Fuori fuoco, la storia di Endre prima di essere Robert Capa

Occhi scuri scuri, folte sopracciglia, magro come un chiodo e per niente bello. Quando arriva a Parigi ha vent’anni, ma non è giovane – non c’erano ancora i giovani allora, categoria di consumo inventata dopo la guerra per disarmare il cervello. Veniva da lontano, un’altra epoca, quasi un altro secolo, nato suddito dell’impero asburgico nel 1913 quando la grande guerra nessuno se la sognava e l’Europa brindava nei café chantant. Suo padre, Dezső Friedmann, era un ebreo di origini transilvane emigrato a Budapest in cerca di lavoro, vita dura, ben poco da brindare. Quando gli nasce questo figlio, lo chiama Endre.

Endre a Budapest

Sperava per lui una vita pacifica, ma sarà la guerra a segnarlo. La prima, grande guerra, lo tocca solo per le sue conseguenze: la fine dell’impero asburgico consegna l’Ungheria al terrore rosso di Bela Kun, altro transilvano di origini ebraiche, e alla successiva guerra civile da cui uscirà vincitore Miklós Horthy il quale non esiterà ad alimentare l’antisemitismo in chiave nazionalista. Per gli ebrei marca male. Accusati di essere responsabili del terrore rosso, “comunisti comunisti comunisti”, saranno oggetto di persecuzioni che culmineranno nelle leggi anti-ebraiche degli anni Trenta.

Il nostro Endre, dopo aver frequentato la scuola elementare luterana, si iscrive all’Istituto Madách di Budapest dove comincia a interessarsi di giornalismo e fotografia. Endre, che sognava di fare lo scrittore, si fa coinvolgere da un gruppo di intellettuali socialisti in una manifestazione contro il regime di Horthy, la polizia segreta lo arresta, lo pesta fino a fargli perdere i sensi, e lo espelle dal paese. E’ il 1931, Endre ha un salame nella valigia, pochi abiti, un biglietto per Berlino. Inizia così il peregrinare di Endre Friedmann.

Nella Berlino nazista

Arrivato nella Berlino di Hitler, l’ebreo Endre inizia a studiare giornalismo al Deutsche Hochschule für Politik. Deve arrangiarsi, i suoi sono troppo poveri per provvedere a lui. Inizia a lavorare come assistente di laboratorio per l’agenzia fotografica Dephot (Deutscher Photodienst), un ricettacolo di esuli ungheresi. Non se la cava male e viene spedito a Copenaghen per un servizio fotografico, nella capitale danese è infatti previsto l’arrivo di Lev Trotsky che, da buon comunista, odiava la frivolezza d’essere fotografato. Endre lo sorprende con un flash e torna a casa felice di quell’istantanea di socialismo reale. Ad attenderlo a Berlino c’è però il divieto di proseguire gli studi presso il Deutsche Hochschule für Politik: è ebreo, e i nazisti – come si sa – non avevano simpatia per gli ebrei. Marca male, di nuovo. Bisogna partire.

Parigi, oh cara! 

Arriva a Parigi nel 1933, povero in canna. Cerca lavoro ma non lo trova, è ebreo e non spiccica una parola di francese. Conosce Gerda Pohorylle, altra spiantata come lui e come lui in fuga dal nazismo, e i due fanno vita bohémienne – che non ha un cazzo di romantico, a meno che non sia romantico vivere in fredde mansarde malsane, sopravvivere pescando i pesci della Senna e raccogliendo gli avanzi da terra al mercato, perché era questo che Endre e Gerda facevano. Se non fosse stato per il loro amico, Henri, che quando poteva gli allungava qualche soldo, sarebbero morti di inedia. Ma Parigi, in quegli anni, è Parigi, i maghi di Montparnasse inventano arti nuove, automatiche, surrealiste, Picasso squadra il mondo, Breton lo rovescia, Aragon lo trasfigura, Duschamp rigira i cessi mentre Man Ray ordina chambery ghiacciati facendo cocktail di pittura e fotografia. Già, la fotografia, ciò che li tiene uniti più dell’amore. Ma vendono pochissimi scatti, le riviste rifiutano a priori il loro lavoro – vorrai mica pubblicare un giovane immigrato che nessuno conosce! Per fortuna scoppia la guerra civile spagnola. E finché c’è guerra, c’è speranza.

Libertad! 

Endre e Gerda partono per il fronte. Lei ha un’idea geniale, visto che nessuno vuole pubblicare le fotografie di due sfigati, si inventa il personaggio di Robert Capa, fantomatico fotografo americano giunto in Europa per documentare il conflitto. Un bel nome, cinematografico. Gerda fa il giro dei quattro cantoni, mostra le fotografie dell’americano (le loro fotografie, prima rifiutate) e – magia! – la rivista di sinistra Regards decide di commissionare al fotografo inesistente un reportage dalla Spagna. Grazie a questo espediente i due cominciano a ricevere molte commesse guadagnando denari e prestigio. Endre e Gerta pubblicano entrambi con lo stesso pseudonimo ma presto lei rivendica la propria autonomia cominciando a firmarsi Gerda Taro. Gerda si muove da sola, Endre ne soffre, non si sente amato davvero e forse non lo è, sicuramente lo è meno della fotografia. Per lei la fotografia è essenza della sua personalità, i suoi scatti – pubblicati insieme a quelli di Endre col binomio “Capa-Taro” – sono di altissima qualità. Soprattutto, Gerda fotografa le donne, le mostra pistola alla mano difendere la libertà di Spagna.

Mr. Capa

La guerra fa male e non è mai bella. L’orrore delle atrocità commesse dai franchisti, il dramma della popolazione civile, spingono Gerda sempre più lontano. Nel 1937 va a Brunete dove il contrattacco delle forze franchiste, supportate dall’aviazione fascista, costarono profughi e vittime civili. Lei, che in prima linea aveva persino incitato all’attacco, tanto profonda era la sua fede antifascista, fu costretta a riparare insieme ai combattenti. Salita sul predellino di un camion pieno di feriti, tutti soldati delle brigate internazionali, fu sorpresa da un attacco aereo tedesco. Il camion su cui viaggiava si scontrò con un carrarmato repubblicano. Sventrata, non perse conoscenza, tenendo da sé le budella in sede durante il precipitoso viaggio verso il primo ospedale. Chiese a un’infermiera se la macchina fotografica fosse intatta. Lo era. Morì poco dopo all’età di 26 anni.

L’evento causò in Endre un profondo dolore. Cambiò il proprio aspetto, si tagliò i capelli, mutò abbigliamento e si nascose dentro se stesso. Assunse persino un accento diverso, un diverso modo di parlare. Chi lo conobbe all’epoca dei fatti disse che Endre era diventato un altro. Era diventato Robert Capa.

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Chi è Matteo Zola

Matteo Zola
Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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