ROMANIA: L’ambiguo rapporto col mondo ebraico

Nelle scorse settimane la notizia del rifiuto del presidente Klaus Iohannis di spostare l’ambasciata romena in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme ha fatto il giro dei principali media mondiali. Il governo a guida socialista aveva infatti palesato la volontà di trasferire la sede diplomatica, adeguandosi così alla posizione americana. Una scelta negata dal presidente della Repubblica, che ha ribadito come la Romania continuerà ad attenersi alle posizioni ufficiali dell’UE e dell’ONU.

Dragnea vs Iohannis: da Bucarest a Tel Aviv

Dietro la questione israeliana si gioca l’ennesimo capitolo della guerra personale tra Liviu Dragnea e Klaus Iohannis, che vedrà il suo epilogo in occasione delle elezioni presidenziali del prossimo anno. Il leader socialista, accelerando sulla questione del trasferimento dell’ambasciata, ha di fatto esautorato il presidente in una delle sue prerogative principali, ossia la gestione e l’indirizzo della politica estera nazionale. Per questo Iohannis non ha esitato a smentire i propositi governativi, avocando nuovamente a sé ogni potere decisionale in materia. Egli non gioca soltanto una difficile partita interna, ma anche una sua personalissima sfida internazionale; da tempo in Romania si vocifera dell’ambizione di Iohannis di sostituire Donald Tusk alla guida del Consiglio europeo. Il presidente romeno è molto ben visto sia a Parigi che a Berlino, ha in dote un carisma personale non indifferente, e potrebbe profilarsi come un ottimo sostituto del polacco. Anche per questo ha ribadito esplicitamente come la Romania si muova all’interno del tracciato disegnato dai partner europei. Tallonato dai giornalisti durante un’uscita in bicicletta nel parco di Herăstrău, Iohannis ha pronunciato parole interessanti sul rapporto tra Romania e politiche medio-orientali. Il paese carpatico nel corso della sua storia ha sempre tenuto una posizione del tutto peculiare rispetto alla questione israelo-palestinese, che ha garantito alla Romania la fiducia di entrambi i contendenti. Bucarest, ha continuato Iohannis, non intende dilapidare con decisoni affrettate questa fiducia costruita nel corso del tempo.

Un passo indietro

Il rapporto tra Romania e mondo ebraico è sempre stato controverso. Nel paese l’antisemitismo era molto diffuso ben prima dell’apparizione dei regimi totalitari: già il grande poeta nazionale romeno di fine Ottocento, Mihai Eminescu, palesò nelle sue poesie venature chiaramente anti-ebraiche. In una Romania ancora profondamente rurale, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, gli ebrei erano molto numerosi nelle città, e detenevano di fatto il monopolio del mondo commerciale. Per l’area più tradizionalista della cultura nazionale, essi incarnavano l’ambiguità, la sete di denaro, l’avarizia, tipiche del mondo urbano, in contrapposizione all’onestà e alla morigeratezza tipiche del buon contadino romeno. L’emergere sulla scena politica del movimento della Guardia di Ferro negli anni ’20 esacerbò una contrapposizione già particolarmente virulenta. Lo stesso Corneliu Zelea Codreanu ci teneva a sottolineare tuttavia come l’antisemitismo romeno non avesse nulla a che fare con le teorie razziali o biologiche che stavano sviluppandosi all’epoca in Europa; quello legionario era soprattutto un antisemitismo culturale. Era il modo di vivere degli ebrei, specialmente il loro affarismo e il loro presunto attaccamento al denaro, a renderli invisi alla popolazione. A ciò si aggiunga anche un profondo fanatismo cristiano-ortodosso, che tendeva ancora a riscontrare negli ebrei i responsabili della morte di Cristo. I romeni furono tra i più duri e spietati esecutori delle direttive hitleriane in materia ebraica. A Iaşi ebbe luogo uno dei più violenti rastrellamenti di tutta l’Europa sud-orientale. Più di 13.000 ebrei vennero uccisi il 27 giugno del 1941, grazie anche ad un efficiente aiuto fornito ai militari dalla popolazione civile della città.

Il periodo comunista

L’instaurazione del regime comunista portò ad un momentaneo miglioramento delle condizioni degli ebrei romeni, dovuto anche alla folta rappresentanza ebraica all’interno dei ranghi del partito. Una delle figure più rappresentative della Romania post-bellica, Ana Pauker, era ebrea. Fu soprattutto durante la sua permanenza al ministero degli Esteri che molti ebrei riuscirono a migrare in Israele tra la fine degli anni ’40 e l’inizio degli anni ’50, nonostante la stagione anti-sionista inauguratasi a Mosca negli stessi anni. La Pauker venne emarginata dalla vita politica romena nel 1952, sconfitta dall’ala “nazionalista” del partito, guidata da Gheorghe Gheorghiu-Dej, un leader che dietro la retorica comunista mal celava una natura chiaramente antisemita. La fine politica della Pauker rappresentò la fine dell’emigrazione ebraica verso Israele; Gheorghiu Dej impedì a molti ebrei romeni di emigrare, deteriorando le relazioni bilaterali tra i due paesi, tanto che nel giugno 1952 l’ambasciatore romeno a Tel Aviv venne addirittura richiamato a Bucarest. Nicolae Ceauşescu dinnanzi alla questione ebraica mantenne sempre un atteggiamento pragmatico, per prima cosa riguardo alle richieste di emigrazione. “Dobbiamo anche far pagare di più Tel Aviv e Bonn per gli ebrei e i tedeschi […]  Il petrolio, gli ebrei e i tedeschi sono i nostri migliori prodotti di esportazione”. (citazione tratta da I. Mihai Pacepa, Orizzonti Rossi, L’Editore, 1991) Perché negarsi un vantaggioso affare solo in virtù di un anacronistico antisemitismo? Ceauşescu riteneva di poter approfittare della voglia di partire degli ebrei romeni per guadagnare liquidità fresca da Israele, che era ben disposto a fornirla. Dal punto di vista diplomatico, l’atteggiamento del Conducător fu altrettanto pragmatico. Nel 1967, durante la guerra dei sei giorni, Ceauşescu fu l’unico leader del blocco orientale a mantenere rapporti diplomatici con Tel Aviv; in questo modo ribadiva l’indipendenza romena dalle direttive sovietiche, e si proponeva implicitamente come mediatore nelle discussioni di pace, ruolo attraverso il quale sperava di dare rinnovato prestigio alla Romania.

Da quel momento in poi, la Romania ha sempre mantenuto una posizione equidistante nel conflitto israelo-palestinese, mostrandosi ancora oggi a favore della soluzione dei “due Stati”. Se c’è una cosa che la storia romena dimostra, e che l’ultima querelle Iohannis-Dragnea ha confermato, è che l’atteggiamento romeno nei confronti degli ebrei e dello stato di Israele è sempre estremamente dipendente dagli equilibri politici interni, ed è quindi estremamente fluido. Non è quindi escluso che la situazione possa modificarsi anche nel breve-medio termine.

Chi è Francesco Magno

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Dottorando presso l'università di Trento con un progetto sulle politiche nazionalizzatrici dei governi romeni nel periodo interbellico. Laureato in storia contemporanea presso l'università di Padova con una tesi sulle epurazioni del regime comunista romeno nel mondo delle libere professioni. Si occupa da anni di Romania, paese dove ha trascorso diversi soggiorni di studio e ricerca, con particolare attenzione al nazionalismo romeno e alle politiche di nazionalizzazione in aree di frontiera.

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