BOSNIA: Il grande gelo dei veterani

Questo articolo è stato originariamente pubblicato da OBC Transeuropa

Quelle tra fine febbraio e inizio marzo sono state le notti più gelide dell’inverno bosniaco, con temperature tra i -15 e i -20 nelle regioni di Sarajevo e Tuzla. In quelle stesse notti il termometro sociale ha iniziato a salire, quando i veterani di guerra hanno occupato diversi luoghi nevralgici della rete stradale del paese, tra cui lo snodo di Sički Brod vicino a Tuzla, vari punti lungo la Brod-Sarajevo (principale via di comunicazione del paese) e diversi passi di frontiera con la Croazia. Iniziati il 28 febbraio, i blocchi sono durati diversi giorni, causando pesanti disagi alla viabilità e qualche scontro con le forze di polizia.

Dopo alcune settimane di tregua e mobilitazioni a singhiozzo, la protesta è riemersa tra il 9 e il 10 aprile con nuovi blocchi stradali, e con ancora più forza il 17 aprile, quando un corteo di qualche centinaio di veterani si è radunato davanti al Parlamento della Federazione di BiH e ha anche cercato di farvi ingresso, prima di essere caricato dalla polizia antisommossa. “Abbiamo difeso questo paese, ma oggi non abbiamo niente”, ha commentato un manifestante. Un altro, più bellicoso: “La prossima volta veniamo con le bombe”. L’escalation di blocchi stradali e presidi è insolita anche per la categoria sociale probabilmente più protestataria del paese come quella dei veterani, già protagonisti di importanti mobilitazioni nel 2012, nel 2014, nel 2016 e infine nel giugno dell’anno scorso, quando decine di reduci di guerra costruirono un’occupazione permanente autonominatasi “Kamp Heroja” (“Campo degli Eroi”) davanti alla sede del governo della Federazione di BiH, una delle due entità che compongono il paese.

Dieci mesi dopo le tende del “Kamp Heroja” sono ancora lì, ormai una parte stabile del paesaggio urbano sarajevese. E identiche restano le richieste al governo della Federazione da parte dei veterani che nel 1992-95 hanno combattuto sia nelle file dell’Armija, l’esercito della Repubblica di Bosnia Erzegovina, che in quelle dell’HVO, la compagine militare croato-bosniaca (non è coinvolto in questa protesta il terzo attore militare del conflitto, la VRS, quella serbo-bosniaca i cui veterani ricevono sussidi dalla Republika Srpska, l’altra entità del paese). Sono tre le rivendicazioni base della protesta: la creazione di un registro unico e pubblico degli ex-combattenti, un sussidio minimo di 167 euro al mese e uno stop ai fondi alle associazioni di categoria che, secondo le ragioni della protesta, sottraggono risorse pubbliche alle reali necessità dei veterani.

Ognuno di questi punti illustra bene i paradossi e gli squilibri del sistema pubblico bosniaco nell’ultimo dopoguerra. A ventidue anni dalla fine del conflitto non esiste un registro centrale e affidabile dei veterani, che indichi chiaramente chi ha combattuto per quale unità e per quanto tempo. Questo vuoto amministrativo avrebbe permesso nel corso degli anni, secondo le accuse dei veterani, migliaia di iscrizioni abusive e certificazioni di invalidità false o esagerate. Secondo i dati in possesso del governo della Federazione, sarebbero circa 577.000 i combattenti registrati (per la certificazione è sufficiente avere prestato servizio in guerra un giorno solo), dei quali circa 92.000 hanno ottenuto una prestazione di invalidità nel 2017. È però una cifra fortemente contestata dai veterani che protestano, secondo cui i combattenti congedati alla fine del conflitto non erano più di 280.000 e dunque, come ha detto ironicamente uno di loro, in 22 anni “non solo nessuno è morto, ma anzi ne sono nati di nuovi”.

Solo negli ultimi mesi, pressato dalle proteste, il governo della Federazione ha iniziato a aggiornare e sistematizzare i dati. Il ministro dei Veterani Salko Bukvarević ha annunciato di avere depennato circa 6.000 utenti e ridotto le prestazioni di invalidità per circa 7.000. Ma il completamento del registro durerà a lungo e richiederà una paziente e non scontata collaborazione degli enti locali. E soprattutto, non soddisfa i veterani in protesta, che fin da subito richiedevano un registro accessibile al pubblico per indagare sugli abusi del passato ed evitare nuove manipolazioni. Il governo della Federazione, invece, prevede di riservare l’accesso alle sole istituzioni e di evitare misure retroattive per ragioni di privacy e operatività.

L’altra richiesta degli ex-combattenti appare, a prima vista, paradossale: il taglio ai fondi e, nei fatti, una drastica diminuzione delle associazioni di categoria a cui loro stessi appartenevano o appartengono tuttora. Si tratta di circa 1.600 enti, ovvero 20 per ogni municipalità della Federazione, che sono accusati di malagestione e spreco di risorse. Le organizzazioni di veterani percepiscono gran parte dei fondi a livello locale. Secondo dati ufficiali, dei circa 6.15 milioni di euro che ottengono, solo 185.000 arrivano dalla Federazione. Il grosso è dunque stanziato dai dieci cantoni che compongono la Federazione, e una parte minore proviene dalle municipalità. La proliferazione di associazioni è dunque, almeno in parte, conseguenza della frammentazione istituzionale e della confusione tra competenze imposte dal sistema di Dayton.

Va riconosciuto che molte organizzazioni fungono da welfare sostitutivo, garantendo un sostegno primario per voci quali borse di studio, servizi medici e spese funerarie. Ci sono però abusi sistemici e una diffusa corruzione che coinvolge funzionari e partiti politici, soprattutto a livello locale. Molte associazioni hanno operato da “macchine elettorali”, con una base socialmente vulnerabile e dunque ancora più ostaggio delle promesse economiche dei partiti e della demagogia dei leader in cambio di voti.

Un caso eclatante è emerso proprio la scorsa settimana, quando  un’inchiesta del magazine sarajevese Klix ha indagato la vicenda di Pravednost (Correttezza), un’organizzazione creata da un noto politico sarajevese, l’ex-generale dell’esercito Sefer Halilović. Secondo l’inchiesta, Pravednost ha beneficiato di oltre 600.000 euro di fondi pubblici, concessi dal ministero dei Veterani del Cantone di Sarajevo (da molti anni sotto il controllo del partito di Halilović, il BPS) e invece di programmi sociali li avrebbe destinati, in buona parte, alle spese legali e di sostentamento di alcuni ex-ufficiali che sono attualmente imputati per crimini di guerra dalla giustizia bosniaca. Curiosamente lo stesso Halilović, personaggio molto popolare tra i reduci di guerra, aveva personalmente visitato le proteste di fine febbraio e ne aveva più volte appoggiato le richieste.

I veterani e la politica

Poiché in Bosnia Erzegovina vi è già fibrillazione per le elezioni di ottobre, alcuni hanno insinuato che la mobilitazione degli ex-combattenti sarebbe stata montata ad arte per poi essere addomesticata con promesse simboliche e qualche piccola concessione economica. Eppure, anche ora che la tensione torna ad aumentare, il tema dei veterani è nuovamente sparito dall’agenda del Parlamento della Federazione, cosa che ha propiziato il corteo e gli incidenti di ieri. I partiti continuano a mostrare un certo distacco sulla questione. Un motivo cruciale è che negli ultimi anni si sono fatte sempre più intense le pressioni degli organi internazionali (su tutti l’FMI) sulle istituzioni bosniache per contenere i sussidi ai veterani nell’ambito dei tagli alla spesa pubblica. È soprattutto per queste pressioni che il governo della Federazione, pur avendo già fatto passi concreti sul registro e sui limiti alle associazioni, si è mostrato finora inflessibile sull’aumento delle risorse finanziarie per i veterani, che ammontano a 290 milioni di euro (una parte consistente del budget totale).

Poi vi è una questione più prettamente politica. L’SDA, il principale partito della Federazione e dei musulmani nazionalisti, sta vivendo una profonda crisi di leadership interna, che di fatto priva i veterani del loro tradizionale interlocutore e getta incertezza sui rapporti di potere futuri. L’instabilità si manifesta anche nei media del paese che hanno effettuato una copertura totalmente dissimile delle proteste dei veterani. Come spiega un’analisi di Balkan Insight, i due canali TV pubblici di Sarajevo, BHTV e FTV, hanno ignorato di fatto le manifestazioni anche quando hanno creato caos nelle comunicazioni del paese, mentre le emittenti transnazionali Al Jazeera Balkans e N1 (affiliato della CNN) hanno seguito gli eventi con grande attenzione ed edizioni speciali.

Per ora, il resto della popolazione non pare avere mostrato né appoggi tangibili, né ostilità verso la causa dei veterani. In Bosnia Erzegovina vi è indubbiamente un diffuso riconoscimento per lo status sociale di combattente (anche se per lo più diviso secondo le appartenenze etno-nazionali) e un rispetto per le enormi sofferenze materiali che i reduci di guerra patiscono. Vi è sicuramente una certa popolarità per la rivendicazione di giustizia sociale e la narrazione anti-elitaria di cui i veterani si presentano portatori, visti come “difensori veri” di patrie e comunità che si mantengono sulla soglia di sopravvivenza al contrario di un ceto politico superpagato e ampiamente disprezzato. C’è simpatia per la trasversalità di appartenenze che ormai da tempo caratterizza le mobilitazioni dei veterani, togliendo la linea di frattura dal fattore “etnico” e riposizionandola tra il “basso” di chi reclama insieme i diritti negati e l’”alto” di chi sfrutta le differenze per proprio privilegio.

Ma si avvertono anche segnali di insofferenza per la continua mobilitazione dei veterani, a volte considerata una lobby che difende unicamente gli interessi corporativi grazie a un rapporto subdolo con la classe politica e con una retorica revanscista e assistenzialista che ostacolerebbe una transizione verso il futuro. Talvolta, più semplicemente, i veterani sono percepiti come “privilegiati” che accedono a certi benefici, come l’accesso preferenziale o esclusivo ad alcuni impieghi e servizi pubblici (educazione, sanità) nonché a prestazioni sociali e sussidi d’invalidità maggiori di almeno il 30% rispetto ai cittadini comuni, per quanto bassi in termini assoluti.

A queste disparità di trattamento alcuni hanno autonomamente reagito con stratagemmi che hanno causato, però, nuovi squilibri e fratture sociali. La politologa Jessie Hronesova, in un suo articolo, ha illustrato come molte vittime civili della guerra, per aggirare la loro esclusione dalle politiche riparatorie riservate ai veterani, abbiano fatto certificare se stessi o alcuni familiari morti come soldati. Dunque è stata anche questa pratica a contribuire al fenomeno dei “falsi certificati” che ha alimentato un’ondata di sfiducia verso le istituzioni e tra le stesse categorie sociali. Secondo la sociologa Oliwia Berdak, la centralità dell’uomo-cittadino-combattente nel sistema sociale bosniaco avrebbe inoltre contribuito alla ri-tradizionalizzazione di genere, relegando la donna a un ruolo dipendente e subordinato.

Proteste e movimenti

Risulta ancora più delicato indagare la relazione tra proteste dei veterani e le proteste sociali più ampie, come quelle per il lavoro e per le politiche urbane, o espressioni trasversali come i Plenum del 2014. Un’attivista dei movimenti di Sarajevo che preferisce restare anonima spiega a OBCT: “Un appoggio organizzato ai veterani di fatto non esiste. C’è chi aderisce alla protesta, chi supporta moralmente, ma non c’è nulla di politicamente strutturato. È una questione molto delicata. In un momento in cui le politiche sociali sono oggetto di riforma è opinione diffusa, soprattutto a sinistra, che sia problematico basare le prestazioni sociali su un certo status particolare invece di una solidarietà sociale ampia”.

Secondo l’attivista, è cruciale l’assenza di ogni riferimento al lavoro: “Quasi non si parla dei diritti di questo gruppo di persone in quanto lavoratori. Loro sono stati combattenti durante la guerra, ma prima e dopo di questa erano, e sono, lavoratori a cui è stato sottratto di fatto il diritto al lavoro, con la svendita e la distruzione del patrimonio produttivo in Bosnia Erzegovina. Ma i loro problemi sono immediati e richiedono una soluzione istantanea perché molti da anni vivono appena sulla soglia di sopravvivenza. E quindi ampliare le basi della protesta, dando ad essa un senso più ‘politico’, diventa quasi impossibile”.

Dunque non ci possono essere rapporti tra le proteste dei veterani e gli altri movimenti sociali? “I collegamenti tra le proteste sono deboli e rari”, risponde. “L’intersezione è un’eccezione. Una protesta non riesce a essere una scintilla per qualcosa di più grande. Ma non solo: una protesta perde forza da sola perché insiste sull’importanza del gruppo e non cerca legami con il contesto sociale più ampio. E in un contesto in cui dominano le narrazioni, sia locali che straniere, sull’eccesso di politiche sociali, sulla spesa degli aiuti e sulla pigrizia di chi li riceve, tutto ciò è ancora più difficile”.

Chi è Alfredo Sasso

Alfredo Sasso
Dottore di ricerca in storia contemporanea dei Balcani all'Università Autonoma di Barcellona (UAB); assegnista all'Università di Rijeka (CAS-UNIRI), è redattore di East Journal dal 2011 e collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso. Attualmente è presidente dell'Associazione Most attraverso cui coordina e promuove le attività off-line del progetto East Journal.

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