Republika Srpska: paramilitari e irredentismo “per la sopravvivenza del popolo serbo”

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su OBC Transeuropanav-logo

Un uomo solo, con posa imponente in mezzo a un grande viale vuoto, attorniato da due ali di folla e seguito a lunga distanza da una marcia in cammino. L’uomo è naturalmente Milorad Dodik, presidente della Republika Srpska e protagonista dell’immagine-simbolo più efficace  del 9 gennaio, data in cui si è svolta anche quest’anno la parata del “Giorno della Republika Srpska” a Banja Luka, capitale amministrativa dell’entità.

Sulla ricorrenza vige ancora il veto di incostituzionalità stabilito nel 2015 dalla Corte statale della Bosnia Erzegovina, che la ritenne discriminatoria verso la popolazione non-serba dell’entità. Ma anche in questa occasione, come avvenuto l’anno scorso, Milorad Dodik ha deciso di andare per la sua strada, dando inizio di fatto alla campagna elettorale (nell’autunno 2018 si voterà per le elezioni politiche in Bosnia Erzegovina e in Republika Srpska) con questo eterno ritorno all’uguale: l’ennesimo rilancio di un discorso sciovinista e revisionista per consolidare il consenso interno e tenere in scacco gli attori della regione.

Pur non raggiungendo i livelli di mobilitazione dello scorso anno, la parata è stata imponente. Hanno sfilato circa 1.800 persone, l’ormai consueto connubio civil-militare di polizia speciale in armi, ex-combattenti, pompieri, dipendenti pubblici, associazioni di volontariato e club sportivi professionisti (tra cui naturalmente l’Igokea, plurititolata squadra di basket controllata dalla famiglia di Dodik) e, come si spiegherà più avanti, un’organizzazione sospetta paramilitare che sta attirando l’attenzione della stampa regionale e mondiale.

“Per la sopravvivenza del popolo serbo”

Le entità della BiHNel suo discorso, Dodik ha evocato il legame tra Republika Srpska e compimento degli “obiettivi storici del popolo serbo”, una locuzione tipica degli anni Novanta. Alla sfilata, erano presenti il ministro degli Interni e quello della Difesa della Serbia, Nebojša Stefanović e Aleksandar Vulin, nonché l’ex-presidente serbo Tomislav Nikolić che si è espresso con toni chiaramente irredentisti, augurando di cuore l’indipendenza della Republika Srpska.

Va comunque osservato che Dodik non ha dato alcuna indicazione su eventuali tempi e modi del percorso secessionista. Il discorso sull’indipendenza, sebbene costantemente ripetuto, pare tornato a poggiare su un futuro indeterminato dopo l’apparente accelerazione dello scorso anno. È un modo per perpetuare lo status di patrioti nel futuro, osserva  l’analista Srđan Puhalo: “Nella retorica, il partito di Dodik non rinuncia all’idea di una RS indipendente, ma non offre alcuna garanzia o promessa che avverrà. Solo affermano di essere portatori di questa idea e che prima o poi ci lavoreranno”.

Hanno invece disertato le celebrazioni di Banja Luka il presidente della Serbia Aleksandar Vučić e la prima ministra Ana Brnabić, un’assenza in cui diversi analisti hanno riscontrato una “ritirata tattica ” o comunque un gesto di prudenza dei vertici più alti di Belgrado verso le ambizioni del leader serbo-bosniaco.

Vučić è già sotto forti pressioni della comunità internazionale per i negoziati con il Kosovo e non vorrebbe aprire altri potenziali contrasti nella regione. Ma dall’altra parte non intende nemmeno prendere apertamente le distanze da Dodik. Lo dimostra l’intesa tra Belgrado e Banja Luka sulla cosiddetta “Dichiarazione per la sopravvivenza del popolo serbo”, un documento che dovrebbe essere firmato dai due governi nelle prossime settimane, e che proclamerebbe la difesa della lingua, dell’alfabeto e della cultura nazionale serba.

Il documento è oggetto di perplessità sia dalla destra nazionalista serba, che non vede effetti pratici nell’iniziativa, sia da settori progressisti, che vedono nell’accento sui diritti etnici e sulla evocazione di imprecisate “minacce” all’identità, la probabile ennesima fonte di sospetti e distrazione di massa su scala regionale.

La destra austriaca alla corte di Dodik

Quanto agli ospiti internazionali, se l’anno scorso avevano partecipato alle celebrazioni gli europarlamentari del Front National francese, quest’anno si è recato a Banja Luka il vice-sindaco di Vienna, Johann Gudenus, in rappresentanza del partito di ultra-destra FPÖ che da pochi mesi è nella coalizione di governo in Austria. Gudenus ha anche ritirato un’onoreficenza a nome del leader di partito Heinz-Christian Strache, amico personale di Dodik.

La partecipazione di Gudenus, duramente criticata dall’opposizione e da diversi media in Austria, conferma che Dodik trova appoggi e lobbying tra le destre radicali europee. Queste, a loro volta, si servono del contesto bosniaco per alimentare le proprie propagande fondate sull’islamofobia e sul rifiuto di ogni modello multiculturale nonché, nel caso specifico dell’FPÖ, per ottenere il sostegno dalla diaspora di riferimento (Dodik ha ripetutamente chiesto agli austriaci di origine serbobosniaca di votare i candidati dell’FPÖ alle elezioni).

Alle celebrazioni di Banja Luka ha partecipato anche Anatolij Bibilov, presidente dell’Ossezia del Sud, che ha firmato un accordo di cooperazione con le autorità della Srpska. I rapporti Ossezia-Srpska, che si iscrivono nel reciproco interesse promozionale dei cosiddetti stati autoproclamati e nel comune orientamento filo-russo, hanno causato l’immediata protesta diplomatica della Georgia e reazioni critiche tra l’opposizione serbo-bosniaca, dalle cui fila proviene l’attuale ministro degli Esteri bosniaco, Igor Crnadak.

Quest’ultimo ha commentato con aperto disprezzo: “Perché non abbiamo avuto il presidente della Baviera, della Lombardia, della Catalogna, regioni più importanti di paesi più rilevanti? Questa vicenda crea un danno alla Republika Srpska, [che è] riconosciuta con le sue istituzioni da tutti i paesi ONU, eppure si è messa sullo stesso piano di un’entità dubbia, tanto importante quanto la municipalità di Prnjavor  [sic]”.

Paramilitari a Banja Luka?

La partecipazione più discussa è stata quella di “Srbska čast” (Onore Serbo), un’associazione ultra-nazionalista con sede a Niš, in Serbia. Sui propri profili social, Srbska čast si presenta come un’organizzazione identitaria e umanitaria, che sostiene famiglie in difficoltà e difende rigorosamente le tradizioni serbo-ortodosse.

È per meriti “umanitari” che l’associazione sarebbe stata più volte recentemente premiata e ricevuta presso il parlamento della Republika Srpska. Nelle foto che circolano su internet, però, spicca anche molto altro: membri in posa con divise militari e armi di grosso calibro, assetti da combattimento, ostentazione di forma fisica e prestanza corporea, con abbigliamento e gadget curati e in vendita, un immaginario fascio-fashion comune a tante organizzazioni della “nuova” ultradestra europea.

Vecchi articoli, come questo di BNTV  del febbraio 2017, già illustravano i cospicui precedenti di tutti leader di Srbska čast nel crimine organizzato, per traffici di prostituzione, droga e alcuni ancora sotto indagine delle forze di sicurezza statali.

Subito dopo la parata del 9 gennaio, il portale di Sarajevo Žurnal.info ha pubblicato un’inchiesta  secondo cui Srbska čast sarebbe un gruppo paramilitare a disposizione del governo della Republika Srpska, per sostenere l’opzione secessionista e reprimere l’eventuale opposizione interna. Il gruppo sarebbe stato addestrato da ufficiali dell’esercito russo presso il Centro umanitario di Niš, un ente di protezione civile serbo-russo accusato da esponenti USA e filo-occidentali di essere una base operativa degli interessi di Mosca nella regione.

L’inchiesta ha avuto vasta eco nella stampa regionale e internazionale (ne ha scritto, tra gli altri, il Guardian ). Tutti i diretti interessati, da Srbska čast all’ambasciata russa in Bosnia Erzegovina al governo della Srpska, hanno seccamente negato le accuse.

militanti di Srpska Cast

Il ministro statale della Sicurezza, Dragan Mektić, invece, ha più confermato che smentito, sostenendo che il suo dicastero e i servizi bosniaci seguivano da tempo l’organizzazione che puntava effettivamente a “creare una formazione paramilitare” e che nei prossimi giorni consegneranno al Tribunale statale la documentazione raccolta. Va specificato che Mektić è serbo-bosniaco dell’SDS, partito all’opposizione dell’SNSD di Dodik, e non è difficile immaginare che la questione acuirà lo scontro politico nei prossimi mesi.

Sembra ancora presto per trarre conclusioni definitive sulla completa veridicità dell’inchiesta. Nel bene e nel male, la maggior parte della documentazione apportata da Žurnal proviene dai profili social dei militanti di Srbska čast e da altri materiali web di libero accesso. Solo una piccola parte proviene da fonti riservate. Sono stati i singoli militanti stessi a rivelare di essere stati ricevuti da Dodik in persona, di avere rapporti diretti con la galassia di combattenti russo-ucraini e con veterani serbo-bosniaci condannati per crimini di guerra, di essere coinvolti nelle attività del Centro di Niš.

Che tutto ciò sia parte di un disegno coordinato e organizzato da forze militari russe o del governo serbo-bosniaco, pare ancora prematuro stabilirlo con certezza e sarà fondamentale attendere le informazioni che le istituzioni di Sarajevo potrebbero decidere di divulgare o fare filtrare. Se la chiave geopolitica richiede dunque cautela, quella di politica interna appare sin da ora legittima.

L’opposizione sarebbe tenuta a esigere spiegazioni sul perché inviti, premiazioni e onori pubblici vengano accordati a un’associazione così vicina ad ambienti criminali. Sarà uno dei tanti compiti in questo anno elettorale che non è partito, ed era facile prevederlo, con le migliori premesse.

Un paese congelato da cui si emigra

Il campo politico in Republika Srpska, non diversamente da quello dell’intera Bosnia Erzegovina, appare congelato. Scarso cambio generazionale, nessuna capacità d’immaginazione, nessun movimento spontaneo nei territori.

I partiti all’opposizione dell’SNSD di Dodik condurranno tutta la campagna sulla lotta contro la corruzione e l’avventurismo del “tiranno” al potere da dodici anni. Ma nonostante i tenui segnali di maggiore pragmatismo, le timide aperture al dialogo con i partiti di Sarajevo e qualche volto appena più presentabile e competente, l’opposizione non offre una reale alternativa all’attuale blocco di potere. E quest’ultimo resta, in ogni caso difficile da scalzare, visto il controllo ferreo sui media e sul settore pubblico. E per ottenere un cambiamento, sempre più cittadini si sentono costretti a usare i biglietti di autobus anziché le schede elettorali.

Nelle settimane tra dicembre e gennaio, diversi  media  analisti  di Banja Luka hanno dedicato ampia attenzione alle code nei consolati e nelle stazioni degli autobus, segnali di un’emigrazione che sarebbe in forte crescita dalla capitale della Republika Srpska in particolare verso paesi dell’Europa centrale come Slovenia, Repubblica Ceca e Slovacchia, quest’ultima soprattutto diventata una meta d’attrazione per i giovani l’offerta di lavoro nei servizi e nella piccola industria. È un trend già comprovato da diverse analisi, una contro-parata molto più numerosa ma anche più silenziosa di quella ufficiale, e che continua a non suscitare le dovute reazioni.

Chi è Alfredo Sasso

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Dottore di ricerca in storia contemporanea dei Balcani all'Università Autonoma di Barcellona (UAB); assegnista all'Università di Rijeka (CAS-UNIRI), è redattore di East Journal dal 2011 e collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso. Attualmente è presidente dell'Associazione Most attraverso cui coordina e promuove le attività off-line del progetto East Journal.

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