolarità, finché alcuni media hanno iniziato a usarla come fonte: “Diversi siti web riprendono quello che scrivo sulla mia pagina di Facebook. Alcuni mi chiedono il permesso, altri non lo fanno, ma a me non importa. L’importante è che si parli di ciò che accade qui da noi”.

Una scelta di coscienza, dunque, che implica rischi molto alti e racchiude una considerevole componente emotiva, fatta di rabbia, dolore e speranza.

I rischi del mestiere

I rischi dei giornalisti, siano questi ultimi improvvisati o professionisti, sono gli stessi di qualunque voce indipendente. Arresti, perquisizioni, minacce e torture sono frequenti tra i dissidenti e tra coloro che cercano di fornire un’informazione diversa da quella monolitica imposta nella penisola.

La vicenda di Nariman Memedeminov, attivista del gruppo Crimean Solidarity, ne è un esempio. Dopo numerose perquisizioni e fermi negli ultimi anni, Memedeminov è stato prelevato dalla propria abitazione la mattina del 22 marzo e incarcerato il giorno dopo, in seguito a un processo lampo.

L’accusa, come frequentemente accade, è quella di incitamento al terrorismo e fa riferimento a contenuti pubblicati da Memedeminov anni prima dell’annessione della penisola. Stando alle parole dell’avvocato Emil Kurbedinov – sempre in prima linea quando si tratta di persecuzioni di attivisti suoi connazionali – è chiaro come questo sia l’ennesimo caso falsificato dalle autorità e sia una punizione per l’attività civica di Memedeminov, membro attivo della comunità tatara e reporter per vocazione. Nel frattempo, la comunità intorno a Memedeminov è riuscita a mobilitare i più importanti media ucraini, che hanno riportato la notizia ed espresso la loro solidarietà con l’attivista. Sul suo caso, tuttavia, niente sembra essersi mosso. Il timore è che diventi il primo di un’ondata di persecuzioni nei confronti dei giornalisti civili, diventati ormai il prossimo gruppo da mettere al bando. “Il rischio di essere incarcerati c’è sempre: sapendo come vengono “fabbricati” i casi in Crimea, è assolutamente possibile” commenta Michail.

Remzi Bekirov racconta di essere stato arrestato lo scorso anno, mentre effettuava alcune riprese durante una perquisizione a casa di un conoscente: “Ci hanno caricati su un camioncino e diretti alla polizia distrettuale, dopodiché ci hanno sottoposti ad arresto amministrativo per presunto ‘raduno non autorizzato’. E’ così che definiscono la nostra presenza sul luogo di una perquisizione”.

Anche le minacce sono all’ordine del giorno: “Ricevo continuamente minacce scritte, ma provo a non pensarci, perché non voglio che raggiungano il loro scopo, che è quello di spaventarmi e farmi tacere” commenta El’maz.

Aleksej Šestakovič ha vissuto in prima persona violenze psicologiche e fisiche, dopo le quali è stato costretto a lasciare la sua città natale, Sebastopoli. Aleksej è un attivista anarchico ed ecologista di vecchia data e, riguardo alla sua attività, commenta convinto che “ogni attivista dev’essere anche un po’ giornalista”. Il canale YouTube di Aleksej presenta numerosi filmati girati nel corso degli ultimi anni.

A inizio marzo, Aleksej è stato arrestato insieme a un altro attivista e – come racconta – ha subito torture dalle forze dell’ordine durante i dieci giorni di detenzione. Appena uscito dal carcere, avendo appurato di non essere più al sicuro, Aleksej ha lasciato il paese e ora si trova in Italia: “Se fossi ancora a casa mia, continuerei a ricevere minacce di arresto, sarei continuamente perseguitato. Gli agenti dei servizi segreti mi dicevano ‘tanto prima o poi ti mettiamo dentro’”.

Tra speranza e rassegnazione

Cosa aspettarsi dal futuro? La Crimea è quasi scomparsa dai giornali e dalle agende politiche internazionali. Solo di rado si fa qualche accenno alle vicende interne alla penisola, ma l’impressione è che Sebastopoli e la Crimea siano considerati ormai soggetti federali russi.

C’è ancora chi resiste ai soprusi, non limitandosi alla semplice sopravvivenza, ma opponendosi attivamente, seppur in maniera non violenta. Diversi stati d’animo, tuttavia, spesso convivono in questo atto di resistenza: che cosa si spera di ottenere con tutto questo?

Remzi Bekirov non ha dubbi riguardo a ciò che desidera dalla comunità internazionale e dai media: “Dall’Ucraina e dai media internazionali ci aspettiamo delle azioni concrete per quanto riguarda i prigionieri politici. Non si può smettere di parlare dei Tatari di Crimea e questi temi devono continuare ad essere presenti sui giornali”.

A tutto questo, Remzi aggiunge una richiesta di riconoscimento, qualcosa che lo tocca personalmente da vicino. “Vorrei che venissimo considerati come tutti i giornalisti, che avessimo i loro stessi diritti, affinché il giornalismo civico in Crimea non scompaia”.

È più amaro e rassegnato, invece, il commento di El’maz: “Non so cosa ci si possa aspettare dalla comunità e dai media internazionali” commenta “se a quattro anni dall’annessione non hanno fatto nulla di significativo“. El’maz chiede di tenere accesi i riflettori sulla Crimea, ma rimane molto pessimista sul destino che aspetta tutti quelli come lei: “In quanto agli abitanti della Crimea – attivisti, giornalisti, o chiunque altro – nessuno può difenderci. Possiamo contare solo su noi stessi”.

La sua rassegnazione risuona come un monito al mondo intero, una preghiera a rompere il silenzio totale che la “politica reale” ha permesso calasse sulla penisola.

Nella foto una lettera di supporto a  Il’mi Umerov, vicepresidente del parlamento dei tatari di Crimea (Mejlis), arrestato a causa delle sue posizioni contrarie all’annessione.

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Chi è Maria Baldovin

Maria Baldovin
Nata a Ivrea (TO) nel 1991, ha studiato lingue e letterature straniere all’università di Torino e ha poi deciso di improvvisarsi scienziata politica, con una magistrale in studi sull’Est Europa. Al momento cerca di fare la pendolare tra Torino e Bruxelles, con grande gioia delle compagnie aeree. Per East Journal scrive prevalentemente di Russia, ma ha anche una passione per la Germania (ex orientale, s’intende).

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