Tribunale Penale Internazionale

Cosa resta del Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia?

Dopo quasi 25 anni, a fine 2017, ha chiuso il Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia (TPIJ). Al tribunale dell’Aja era stato dato mandato di perseguire i crimini di genocidio, i crimini contro l’umanità e i crimini di guerra perpetuati nel corso delle guerre di dissoluzione jugoslava degli anni ’90. L’ultimo atto del tribunale ha visto il generale croato Praljak mettere in scena il suo suicidio post-moderno. Dopo di che, il tribunale se n’è andato in punta dei piedi tra le critiche e l’indifferenza dei Balcani e del globo.

In molti hanno messo da parte il tribunale, trovandolo lontano e deludente. Per alcuni, il tribunale avrebbe fallito nel portare riconciliazione tra i popoli della regione poiché, indirettamente, avrebbe permesso agli imputati di vestire i panni di eroi e martiri per la patria, rinforzando di riflesso i diversi nazionalismi.

Per gli schieramenti nazionalisti nella regione, infatti, il Tribunale dell’Aja è stato un “tribunale politico”, imposto dall’esterno per punire i propri “eroi” e di riflesso il popolo che li sostenne. Non sorprende che questi vorrebbero che, messo da parte il tribunale, ne venga eliminata anche l’eredità, una sporca macchia sulle mitologie nazionali costruite in questi 25 anni. Proprio per questo vale la pena ricordare cosa resta del Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia.

Per l’umanità, una storia orale monumentale del conflitto in ex-Jugoslavia

Nel corso dei suoi 25 anni d’attività, il tribunale ha accusato 161 individui in più di 70 casi diversi, arrivando a condannarne 90. Durante i 10 mila e 800 giorni di processo, 4.500 individui hanno testimoniato oralmente davanti alla corte, producendo un totale di 2,5 milioni di pagine di trascrizioni. In molti casi importanti, i giudici non sono riusciti a pervenire a una sentenza di colpevolezza “oltre ogni ragionevole dubbio”. Le sentenze d’assoluzione, però, non cancellano né l’esistenza del crimine né l’ampia documentazione storica e le testimonianze raccolte.

L’eredità più importante del tribunale sta proprio nell’enorme numero di testimonianze raccolte sul conflitto. Purtroppo, quando si parla del Tribunale dell’Aja questo non traspare, le storie degli “eroi nazionalisti” che sfidano la “giustizia politica” vengono portate in superficie, catturano tutta l’attenzione. Invece, le piccole storie delle vittime che si sono recate all’Aja per testimoniare e degli imputati che si sono dichiarati colpevoli, vengono spinte sullo sfondo, ignorate completamente.

Le piccole storie di vittime e colpevoli

Una di queste piccole storie riguarda Dražen Erdemović, il primo caso trattato dal TPIJ ed il primo in cui un imputato si è dichiarato colpevole. Dražen Erdemović, originario di Tuzla nella Bosnia centrale è figlio di una coppia mista e sposato con una ragazza serba. Erdemović si è consegnato volontariamente al tribunale dichiarando di volere aiutare il tribunale a capire cosa era successo alle persone comuni come lui durante la guerra.

All’epoca dello scoppio del conflitto, Erdemović, dopo aver svolto il proprio servizio militare a Belgrado, fu arruolato a Tuzla nel Consiglio Croato di Difesa, qualche mese dopo ne fu espulso con l’accusa di avere simpatie verso i serbi. Fa quindi ritorno in Republika Srpska per ottenere i documenti per cercare asilo all’estero, ma non riuscirà ad attraversare la frontiera con la Croazia. Rimasto bloccato, verrà arruolato come soldato semplice nell’Esercito Serbo-Bosniaco. Nel luglio 1995, Dražen Erdemović, all’epoca venticinquenne, si trova nel villaggio di Branjevo, nei sobborghi di Srebrenica. Il 16 luglio 1995, nell’arco di cinque ore, l’unità militare di cui era parte Erdemović giustizia e seppellisce i corpi di più di 1.200 uomini bosniaci mussulmani che provengono a cadenze regolari da Srebrenica. Nei mesi seguenti, torturato dal rimorso, Erdemović cerca di convincere i suoi compagni di reparto a denunciare l’accaduto. Per questa ragione, un suo commilitone gli spara, sopravvive e si consegna con l’aiuto di alcuni giornalisti internazionali al Tribunale Penale Internazionale per l’Ex-Jugoslavia.

Dopo essere stato condannato a dieci anni di carcere, ridotti a cinque, Dražen Erdemović ha cambiato identità, è entrato in un programma di protezione testimoni e non potrà più far ritorno in Bosnia-Erzegovina. Dražen Erdemović ha testimoniato in più di dieci processi e la sua testimonianza è stata fondamentale per qualificare come genocidio il massacro di Srebrenica. Se avesse taciuto, in quanto soldato semplice, Dražen Erdemović non sarebbe mai stato indagato né condannato. Se non ci fosse stato il Tribunale Penale Internazionale per l’Ex-Jugoslavia, Dražen Erdemović non avrebbe potuto raccontare la sua storia.

La storia della testimone 87, una ragazza bosniaco mussulmana originaria di Foča, racconta un’altra faccia del conflitto. Nel luglio 1992, la famiglia della testimone 87 viene catturata dalle forze serbo-bosniache, uomini e donne vengono separati. La testimone 87 non vedrà mai più suo padre. Le donne furono invece rinchiuse in un hotel nei sobborghi della città, dove le più giovani venivano regolarmente separate dal gruppo per essere stuprate dai soldati. All’epoca del suo primo stupro, la testimone 87 aveva 15 anni. Di tanto in tanto, oltre agli stupri notturni da parte dei singoli soldati, le ragazze venivano portate in una scuola nelle vicinanze per sistematici stupri di gruppo.

Infine, la testimone 87 insieme ad altre giovani ragazze viene definitivamente separata dal gruppo delle donne che stava all’hotel e spostata in diversi appartamenti, gestiti come case chiuse da un gruppo di soldati. La testimone 87 visse con sollievo la separazione dalla propria madre dalla quale si sentiva giudicata per gli stupri subiti. Nel febbraio ’93, la testimone 87 venne comprata assieme ad un’altra ragazza da due soldati montenegrini e portata a Podgorica, in Montenegro. A Podgorica, dove non c’era la guerra, le ragazze passeggiavano per la città, lavoravano e venivano regolarmente violentate. Dopo qualche mese, il 5 aprile 1993, le due ragazze si diressero verso la stazione degli autobus e fuggirono.

La testimonianza della testimone 87 e delle altre ragazze portò alla prima condanna nel 2001 degli stupri di guerra come crimine contro l’umanità. Se non per fare giustizia presso il Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia, la testimone 87 non avrebbe mai raccontato la sua storia. La testimone 87 è solo una delle 20.000 donne ad aver subito violenze sessuali durante il conflitto in ex-Jugoslavia.

Foto: Through Their Eyes: Witness to Justice, ICTY

Chi è Pierluca Merola

Pierluca Merola
Nato a Roma, appassionato di Balcani, ha momentaneamente lasciato Zagabria per Bruges dove studia presso il Collegio d'Europa. Laureato triennale in Storia moderna e contemporanea alla Sapienza e magistrale in studi interdisciplinari sull'Europa orientale (MIREES). Collabora con East Journal da Maggio 2016, per il quale narra di avvenimenti croati e balcanici. Parla correntemente inglese, francese e serbo-croato.

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