CONFINI: Leopoli come simbolo della lotta identitaria tra Polonia e Ucraina

1Il confine tra Polonia e Ucraina corre per 526 chilometri. Questa linea è stata stabilita alla conclusione della guerra nel 1945, ma la regione ha ospitato per lungo tempo tedeschi, russi, ucraini, polacchi ed ebrei. Leopoli è l’esempio più lampante della malleabilità dei confini.

La città dei leoni

La città prende il nome dal suo simbolo, i leoni. È interessante notare che esiste una traduzione del nome quasi in ogni lingua della regione: in ucraino è L’viv, in russo L’vov, in polacco Lwów, in tedesco Lemberg e in Yiddish Lemberg o Lemberik. Nel periodo austro-ungarico, tra il 1732 e la fine della Prima Guerra Mondiale, la città veniva chiamata in tedesco. Tra il 1918 e il 1939 la città era la terza più popolata di tutta la Polonia. Durante il secondo conflitto mondiale la città è stata oggetto di un tira e molla tra nazisti e sovietici, che sono riusciti a riprendersela nel 1944. Oggi Leopoli parla ucraino. 

Leopoli è parte di una trama più grande. Quella di terre che portano I segni di una guerra civile tra polacchi e ucraini, frutto di dissapori che risalivano, nel caso della Galizia, all’epoca della dominazione asburgica. Non è un caso, infatti, che con il collasso degli imperi il calderone dell’indipendenza si agitò soprattutto in questa regione dove i movimenti nazionali polacchi e ucraini, avendo beneficiato delle politiche liberali austro-ungariche, erano più forti e meglio organizzati.

In seguito alla Rivoluzione Russa del 1917 e al crollo della Monarchia Austro-Ungarica, sorsero due Stati ucraini. A Kiev venne proclamata la nascita della Repubblica Popolare Ucraina (1917) e a L’viv quella della Repubblica Popolare dell’Ucraina Occidentale (1918). La repubblica di Kiev si lacerò a causa delle dispute interne e di una debolezza strutturale.  Quella di L’viv, invece, quando proclamò l’indipendenza, entrò in guerra con la Polonia che non voleva cedere un territorio che reputava parte del proprio patrimonio culturale. Inoltre, il tallone d’Achille della neo-repubblica galiziana era proprio Lviv poiché i polacchi vi si trovavano in maggioranza (ma in minoranza nell’intera Galizia). Avendo avuto la meglio sugli ucraini e i russi, i polacchi col Trattato di Riga del 1921 ottennero la Galizia Orientale e la Volinia, e acconsentirono al riconoscimento di un’Ucraina sovietica malgrado una precedente intesa con la Repubblica di Kiev garantisse il sostegno polacco all’indipendenza ucraina.

Quel confine orientale, poi, era destinato a patire profonde sofferenze durante la 2 guerra mondiale che divise i popoli di quelle terre non solo per le diverse esperienze vissute ma anche perché gli occupanti, prima i sovietici e poi i nazisti, sfruttarono le loro discordie per affermare la propria autorità.

In Volhynia, poi, i polacchi subirono un massacro a opera delle frange più estreme del nazionalismo ucraino ma i sopravvissuti si macchiarono degli stessi crimini di cui erano stati vittime, scatenando una guerra civile che si estinse soltanto per effetto delle politiche sovietiche di rimpatrio.

Anche se lo spostamento dei confini polacchi a ovest fece sì che la maggioranza degli ucraini si trovasse già nell’Ucraina Sovietica, la Polonia, nelle sue estremità sud-orientali includeva ancora una considerevole minoranza di ucraini che  furono deportati in Unione Sovietica. Così, a Leopoli, dove nel 1931 la popolazione era per metà polacca, un terzo ebrea e circa il 16% ucraina, i connotati cambiarono profondamente. Allo stesso modo, cambiò il profilo dell’intera area: i polacchi diminuivano progressivamente verso est sia per effetto degli spostamenti che per storica collocazione; per gli ucraini e i russi, che abitavano più frequentemente le campagne, la distinzione era diventata anch’essa fluida, con i russi che tendevano a considerare l’ucraino una lingua inferiore, ridotta a un dialetto del russo. Infatti, gli ucraini che si spostavano dalla campagna alla città cominciavano a parlare russo progredendo nella scala sociale.

 

Insulti storici

Oggi la Polonia è parte dell’Unione Europea, mentre l’Ucraina, come le altre ex repubbliche sovietiche è compromessa tra l’adesione europea e lo spettro russo, in un aut-aut che non sembra permetterne la completa modernizzazione. Dopo Maidan nel 2014, tra il milione e mezzo e i due milioni di ucraini hanno lasciato il paese, e ora vivono e lavorano in Polonia.

Nel novembre del 2017, il ministro degli esteri polacco Witold Waszczykowski ha annunciato alla televisione TVP1 di voler: “lanciare procedure che non consentiranno persone con vedute anti-polacche di entrare in Polonia. Anche coloro che dimostreranno e useranno strumenti amministrativi contro la Polonia avranno conseguenze.” Questo è successo all’indomani della copertura delle iscrizioni polacche sui leoni del cimitero di Leopoli. Le scritte coperte recitavano: “Sempre fedele. A te Polonia”.

Secondo il presidente dell’istituto di memoria nazionale di Kiev Volodymyr Viatrovych, quattro monumenti polacchi in ucraina sono stati vandalizzati e tutti restaurati, mentre in Polonia i cimiteri ucraini sono stati danneggiati 14 volte ma mai riparati. L’identità nazionale di entrambi i paesi è complessa, tra una Polonia che sta diventando sempre più nazionalista e xenofoba e un’Ucraina che combatte il suo passato per evitare di essere cancellata dal presente.

Per un approfondimento dell’argomento consiglio la lettura dello straordinario libro di Tim Judah In Wartime: Stories from Ukraine.

Articolo scritto in collaborazione con Paola Di Marzo

Chi è Gian Marco Moisé

Gian Marco Moisé
Dottorando alla scuola di Law and Government della Dublin City University, ha conseguito una magistrale in ricerca e studi interdisciplinari sull'Europa orientale e un master di secondo livello in diritti umani nei Balcani occidentali. Ha vissuto a Budapest, Sarajevo e Pristina. Parla inglese e francese, e di se stesso in terza persona.

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