REPORTAGE: Militant Black Metal, musica ed estremismo in Ucraina

da KIEV – Incontro dell’estrema destra europea a Kiev. Intervista sui piani per un progetto sociopolitico comune

A metà dicembre, per tre giorni, Kiev ha visto girare per le sue strade più di 1200 uomini vestiti di nero. Numerosi i luoghi di provenienza: Gran Bretagna, Francia, Polonia, Belgio. Qualcuno anche dall’Italia. Diverse le attività: una première di un video musicale, un concerto “Militant” Black Metal con sei band in lineup e una serie di conferenze.

East Journal ha seguito l’intero evento e ha potuto intervistare l’organizzatore e l’addetta alle comunicazioni, i quali però non si occupano solo di Black Metal, bensì di politica e gestione militare.

Alexey, cantante dei Moloth (M8L8TH), è strettamente legato al Battaglione Azov, e organizza, infatti, seminari di addestramento per quel reggimento impegnato sul fronte nell’Est dell’Ucraina. Olena sta completando il suo dottorato in filosofia, con una tesi su Ernst Jünger, mentre ricopre il ruolo di segretaria internazionale della formazione politica Reparto nazionale (Nacionalni Korpus).

Li incontriamo a pochi passi da Piazza dell’Indipendenza (Majdan Nezaležnosti), nel cuore pulsante di Kiev, nella cosiddetta “Casa cosacca” (Kozatsky Dim), un club sportivo e culturale di estrema destra che gestiscono direttamente. Con loro abbiamo inquadrato i principali temi sociopolitici trattati nelle conferenze e negli incontri di quei giorni.

In primo luogo la definizione e realizzazione della cosiddetta “terza via”, ovvero di una società lontana sia dai dettami del capitalismo che da quelli del comunismo, i cui punti centrali sarebbero la preservazione delle tradizioni e delle nazioni ed il ritorno alla terra e ai lavori agricoli.

Secondariamente l’appoggio a progetti di portata internazionale, quali Intermarium (l’auspicata unione degli Stati del Centro Europa compresi tra il Mar Baltico e il Mar Nero a difesa di comuni interessi, sia economici che militari) e Paneuropa (una proposta di integrazione europea alternativa all’Unione Europea, focalizzata sulla difesa della sovranità e degli interessi nazionali dei suoi componenti contro eventi considerati una minaccia, come i flussi migratori e le lotte tra Stati Uniti e Russia per il mantenimento dello status di superpotenze).

Come è nata questa “Casa cosacca” e perché avete sentito l’esigenza di crearla?

A: “Questo è un luogo davvero unico. Qui abbiamo una palestra, il negozio di Militant Zone (per il merchandising dei gruppi del festival appena organizzato, Asgardsrei), un tatuatore e “Plomin”, il club letterario. Il club è fondamentale, con la sua biblioteca e la possibilità di organizzare ogni settimana seminari con vari esperti e proiezioni cinematografiche. Ci siamo ispirati a CasaPound per la realizzazione di un centro dedicato non solo all’attività politica, ma anche all’arte e alle attività intellettuali. Sono felice di poter dire di essere il mastermind di questo progetto.

Questo edificio è stato utilizzato durante la rivoluzione di Maidan per curare i feriti e immagazzinare riserve di cibo. Poi, dopo la rivoluzione, è diventato il luogo dove sono comparsi i cosidetti “uomini neri” (NdA: i primi componenti della formazione militare di volontari Azov).”

Ci sono quindi connessioni tra voi e le organizzazioni militari e politiche ucraine considerate di estrema destra?

A: “Sì, ma qualcosa è cambiato dopo il giuramento degli “uomini neri” che si è svolto proprio nel cortile di questo edificio. Intanto l’Azov è diventato un reggimento della Guardia Nazionale (NdA: la GN risponde al Ministero degli Interni). Poi la nostra espressione politica, il Reparto nazionale, si è ingrandito al punto da doversi trasferire in un altro edificio. La Casa cosacca è rimasta il centro dei progetti culturali.

Ovviamente le persone possono lasciare l’Azov e diventare parte del Reparto nazionale, magari impegnandosi sul fronte culturale, come ha fatto il nostro Yevgeniy. Lui era tra i primi venti che si sono riuniti per formare l’Azov in questo cortile. Poi ha partecipato a tutti i momenti cruciali della guerra, come Ilovaisk. Era stanziato a Mariupol. Ma quando le cose hanno cominciato a calmarsi ha deciso di venire a Kiev per gestire Plomin.”

O: “Senza contare che all’inizio eravamo un po’ tutti accomunati a Settore Destro. Io c’ero perché fin dall’inizio mi sono accorta che l’organizzazione era carente nella comunicazione in inglese. Quindi sono andata da Dmytro Yarosh (NdA: parlamentare ucraino, ex capo di Settore Destro) ai tempi dell’occupazione dell’Hotel Dnipro e gli ho detto che dovevamo fare qualcosa, in quanto la stampa internazionale ci stava dipingendo come neonazisti e non era vero. Da lì abbiamo sviluppato il nostro apparato grafico e di social media, tentando di contrastare la propaganda del Cremlino. Settore Destro era un ombrello per tutte le altre organizzazioni. Tra gli altri c’eravamo noi e i Patrioti Ucraini (NdA: Patriot Ukrainy, al tempo gruppo paramilitare connesso al partito politico Svoboda). Insieme siamo riusciti ad ottenere alcuni risultati con Maidan, come la liberazione dei prigionieri politici del regime di Yanukovych, tra cui il nostro leader Andriy Biletsky (NdA: parlamentare ucraino con Reparto Nazionale e militare dell’Azov). Quando però Yarosh ha deciso di non portare più avanti il suo ruolo nella difesa della nostra idea di “terza via”, preferendo assistere il Ministero della Difesa ucraino, in un certo senso lucrando dopo la Rivoluzione e tradendo le speranze di molti elettori, i vari gruppi non potevano più stare assieme. Inoltre a Settore Destro sono sempre mancate delle vere e proprie basi organizzative e una prospettiva internazionale. Ci sono molti bravi patrioti ancora in Settore Destro e anche bravi militari, che però a parte qualche appoggio da parte della diaspora ucraina in Canada non possono contare sul supporto statale, con armi, artiglieria e anche medicinali forniti da una struttura meno labile. Al contrario l’Azov è più efficace, anche se molti lo criticano di collaborazionismo col governo. Personalmente mi trovo dalla parte di Biletsky, con cui condivido anche la linea ideologica.”

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Durante le conferenze che avete tenuto in questi giorni ho potuto farmi un’idea della vostra ideologia: la vostra missione sarebbe quella di combattere due “titani” moderni, ovvero il capitalismo e l’imperialismo russo. È così? Quali idee muovono il vostro operato?

O: “Personalmente vorrei unire mondo filosofico-accademico e mondo politico, infatti se qualcuno mi chiedesse cosa faccio nella vita potrei rispondere consult revolution. A me interessa promuovere la rinascita dell’Occidente e l’idea jüngeriana della Paneuropa in modo sia teorico che pratico. E la nostra base teorica guida la stessa ricerca di una terza via politica ed economica per l’Ucraina divisa tra Occidente e Russia. Questa è una terza via che sarebbe da proporre all’Unione Europea stessa, al di fuori dei modelli capitalisti e imperialisti esistenti.”

A: “Io sono russo. Sono nato e cresciuto in Russia e parlo russo. Nonostante io combatta contro la Russia (NdA: da cui era scappato prima ancora della guerra per evitare una condanna per le sue idee politiche), quello che sto combattendo non è la mia identità etnica o la mia percezione individuale. Sono invece sempre stato interessato a gesta e idee più grandi delle sorti del singolo, per questo non voglio una piccola vita fatta di sicurezze quotidiane. Nel fare quello che faccio mi sento come un eroe: nell’organizzare questi festival, nell’essere un artista dei Moloth, nel combattere con l’Azov. Fare tutto ciò è essere parte della reconquista europea, che si prefigge la liberazione dell’Europa dalla situazione di degrado morale ed economico attuale. E in questa Europa da risvegliare includo anche la Russia: è un Paese europeo, nonostante il suo passato sovietico. E questa ideologia si sta realizzando nel qui e ora. In Ucraina.”

Perché in Ucraina? Pensate che la società ucraina supporti la vostra idea?

A: “L’Ucraina è attualmente l’unico luogo dove le forze dell’estrema destra hanno la possibilità di incontrarsi. Poi potranno stabilire un potere basato sulla società civile. Io li vedo pronti, perché stanno passando attraverso la guerra, un evento che tempra le persone. Potrà suonare un po’ idealistico, ma penso che loro e questo movimento possano cambiare le sorti dell’Europa intera.”

O: “Fino ad un certo punto. Purtroppo molte persone hanno ancora una mentalità post-sovietica: non credono alla politica e quello che vogliono sono risultati pragmatici e visibili immediatamente. Certo Maidan ha stupito il mondo, dimostrando a tutti che ci sono molti cittadini attivi in Ucraina. Ma si rischia di tornare allo stato pre-Maidan. Quindi c’è ancora molto da lavorare per aumentare il potenziale intellettuale – e civico – nella società civile ucraina, potenziale che abbiamo perso con la crisi economica degli anni ’90, sia per l’emigrazione che per il basso investimento nel sistema educativo.”

Il vostro però non è un impegno che riguarda solo l’Ucraina. Il vostro è un progetto internazionale?

O: “Come per il filosofo Alexander Dugin, anche noi siamo per un mondo multipolare, anche se non con Mosca come centro geopolitico. Nella nostra idea Kiev potrebbe essere il centro militare di una futura realtà paneuropea basata sul principio identitario (NdA: ovvero su caratteristiche percepite come comuni, come i valori, l’etnia o l’appartenenza ad un luogo), magari in sinergia con altri poli: ad esempio la Polonia per il fattore economico, l’Ungheria per quello politico. Attraverso queste unità si potrebbero sviluppare istituzioni politiche e anche universitarie sovranazionali, aumentando il livello di sviluppo di ogni Paese coinvolto. Questi progetti internazionali li chiamiamo Intermarium e Paneuropa. Per essi collaboriamo con molti gruppi e movimenti di estrema destra da tutta Europa, come Groupe Union Defense (Francia), Wotan Jugend (Russia) e Generacija obnove (Croazia).

Per essere più efficienti dobbiamo migliorare la nostra comunicazione interna ed esterna, soprattutto su internet e per mezzo dei social media. I nostri esperti video e grafici sono già i migliori, ma dobbiamo sviluppare il network “Reconquista, con cui i partecipanti potrebbero essere aggiornati su cosa sta accadendo negli altri Paesi. Così potremo ad esempio venire a sapere di una manifestazione organizzata in Italia e venirla a supportare.”

Conclusione: pochi, ma organizzati

Lo stesso concerto organizzato a Kiev è stata un’occasione per rafforzare una realtà che si era venuta a creare già alla sua prima edizione, nel 2016. In un anno le collaborazioni si sono intensificate e gli spettatori sono aumentati. È una realtà composita, formata non solo da una massa di gente che sventola bandiere con la croce uncinata o che urla “Sieg heil” sollevando il braccio destro di fronte alle proprie band preferite. C’è chi si incontra per determinare i passi successivi dei progetti che ci sono stati spiegati da Alexey e Olena. Sono progetti che si traducono in azioni concrete: il primo giorno di festival gli organizzatori hanno raccolto le firme per dei “training sportivi e culturali estivi” che si svolgeranno nell’Est dell’Ucraina, training aperti a tutti coloro che vogliano “fermare la decadenza dell’Europa”. Contro i migranti, contro l’ingerenza americana o il colosso russo, secondo i propri interessi o timori.

Questa è una realtà di cui l’Ucraina e l’Unione Europea devono essere consapevoli piuttosto che continuare a girarsi dall’altra parte, anche perché si è sviluppata per la mancanza di risposte politiche e amministrative a problemi sociali che le persone sperimentano nella loro quotidianità, dall’emarginazione alla mancanza di prospettiva. Non è forse grande quantitativamente e la loro rilevanza politica è al momento assai marginale, ma di certo è convinta e motivata, nonché ben organizzata e dotata di competenze tecnologiche e professionali. Per ora solo pochi europei sono convinti di quanto affermano questi movimenti. Così come pochi ucraini e pochi black metallari. È infatti fuori discussione che la propaganda russa attribuisca ad essi un peso eccessivo, con l’intento di screditare l’UE e l’Ucraina nel loro complesso. Tuttavia le società civili europee ed ucraine necessitano di conoscere meglio quella che è comunque una parte di esse, soprattutto se intendono distanziarsene e arginarne l’attrattività e l’efficacia.

Chi è Irene Donatoni

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Nata a Gorizia nel 1989. Laureata in Antropologia Culturale e Storia, per East Journal si occupa di Ucraina, Paese in cui ha condotto ricerche sul campo per tre anni. Attualmente abita a Vienna e si occupa di progetti culturali che riguardano il confine italo-sloveno e le antiche appartenenze mitteleuropee dell'area.

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