Storia della Moldavia, dall’impero russo alla Grande Romania

La terra compresa tra il fiume Nistro e il fiume Prut dimostra la sua intrinseca ambiguità già dal nome. In Italia si usa comunemente il termine Moldavia, che altro non è se non la traduzione del romeno Moldova. Il nome ufficiale del paese in romeno è Republica Moldova: la dicitura Republica serve a segnare la distanza tra lo stato indipendente con capitale Chişinău, e l’omonima regione della Romania nord-orientale, che ha in Iaşi il suo centro principale. Nella prima metà del Novecento poi la regione era nota come Bessarabia, nome dall’origine controversa. L’ipotesi più accreditata è che esso derivi dal nome della dinastia valacca dei Basarab, che dominava l’attuale Moldova (sia la parte romena che quella moldava) nel XIV secolo. Un’altra versione, meno probabile ma molto in voga a livello popolare, ipotizza che il nome derivi dall’espressione russa bez arabov (senza gli arabi), rimandando alla fuga degli ottomani musulmani dalla Moldova durante il regno dello zar Alessandro.

Dentro l’impero russo

Originariamente, con il termine Moldova, si indicava l’intera area che oggi corrisponde sia alla Romania nord-orientale che alla Repubblica Moldova. Non vi era alcuna distinzione amministrativa-territoriale tra le terre a est e a ovest del fiume Prut, da sempre unite in un percorso storico unitario. Nel 1812 si staglia la prima vera cesura; al termine della guerra russo-turca, il fiume Prut diventò infatti il confine tra le aree di influenza ottomana e l’impero russo. La nomenclatura si sdoppiò, seguendo la mutata situazione politica. Fu allora che, per indicare le aree a est del Prut annesse all’impero russo, iniziò ad essere usato il nome di Bessarabia, mentre il termine Moldova continuò ad indicare il principato vassallo dell’impero ottomano. La composizione etno-linguistica della Bessarabia nel XIX secolo era abbastanza variegata: una netta maggioranza di contadini di lingua romena abitava le campagne, mentre le città erano popolate soprattutto da russi ed ebrei. L’autocoscienza nazionale di questi contadini era, tuttavia, pressoché inesistente, e la nascita della Romania come stato indipendente nella seconda metà dell’Ottocento non modificò la situazione. Essi continuarono infatti a definirsi moldoveni, abitanti di quella Moldova che dal 1812 era stata divisa. Il nazionalismo romeno non attecchì mai nella popolazione rurale d’oltre Prut. Lo zar, dal canto suo, non portò avanti progetti massicci di russificazione: si trattava di una terra sottosviluppata, abitata in maggioranza da contadini privi di alfabetizzazione politica che non preoccupavano minimamente Pietroburgo. Pertanto, vennero concessi ampi spazi di autogoverno, nati più dal disinteresse che da convinzioni federaliste.

Dentro la Grande Romania

La rivoluzione bolscevica gettò la Bessarabia, come tutto l’impero zarista, nel caos. La maggior parte dei politici basarabeni sperava di poter fare della Bessarabia uno stato indipendente. Tuttavia, di fronte alla paura del bolscevismo e dell’annessione alla Repubblica Socialista Ucraina, l’unione con la Romania sembrò ai leader locali la soluzione più sicura. Il 27 marzo del 1918 la Bessarabia divenne ufficialmente parte della Romania. I funzionari spediti da Bucarest trovarono una regione poverissima, con vie di comunicazione pressoché inesistenti, e con un’economia agricola sottosviluppata. Vi erano soltanto 90 miglia di strade asfaltate; le 657 miglia di strade ferrate collegavano Chişinău con i grandi centri russi o ucraini, ma non con i villaggi e le piccole città della regione. Per modernizzare l’area, Bucarest puntò su una cancellazione totale delle tradizionali autonomie contadine, sull’invio di funzionari preventivamente preparati, e sul controllo totale dell’economia regionale. Il sistema amministrativo degli zemstvo, che aveva assicurato agli abitanti della regione ampi margini di autogoverno, venne abolito, provocando l’ostilità della popolazione, anche dei romenofoni. Ostilità acuita dall’atavica corruzione degli amministratori inviati dalle altre regioni della Romania, che si comportarono più da colonizzatori che non da funzionari. Anche riforme apparentemente banali, come l’introduzione del calendario gregoriano e i nuovi orari di lavoro dei negozi, crearono problemi non indifferenti. Per non parlare poi della questione linguistica: l’introduzione dell’alfabeto latino risultò indigesta alla popolazione abituata a usare quello cirillico. Alla minoranza russa (che nel 1930 contava circa 320.000 unità) venne riservato un trattamento particolarmente duro; le pubblicazioni in lingua russa vennero bandite, librerie e scuole russe chiuse, il personale amministrativo epurato. I russi venivano infatti considerati automaticamente bolscevichi, che tramavano contro lo stato romeno. Sospetti enfatizzati dall’effettiva attività terroristica e propagandistica finanziata dai sovietici, che mai accettarono la perdita della Bessarabia. Al di là del fiume Nistro, nel territorio che oggi corrisponde grossomodo alla Transnistria, si era formata una Repubblica Socialista Sovietica Autonoma Moldava, da cui partì una campagna volta a fomentare l’idea di un’identità moldava distinta da quella romena. L’esistenza di una identità moldava che non per forza corrispondeva a quella romena, nonostante la comune lingua, era un’idea già ampiamente diffusa in Bessarabia, e la propaganda sovietica ebbe pertanto buon gioco. L’interesse di Mosca nei confronti della regione è dimostrato dalle clausole del patto Ribbentrop Molotov dell’agosto 1939; l’URSS pretese che la Germania dichiarasse il suo disinteresse nei confronti della Bessarabia, che i sovietici intendevano riconquistare quanto prima. Il momento propizio giunse nel giugno del 1940, nel momento di massima debolezza politica e istituzionale della Romania, ormai avvilita dalla dittatura reale del re Carol II. Alla fine di giugno del 1940 l’Armata Rossa entro a Chişinău, preventivamente abbandonata dal personale amministrativo romeno.

Chi è Francesco Magno

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Dottorando presso l'università di Trento con un progetto sulle politiche nazionalizzatrici dei governi romeni nel periodo interbellico. Laureato in storia contemporanea presso l'università di Padova con una tesi sulle epurazioni del regime comunista romeno nel mondo delle libere professioni. Si occupa da anni di Romania, paese dove ha trascorso diversi soggiorni di studio e ricerca, con particolare attenzione al nazionalismo romeno e alle politiche di nazionalizzazione in aree di frontiera.

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Un commento

  1. tiziano bernardi

    grazie davvero per questi ultimi due articoli: sulla Moldova e sulla nascita della lingua moldava. è una regione piccola e bistrattata, ma ha una storia recente molto interessante e travagliata. E’ inoltre molto difficile reperire una bibliogafia e gli stessi cittadini moldavi che ho incontrato hanno una formazione scolastica di tipo ‘sovietico’ per cui diversi aspetti sono completamente ignorati. Segnalo argomenti che potreste approfondire con la consueta vostra precisione e sintesi: la presenza della comunità tedesca nella zona Akkerman (ho letto ‘Bessarabien Deutsche Kolonisten am Schwarzen Meer’ di Ute Schmidt), la presenza di famiglie ‘boieresti’ di lontana origine genovese (colonie sul Mar Nero) e loro fine con l’avvento dei sovietici (bellissimo libro ‘il valore di un uomo’ di Evrosinja Kersnovskaja sui gulag), la presenza ebraica, loro ruolo nell’economia e loro partenza negli anni 90 verso Israele, e l’entrata in Urss dell’esercito italiano attraverso la Bessarabia al tragico inizio dell’invasione con gli alleati romeno tedeschi.
    grazie del vostro impegno, tiziano bernardi trento

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