CONFINI: I confini nella società liquida

La parola confine deriva dal latino, e indica la finitezza propria delle cose terrene. Ed è proprio alla delimitazione dei terreni, dei territori che il confine fa riferimento. Fin dal principio i confini sono stati politici, perché sebbene la parola “politica” sia stata inventata dagli antichi Greci, con questo termine si intendeva l’essere elemento attivo di una comunità che i confini dovevano delimitare. Quindi il confine nasce come operazione arbitraria di semplificazione per la protezione e gestione di persone e risorse.

Gli effimeri confini politici

I confini sono un fenomeno temporaneo determinato dalla velocità dei cambiamenti politici. Nel 2014, nel giro di un mese il territorio ucraino è cambiato a favore della Federazione Russa con l’annessione della Crimea. All’opposto, durante la Prima Guerra Mondiale, la battaglia di Verdun ha preso la vita di 700.000 soldati senza che il fronte cambiasse in maniera sostanziale, dimostrando quanto i limiti possano essere inamovibili.

Il confine può avere valore fisico, come nel caso della recinzione fatta erigere dal primo ministro ungherese Orbán per evitare che i migranti affollassero le campagne ungheresi. Eppure il confine può essere impercettibile, come nel tratto stradale tra Trieste e Lubiana, dove a farti presente che stai cambiando territorio restano un paio di cartelli e il messaggio della compagnia telefonica sulle nuove tariffe e addebiti.

I confini possono essere puramente teorici. Sappiamo che ci sono, ma non dove siano, come nel caso del tuttora indeciso confine tra le montagne del Kosovo e del Montenegro. I confini possono essere contesi, proclamati e rafforzati, ma nascono sempre da un atto d’imposizione. Ed è proprio quest’arbitrarietà a generare violenza.

I confini nella società liquida

Oggi abbiamo realmente bisogno di frontiere rigide? Abbiamo bisogno di protezione dai nemici che arrivano dall’esterno? O i nemici si possono trovare anche all’interno della comunità? Da cosa ci stiamo proteggendo?

Comprendere le ragioni storiche dei confini significa comprendere la nostra storia, e il valore del nostro ruolo individuale all’interno delle comunità. Con questa rubrica, East Journal analizzerà alcuni dei confini politici dell’Europa contemporanea per mettere in luce la falsità degli stereotipi nazionalisti, e andando oltre le semplificazioni, mostrare le complesse sfumature delle identità comunitarie.

Siamo naturalmente predisposti a comprendere le cose più concrete e semplici e meno le astrazioni. Un concetto semplice quanto quello di giustizia può risultare vago, ma se la giustizia fosse interpretata come una lealtà per un gruppo più grande, forse potremmo davvero incominciare a pensare senza limitazioni.

Forse è giunto il momento di capire che i confini, come qualsiasi concetto terreno hanno un valore relativo, spesso simbolico, e la loro forza non consiste nella loro rigidità quanto piuttosto nella loro flessibilità e liquidità. Senza muri si potrebbe apprezzare meglio la bellezza delle sfumature. 

Per approfondire il discorso sui confini invito alla visione dell’intervista al Professor Franco Farinelli, dall’archivio di Osservatorio Balcani & Caucaso Transeuropa.

Chi è Gian Marco Moisé

Gian Marco Moisé
Dottorando alla scuola di Law and Government della Dublin City University, ha conseguito una magistrale in ricerca e studi interdisciplinari sull'Europa orientale e un master di secondo livello in diritti umani nei Balcani occidentali. Ha vissuto a Budapest, Sarajevo e Pristina. Parla inglese e francese, e di se stesso in terza persona.

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